Pop gun war

Un angelo pieno di tatuaggi passeggia per le strade di una grande città americana. Passando davanti ad un operaio edile che si sta riposando vicino ad un palazzo in demolizione, l’angelo gli fa l’elemosina. L’operaio, offeso, gli amputa le ali con una motosega. Sinclair, un bambino nero timido ed idealista ruba le ali dall’immondizia e se le attacca alla schiena e così acquista la capacità di volare. Nel frattempo Emily, la sorellina di Sinclair, cerca di sfondare con il suo gruppo nel giro dei locali, mentre uno strano nano con poteri magici ed un pesce con gli occhiali vagano per la città...
Questo volume della Lain, linea editoriale ‘pop’ nata da una costola della casa editrice Fazi e poi tramutatasi in progetto a sé stante, è uno dei primi esempi italiani di una strana commistione tra due mondi che finora non solo sono rimasti nettamente separati, ma si sono anche guardati in cagnesco: quello del fumetto e quello della letteratura ‘alta’. In realtà la dicotomia poteva avere un senso (limitato) quando il fumetto si muoveva in ambiti esclusivamente popolari, frenato da fitta serialità e scarsità di ambizioni. Ma con l’avvento del fumetto ‘adulto’ e d’autore prima su scala europea, negli anni ’80, e successivamente anche negli Usa, con la scalata alle roccaforti stesse del fumetto usa-e-getta, le case editrici DC e Marvel con i loro eroi in calzamaglia multicolore, i reciproci territori si sono confusi, sovrapposti, ibridati. Migliaia di lettori abituali di fumetti si sono abituati a gestire trame complesse, citazioni preziose, innovazioni stilistiche, sceneggiature raffinate; e tanti lettori che hanno trovato nel mondo del fumetto emozioni che erano abituati a ricevere solo dalla narrativa hanno legittimato questa crescita, questa evoluzione editoriale della forma espressiva fumetto. La Lain va oltre l’educata convivenza, e manda sugli scaffali una strana chimera editoriale: il libro a fumetti. Non un semplice paperback o una graphic novel, ma un libro a tutti gli effetti, nel formato e nell’aspetto grafico. Un esperimento interessante, che trova una perfetta complicità in Pop gun war, serie in 5 numeri uscita tra il 2000 ed il 2003 prima per la Cryptic Press, poi per la Absence of Ink poi per la Dark Horse. Un fumetto che Farel Dalrymple è riuscito a realizzare solo grazie al sostegno della Xeric Foundation, una organizzazione presieduta da Peter A. Laird (co-creatore delle Teenage Mutant Ninja Turtles) che offre assistenza finanziaria agli artisti che vogliono autoprodursi, ma che poi si è aggiudicata – oltre all’unanime consenso della critica - numerosi premi e un insperato successo di vendite. Disegni splendidi, nervosi, espressionisti che ben si sposano con una sceneggiatura che sembra uscita da un numero di McSweeney’s. L’atmosfera onirica ricca di simboli è stata avvicinata a David Lynch e a Lewis Carroll, e ditemi se non sono paragoni lusinghieri. Il percorso di crescita di Sinclair che con le sue ali vola nel cielo della sua città vedendo tutto con più chiarezza, al di là del velo della sua infanzia, solo per scoprire altri veli, altri specchi, e quello di sua sorella Emily che affronta i pescecani dello show-business e impara a venire a patti con la sua voglia di verità sono le storie di ogni bambino, di ognuno di noi, di ognuno dei nostri sogni infranti. Tralasciando qualche cripticità di comodo, una piccola gemma.

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