The Qüest

The Qüest

Quando una bellezza di quel calibro desidera ascoltare una gran bella storia non è possibile dire di no, non solo perché gloriosa per chi la racconta, ma anche perché ci si potrebbe guadagnare qualcosa di sodo e profumato, magari. Tutto comincia a Grancolle, un piccolo borgo di collina dal clima mite e dalla popolazione altrettanto quieta. L’unico divertimento all’interno delle medievali mura del borgo è la locanda “The old slut”. A “La vecchia sgualdrina” infatti, oltre la birra al retrogusto di piscio e la squisita clientela composta di loschi individui, è possibile svagarsi con la nobile arte del gioco d’azzardo. I dadi, insomma. Proprio nel feudale pub nasce la leggenda del Guerriero, e come ogni leggenda che si rispetti, si tramanda di bocca in bocca grazie a qualcuno che la racconta con dovizia di particolari. Un testimone tutt’altro che neutrale. John “Due di picche”. Ladro, imbroglione, bordellatore insaziabile, amante della bella vita e delle belle donne. Un truffatore da manuale, con un occhio ceruleo e uno castano. Il giorno in cui nacque la leggenda lui, la sua socia Mira, il nobile vassallo (quanto incallito giocatore) ser Wollace Drugo e il mastodontico Guerriero erano seduti allo stesso tavolo da gioco, intenti a una partita in cui la posta in gioco, mano dopo mano, diventava sempre più alta e preziosa delle 50 monete d’oro di apertura…

Lorenzo Maglianesi, autore e fumettista della colorata vicenda che dà vita a The Qüest, introduce il lettore in un mondo dalle tinte fantasy. Siamo nella terra dell’Ovest, “terra di re e cavalieri, di epiche battaglie, di poveracci, ladri e gran puttane… e come ogni fantasy che si rispetti, terra di fantastiche leggende”. Un’iconografia classica, in cui potrebbero apparire elfi, draghi, oscuri Signori del Male. E invece no. La vicenda è molto più pulp e meno epica di quanto si promette nell’incipit: gioco d’azzardo, sguardi torvi, nobili dal carattere sanguigno ed eroi spappolabudella alla Quentin Tarantino. Proprio a lui sembrano dedicate le tavole centrali del fumetto, colorate di rosso e ricche di particolari, che a guardarli tutti ci si potrebbe persino perdere (con lo stesso effetto di una tavola di Eiichirō Oda nel manga One Piece, cui sembra essere ispirata anche la socia Mira, simile nell’aspetto e nel carattere a Nami la Gatta Ladra). Il tratto è un mix fra manga umoristico e classico, così come il registro stilistico in cui l’effetto comico dei dialoghi è supportato e ampliato dalle espressioni dei protagonisti. Una storia che diverte, in cui si mescolano comico, western e cappa e spada da B-movie. Peccato finisca troppo in fretta, anche se quel “Fine?” in calce alla battuta “rubata” al Brutto di Sergio Leone fa ben sperare in un proseguo delle avventure di John Due di Picche e del Guerriero.



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