Rino Albertarelli

Rino Albertarelli

Cesena, anni Venti del Novecento. Il giovane Rino ‒ abbreviazione di Santerino (Santerèn, in romagnolo), a sua volta diminutivo di Sante ‒, presto orfano di madre, lascia la nonna ed i poco amati studi da ragioniere per trasferirsi a Milano, dove sa che vive quel padre che tanto lo trascura. Quello che non sa è che l’uomo ha una nuova compagna e quattro figli. Vivono a Sesto San Giovanni, in uno stabile in cui abitano anche i genitori di Brigida, la giovane che nel giro di pochissimo tempo diventerà sua moglie. Ha cambiato città, famiglia ed abitudini, ma nella vita di Rino c’è da sempre una costante: la passione per il disegno, che lo accompagna sin dai primi anni. Il suo tratto preciso e la padronanza nella resa del movimento colpiscono Antonio Rubino, l’allora direttore de “Il Balilla”, che, intuendone le potenzialità, lo invita a collaborare con la testata, poi con il “Corriere dei Piccoli” e quindi con il “Cartoccino dei Piccoli”, che Rino dirigerà a partire dal 1933. E poi “Bertoldo”, “Marc’Aurelio”, “Il Secolo Illustrato”, “Il Settebello”, “Le Grandi Firme”, “Scena illustrata”, “I romanzi di Novella”, “Il Milione”… svariate sono le riviste che si contendono le sue vignette e illustrazioni, e disparati i registri iconografici con cui si trova a misurarsi. E dopo tanto allenamento, Rino, che nel frattempo ha preso a firmarsi “Albert”, decide che i tempi sono maturi per debuttare nel mondo dei fumetti. È il 1937 e sulle pagine di “Topolino” compare per la prima volta Kit Carson, l’eroe-antieroe di un West realistico e privo di retorica. Un West mai visto prima…

Per il fumetto e l’illustrazione il 1908 rappresenta una data importante. Sono nati in quell’anno Gianluigi Bonelli (il papà di Tex), il “Corriere dei Piccoli” e Rino Albertarelli, uno dei talenti nazionali più versatili e prolifici. Come per molti colleghi dello stesso ambito, anche il nome di Albertarelli non è conosciuto dai giovani. Al limite, può capitare di sentirlo pronunciare da qualche estimatore, o di leggerlo in citazioni colte, generalmente a tema West. Da questa considerazione è nata, nell’Associazione Nazionale Amici del Fumetto e dell’Illustrazione (Anafi), l’idea di un volume monografico che, attraverso il grimaldello del West, aprisse alla conoscenza dell’opera grafica di un Maestro del disegno in grado di spaziare, con pari bravura, praticamente in tutti i generi. Albertarelli non è stato solo Kit Carson e Il Dottor Faust. È stato anche molto altro, per cui, pur citando costantemente le sue due “creature” più famose, come punti di riferimento (anche cronologici) imprescindibili, si è preferito dare spazio alla produzione meno nota, sorprendente sia per qualità che per quantità. Alcune cose si sapevano su Albertarelli, moltissime se ne scoprono ora, come la sua curiosità e la sua sete di sapere, che non sono una leggenda di redazione, ma un dato di fatto. Dalle parole del figlio Ario e della moglie si apprende, infatti, che Rino aveva voluto imparare l’inglese in modo da poter leggere senza difficoltà i libri sul West che si faceva mandare dagli Stati Uniti; e che acquistava spasmodicamente volumi sulla corrida e sul flamenco, a cui si era appassionato dopo un viaggio in Spagna. Il coloratissimo libro dell’Anafi, ponderoso per dimensioni e numero di pagine, è scandito in capitoli, diversi per taglio e per autore ‒ dai ricordi di “collega” di Sergio Bonelli al saggio critico di Paola Pallottino ‒, dedicati, ognuno, ad un aspetto della lunga e densa attività dell’artista: il rinnovamento del “look” di Sandokan, le pubblicità sulle sovraccoperte dei periodici per l’infanzia, la difficile eredità lasciata da Gino Boccasile, il suo West smitizzato e il suo tifo per gli indiani, la collaborazione con Peppino de Filippo, l’amicizia con Zavattini, le “donnine” per Clan e Poker, il segno bamboleggiante sul “Cartoccino” e quello asciutto de I Protagonisti, lo stile grafico d’avanguardia per i polizieschi della Stem ed il contribuito alla rinascita culturale del fumetto negli anni Sessanta. Un’opera meritoria. Un’occasione per conoscere o approfondire la vita e l’opera di un talento fuori del comune e per ripercorrere parte della Storia del Novecento.



 

 

 

 
 
 
 

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