Se ti chiami Mohamed

Se ti chiami Mohamed

Prima francesi. Poi no, non più. La politica coloniale li ha trasformati in merce per un commercio tutto nuovo di schiavi dirottati tra Parigi e Marsiglia, alla catena. In fabbrica. Con le promesse più meschine di un buon lavoro, una buona paga, una buona casa e la prospettiva di portarsi, dopo qualche tempo, la famiglia in Francia o, male che fosse andata, tornarsene al loro paese con un bel gruzzolo. È stato così che orde di maghrebini si sono trasferiti (sono stati trasferiti), cullati da pie illusioni, dalla necessità di una prospettiva migliore smembrandosi dal loro paese e finendo a vivere in fatiscenti baraccopoli o in cameroni comuni attaccati al posto di lavoro, incastrati in un sistema sociale che non li vedeva, soggetti ad una quotidiana discriminazione, ad un violento razzismo, ad un’emarginazione che ha creato un solco spesso irriducibile. Chi è andato via ha mantenuto una fortissima identità di partenza; chi ha tentato di “assimilarsi” lo ha fatto ad un prezzo molto alto, quasi mai riuscendoci. in questa lotta tra la propria identità e la voglia di “francesizzarsi” si dipana la storia di uomini e donne che alla Francia hanno dato tanto ricevendone quasi niente…

Con le storie di tutti i Mohamed – ma anche di tutte le Fatima – dall’Algeria, dal Marocco, dalla Tunisia che prima e dopo il processo di decolonizzazione si sono tradotti su questo lato del Mediterraneo ci sarebbero storie da riempire enciclopedie. Storie che oggi sono più attuali che mai e ci raccontano che il mondo ha sempre avuto questa dicotomia irriducibile di padroni e servi. Traendo ispirazione dal successo di Yamina Benguigui Mémoires d’immigrés, Ruillier traduce in una graphic novel l’epopea dei migranti di ieri, adescati con l’inganno, utilizzati come carne da cannone e poi lasciati al loro destino. Indurendone il rimorso fino alle seconde, terze, quarte generazioni. In una sorta di autobiografico dialogo col padre, illustra le storie di chi è rimasto in Francia senza sentirsi francese, vergognandosi perché sente forte sul suo capo il marchio della diversità e sulla pelle l’intolleranza, ma alimentando, con questa vergogna, un forte spirito di appartenenza al paese di origine. Tra tutte, le storie più emozionanti, per la delicatezza con cui vengono affrontate, sono quelle dedicate alle donne, figlie, mogli e madri di migranti che hanno dovuto lavorare doppio - per comprendere un sistema occidentale così lontano dalla loro cultura e per affrancarsi dal dominio del maschio della loro stessa cultura - per tentare un’integrazione complicatissima. Un’opera fondamentale per farsi un’idea sulle dinamiche attuali che ruotano intorno all’accoglienza, alla nascita di radicalismi xenofobi e fondamentalisti.



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