Serpenti ciechi

Serpenti ciechi

New York, 1939, una giornata calda e umida, al limite del soffocante. Mentre in Europa si sta per scatenare qualcosa dalle proporzioni incredibili, per Ben Koch (ma questo è solo uno dei suoi tanti nomi) arrivano visite: qualcuno lo sta cercando perché ha rotto un patto, ma nella pensione dove alloggia, il proprietario nonché suo amico Red dichiara allo sconosciuto di non vederlo da tempo, salvo poi avvisarlo del potenziale pericolo perché invece Ben risiede proprio lì e occupa la stanza numero 3. Lo sconosciuto è ben informato e sa già tutto, alloggerà nella stanza numero 9, quella con una piccola riproduzione di Guernica di Picasso sopra il letto e con le finestre sul cortile di dietro, quindi meno rumorosa. L’intonaco delle scale e del corridoio non è dei migliori, ma il letto ha lenzuola pulite, così come la doccia. Ben è arrivato a New York nell’estate del ’36. Aveva lasciato Detroit perché ricercato dalla polizia per qualcosa che preferisce non ricordare. Il nome Ben Koch gli è stato suggerito da una striscia a fumetti di un giornale abbandonato nel sedile dell’autobus con cui ha raggiunto la stazione dei Greyhound. Insieme al nome si è costruito anche un altro vissuto, nuovi ricordi da associare alla sua nuova identità. Pioveva nella Grande Mela e lui non sapeva dove andare né conosceva qualcuno, finché non gli porse una mano proprio Red, che in quel momento vendeva giornali ‒ il “Daily Worker” nello specifico ‒ mentre sognava di poter aprire un posto dove accogliere le persone che non hanno più la forza per andarsene in giro. Era il suo sogno americano...

L’elegante uomo vestito di una particolare sfumatura di rosso con cui si apre il fumetto fino alla fine resta senza identità, ma poco importa, visto che è soltanto il motivo per cui la storia si dipana, tra ricordi e Paesi. E mentre cerca Ben Koch, quest’ultimo è alla ricerca di un altro, Curtis, apparentemente una banderuola che si schiera con tutti e in ogni dove, ma fondamentalmente soltanto per il gusto di uccidere, perché è quello che ha l’anima del malvagio, che uccide senza paura, senza provare sentimenti, senza preoccuparsi che quello a cui sta tagliando la gola è un suo amico. Il disegnatore di Maiorca, Bartolomé Seguì, pluripremiato per i suoi lavori, ha la grande capacità, con il suo tratto preciso e a volte “fumoso”, sempre soffuso di una luce malinconica, di rendere al massimo i luoghi, i personaggi e la sceneggiatura dell’altro spagnolo Felipe Hernández Cava (che con questo testo si è aggiudicato, per la terza volta, il Premio nazionale del fumetto al Salone di Barcellona), in un continuo susseguirsi di ricordi, di finti morti, di rincorse alla ricerca della vendetta, con la Guerra civile spagnola e la New York della Grande depressione a far da sfondo il più delle volte, contesti storici quanto mai complessi. Desolante, nell’ultima tavola che arriva dopo un brindisi alla malinconia, quel tavolo vuoto con due bicchieri altrettanto vuoti nel locale dove si fa musica nel cuore di Harlem... quei due uomini dai capelli rossi si assomigliano terribilmente e il destino deve compiersi.



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