Tarzan - Gli anni di Joe Kubert

Tarzan - Gli anni di Joe Kubert
1888, Inghilterra. Al porto di Dover si imbarcano John Clayton e signora. Destinazione Africa. Per lui un'importante missione di stato al servizio di Sua Maestà, per lei la possibilità di una seconda luna di miele, magari con un tocco di adrenalina in più. Non ci sarà bisogno di arrivare nel continente nero: un maldestro ammutinamento li condanna a essere abbandonati su una costa deserta e pericolosa. Come sopravvivere? Resistono strenuamente al peso della notte e al ruggito delle fiere, almeno finchè Lady Alice partorisce il suo bambino, un sano maschietto. Poco dopo la morte la coglie nel sonno, così come afferra in volo il piccolo di Kala, spaventata dalla furia di Kerchak, re suo e di tutte le scimmie. La disperazione di Lord Greystoke si tramuta in follia quando la tribù dei primati irrompe nella catapecchia per reclamare il cucciolo d'uomo...
Nel 1972 i diritti di riproduzione di Tarzan, famoso personaggio di Edgar Rice Burroughs, arrivano sulla scrivania della DC Comics, che decide di scommettere sul quasi cinquantenne Joe Kubert per rilanciare il celebre urlatore della foresta, colpevole, in numerose e passate incarnazioni, di non aver contribuito alla fortuna dei suoi editori. Kubert raccoglie la sfida con passione (con la mente, forse, torna alle felici domeniche dell'infanzia, quando seguiva le vicende dell'erede di Lord Greystoke disegnate dal mitico Hal Foster), convinto di riuscire a donare nuova linfa al re delle scimmie. In effetti, seppur le vendite non saranno mai da capogiro, Kubert centra il bersaglio sceneggiando e illustrando la stagione più felice della testata. Scomparso nell'agosto del 2012, lascia in eredità ai figli (Andy e Adam, di grande talento) e agli innumerevoli studenti formatisi nella sua scuola, le tante tavole (vale la pena ricordare almeno il graphic novel Fax from Sarajevo) e i suoi anni nella giungla africana, riproposti da Magic Press www.magicpressedizioni.it in concomitanza, c'è da dire del tutto casuale, della sua morte. Il primo volume è dedicato all'adattamento, molto fedele, del primo romanzo di Burroughs e di alcuni racconti tratti da Jungle Tales of Tarzan. Kubert dimostra di cavarsela egregiamente anche nella scrittura, affrontando con maestria (e un tot dell'ingenuità narrativa tipica dei comics del passato) sia una lunga vicenda articolata in più issue, sia episodi autoconclusivi, in cui, anzi, dà il meglio di sé. Nella scrittura, ma soprattutto nell'illustrazione e nell'interpretazione della tavola, la sintesi è la stella polare di Joe: nonostante il tratto assai riconoscibile (la plasticità dei corpi, il particolare taglio degli occhi, la riproduzione della muscolatura umana), l'intento palese è condensare in pochi tratti, purché azzeccati, l'espressione del movimento, di importanza fondamentale per un fumetto d'azione avventurosa. Certo, qualche manierismo c'è, senza dubbio imputabile al momento storico, di cui lo stile di Joe è figlio prediletto e anche traditore: in molti luoghi dell'opera, infatti, è già possibile osservare le radici di un innovativo dinamismo, riscontrabile oggi nei lavori dei figli fumettisti, assai in linea con l'estetica paterna. Il comparto illustrato è indubbiamente l'attrazione di maggior pregio – tanto le vignette sono riempite di maestose suggestioni esotiche e avvenimenti fuori dall'ordinario – ma è inevitabile riconoscerne anche il valore letterario. Forse leggermente vittima del tempo trascorso (con tutta probabilità non otterrebbe i pieni voti dagli smaliziati lettori contemporanei), si presenta al terzo millennio con il grande merito di aver restituito ruvidezza e contraddizioni al re della giungla, fino a quel momento prigioniero dello  stereotipo in cui i successi letterari e cinematografici lo avevano intrappolato. In ogni caso, una meraviglia per gli occhi.

 

 

 

 
 
 
 
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