Gordiano Lupi: tutto, ma non un arbitro pisano!

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Interviste a scrittori tifosi di calcio per parlare soltanto di calcio: dello stadio, della fede, dei giocatori preferiti, delle nemesi, delle figurine...e di tanti vecchi sogni: questa è la nostra rubrica “Caffè Sport”. Ex arbitro di calcio [ha fischiato in Serie C, con qualche cameo da “quarto uomo” in A e B], il poliedrico Gordiano Lupi, editore, poligrafo e cubanista toscano, classe 1960, ha dedicato, nel corso degli anni, un romanzo [Calcio e acciaio] e tre racconti [Il calciatore, Vecchio campione e Il ragazzo del Cobre] alla sua vecchia passione; ha nel cuore la squadra della sua città, il Piombino e l’Inter: è perfettamente nerazzurro. Sentite quanto...




Gordiano, ti ho presentato bene?
Calcio e acciaio è il romanzo che nasce dal racconto breve Il calciatore – operazione cassoliana! – una delle prime cose che ho scritto e pubblicato, così come Vecchio campione è stato assorbito in un capitolo del romanzo. Direi che il mio primo libro (Lettere da lontano, 1997) è l’incubatoio di Calcio e acciaio, il mio unico, vero romanzo. Il ragazzo del Cobre, invece, è una storia sudamericana, adesso contenuta in Miracolo a Piombino, che racconta il calcio e l’adolescenza, la crescita di un ragazzo. Sono i miei due lavori che hanno partecipato al Premio Strega. Il calcio è stato importante nella mia vita, almeno fino al 1998, adesso resta la fede nerazzurra, soprattutto per l’Atletico Piombino, molto più che per l’Internazionale di Milano. Non solo, da alcuni anni sto raccogliendo materiale per un sequel di Calcio e acciaio, che racconti non solo il calcio, ma anche la crisi dell’industria e la vita in provincia, al giorno d’oggi. Titolo provvisorio: Sogni e altiforni.

Qualche passo indietro. 1951, Stadio Magona: Piombino-Roma 3-1. La partita più gloriosa dei tuoi nerazzurri, tramandata di padre in figlio. Sei nato dieci anni più tardi, quando ormai il Piombino era sprofondato in Serie D: cosa sentivi raccontare di quella giornata? Cosa rappresenta per la tua gente, ancora adesso?
Una partita che è una leggenda. Tra i miei racconti calcistici hai dimenticato Piombino – Roma 3 a 1, contenuto in Piombino leggendaria, rivisto e corretto nel blog che curo per “Valdicornia News”. Sono nato nove anni dopo, nel 1960, e quando ero bimbo, allo Stadio Magona c’erano ancora le foto di quel Piombino, di quella giornata. Non c’era piombinese sportivo (ed erano in molti negli anni ‘60) che non ti sussurrasse la magica frase: “In questo stadio noi s’è battuto la Roma…”.

Raccontami il tuo esordio sugli spalti del Magona – o almeno, raccontami la prima partita che ricordi d’aver visto nella tua Piombino. Che campionato era? Che cosa ci si giocava? Chi erano i tuoi eroi, in quella squadra? E tra i tifosi, c’era qualche personaggio?
Ricordo come in un sogno un Piombino-Quarrata 0-2, visto con mio padre, mi pare nel 1968. Avevo otto anni, forse meno. So che da quel giorno odio il Quarrata con tutto me stesso, perché rappresenta il ricordo atavico di una sconfitta. Rammento anche di aver visto giocare il mitico Joan a Piombino, contro i nerazzurri, ma i conti non tornano, forse non era quella partita, ricordo solo che ci fece due reti. I miei eroi di quel Piombino in serie D erano il vecchio portiere Innocenti, il difensore Topi, l’attaccante Arrostini … nomi che non dicono niente, perché non sono famosi. Anni dopo ricordo capitan Pierozzi, ma eravamo già in Promozione e io facevo il raccattapalle, sarà stato il 1971. E ricordo pure Agroppi in amichevole con il suo Torino scendere in campo al Magona, persino Lido Vieri direttore tecnico e allenatore dei portieri, quando aveva smesso con il calcio attivo.

Perché un ragazzo di Piombino può tifare anche per l’Inter? Chi ti ha fatto scoprire la Beneamata? Cosa rappresenta, per Gordiano, l’Inter?
L’Inter è mio padre, tifoso da sempre dei nerazzurri, grazie a Lido Vieri – lui era amico del padre – e ad Armando Picchi (livornese doc!). Il mio primo ricordo calcistico è mio padre che bestemmia contro il Celtic di Glasgow davanti a un televisore in bianco e nero, mentre tifa per l’Inter di Helenio Herrera. Mio padre mi ha trasmesso la passione, da piccolo mi portava a vedere l’Inter quando giocava a Roma (contro i giallorossi e contro la Lazio) e a Firenze.

Dopo vent’anni abbondanti dedicati all’arbitraggio ti sei tenuto abbastanza in disparte dal mondo del calcio. Cos’è che ti ha tenuto lontano dal calcio? Eri semplicemente stanco o stufo oppure c’è stato qualcosa di sbagliato o di pesante?
Overdose da calcio, probabilmente. Guarda che ancora oggi mi disinteresso quasi completamente del calcio maggiore – salvo qualche partita che di tanto in tanto mi capita di vedere in TV - e mi occupo soltanto del campionato di Eccellenza del mio Piombino, che seguo rigorosamente allo stadio. Quest’anno sono andato anche in trasferta, a Grosseto. E ci ho scritto pure un racconto… E poi mi serviva per scrivere il romanzo, respirare di nuovo aria di calcio.

Cosa accomuna la tua storica esperienza da arbitro di calcio – e da addestratore di arbitri – e la tua esperienza da editore? Quali sono i punti di contatto? Gli scrittori esordienti sono come i calciatori appena usciti dalla Primavera? I critici letterari sono come i commissari AIA?
Qualcosa in comune c’è, perché quando facevo il vicepresidente degli arbitri mi occupavo di giovani, da seguire e lanciare nel mondo del calcio. Adesso, da piccolo editore faccio crescere scrittori e qualcuno mi dà delle soddisfazioni (vedi Naspini). I critici letterari sono proprio come i commissari AIA, infatti contano poco, ormai. Le sorti di un libro non dipendono certo da loro, così come le promozioni AIA non le decidono i commissari.

Nel tuo vecchio Lettere da lontano c’è un racconto - Il calciatore - in cui scrivi che il giocatore, in campo, ogni tanto pensava a suo padre operaio dell’ILVA: “Per tutta la vita aveva lottato contro il padrone per il posto di lavoro, per la cassa integrazione, per la contingenza, per duecentomila lire di aumento…”. Ti capitava di pensare a questo, mentre arbitravi? Che per un’ora e mezzo in campo riuscivi a guadagnare quanto un operaio in una o due settimane?
Come ti ho detto quel racconto è confluito in Calcio e acciaio, dove certi temi sono sviluppati meglio e ampliati a dovere. Nel sequel la parte sociale sarà ancora più importante. Tra l’altro parti del romanzo anni fa sono uscite su “La Stampa” e su “la Repubblica”, quando la crisi delle acciaierie era sulle prime pagine dei giornali. Fare l’arbitro di calcio a livelli bassi non voleva dire guadagnare molto, purtroppo, ma solo avere qualche soldo in tasca per le proprie necessità. Ricordo che in serie C restavano circa 250.000 lire a partita e ne facevamo due al mese.

Adesso, un po’ di leggerezza. Gordiano e le figurine Panini: ricordi di essere mai riuscito a completare un album dei calciatori? Che anno era? Oppure, come tutti noi, ti è sempre mancato qualcosa, magari qualche oscuro stopper del Verona o della Cremonese, per finire l’album? E poi: chiudi gli occhi e raccontami le prime tre figurine che vedi.
Mai completato un album! Mio padre non aveva soldi da buttare e mi comprava poche figurine. Preferiva spendere in libri e fumetti. Ti confesso che usavo le figurine per giocare partite immaginarie, come in un Subbuteo ante litteram, usando una pallina da biliardino. Figurine mitiche: Lido Vieri, Aldo Agroppi e Pierluigi Pizzaballa!

Gordiano al Meazza: sei mai riuscito a seguire la Beneamata “live in Milano” oppure sei stato, per lo più, un tifoso da radiolina e “Gazzetta dello Sport”, e poi da televisore e Gazzetta? Cosa ha significato, per il tuo immaginario, tifare per una squadra tanto lontana dal tuo mare toscano?
Sono entrato al Meazza soltanto una volta per Inter–Austria Vienna di Coppa (dei Campioni? E chi se lo ricorda?). Era l’Inter di Prohaska – rammento solo lui! ‒ e io ero uno studente universitario. Sarà stato il 1982, credo. Partimmo da Pisa in treno, mangiammo in uno dei primi McDonald’s italiani vicino Piazza Duomo e andammo a veder perdere l’Inter. Mi pare due a uno. Ma potrei pure sbagliare. Tifare per l’Inter era normale, per me, così avevo sempre visto fare da mio padre. E poi Lido Vieri era di Piombino e per anni ha difeso la porta interista. Picchi era di Livorno…

Adesso facciamo un gioco. La tua Inter 1960-2018: ti chiedo l’undici titolare, l’allenatore, il dirigente accompagnatore, il presidente, almeno 8 panchinari – e un breve commento sugli assenti. Non dimenticare di dirmi con che schema si va in campo.
Ricordo in ordine sparso: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarnieri, Picchi, Domenghini, Mazzola, Cappellini, Peirò, Corso. Ma mica ricordo se era una formazione tipo o se la memoria confonde le stagioni. Allenatore Helenio Herrera, chi altri? Dirigente il mitico avvocato Prisco. Presidente Moratti. Panchinari forse Milani, Angelillo, Suarez (ma starebbe meglio in campo), Ferruccio Mazzola, Clerici, Giubertoni, Vieri… Si va in campo con lo schema d’un tempo: 4 difensori, un mediano, due centrocampisti, due ali, un centravanti.

Adesso facciamo un sogno. 2025: il Piombino è riuscito a vincere quattro campionati e si ritrova, finalmente, in serie B, come 70 anni fa – e sta per giocarsi il campionato col Siena. L’arbitro è ovviamente pisano. Che clima c’è, in campo? E sugli spalti? E tu dove sei, in panchina o in tribuna? Come ti senti?
Un arbitro pisano no. Tutto ma non un arbitro pisano. Meglio grossetano, se giochiamo contro il Siena. Almeno sta con noi. Certo, speriamo che per quel giorno abbiano costruito uno stadio nuovo, ché il Magona cade a pezzi e contiene al massimo 200 persone. Quando è venuto il Grosseto c’erano mille spettatori e abbiamo dovuto giocare a Venturina. In un campionato di serie B non mi perderei una partita, salvo non debba andare a presentare qualche libro. Ma guarda che anche oggi in Eccellenza difficilmente non sono presente…

Tornerai a parlare di calcio, allora, nei tuoi prossimi libri... Ci prometti un saggio sull’Atletico Piombino, magari un memoir di qualche stagione, con amarcord qua e là? Oppure un libro su un calciatore rappresentativo dell’Inter, un Beppe Bergomi, uno Zanetti, un Beccalossi...
Tornerò a parlare di calcio con il sequel di Calcio e acciaio, con il mio allenatore che ormai vive di ricordi, invece che con i ricordi – non è la stessa cosa, come insegna Cabrera Infante – ma che un bel giorno ritrova i giusti stimoli per tornare a sognare, anche a sessant’anni. Saggistica sul calcio no, non mi affascina, magari qualcosa di romanzato e di biografico mi piacerebbe pure, si tratta solo di trovare l’idea giusta.

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