I novant’anni di Franco Loi nel ricordo di un incontro

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Nel giorno del novantesimo compleanno del grande poeta contemporaneo Franco Loi, la mia memoria stanca e vagabonda mi riconduce a quella sera del 27 marzo del 2007 quando il poeta si recò a Falconara Marittima (AN), ove io risiedo. Qui, al cospetto di una sala gremita, il letterato tenne una conferenza sul tema del rapporto tra la figura del poeta e Dio, nell’ambito della manifestazione “Il Dio Nascosto” promossa dal Centro Francescano delle Marche e da un’associazione di poesia vernacolare marchigiana.




Nel corso del suo intervento, ricco di innumerevoli spunti di riflessione, ebbi modo di apprezzare in modo particolare il tema del poeta/profeta introdotto dalla citazione della nota affermazione di Montale secondo il quale il poeta è un santo laico, e da quella di Petrarca per il quale la poesia è sempre sacra scrittura. Loi sosteneva, in buona sostanza, che la figura del poeta sarebbe assimilabile a quella del mistico, se non fosse che a differenza di quest’ultimo questi non tace, poiché è posseduto da un’ossessione arcana che abita in lui e che desidera disperatamente esistere. Ciò che scrive produce in lui l’effetto inatteso e gradito di una sorpresa, come se si trattasse di un fiume sotterraneo che dopo averlo attraversato erompe con la forza di un impeto inconsapevole sotto forma di versi.<7p>

Partendo dall’assunto che Dio è un’entità ineffabile che si possa trovare solo attraverso un percorso di ricerca interiore, il poeta, risulterebbe – a Suo dire – la figura più predisposta, poiché in costante rapporto con il proprio spirito. Una condizione che fa di lui un autentico profeta. Da tale assunto prende le mosse la convinzione che la poesia, più ancora di ogni altra manifestazione artistica, si appalesi come la strada più autentica e sicura verso un ritrovato cammino di redenzione. Trovai suggestiva anche la parte della conferenza in cui narrò le ragioni che lo condussero da posizioni marxiste, contrassegnate da una lunga militanza nel partito comunista italiano, ad abbracciare posizioni culturali e spirituali molto affini al francescanesimo. Come pure quella della scelta optata per l’utilizzo nel Suo linguaggio poetico dell’idioletto, un dialetto ibrido e moderno contaminato dal gergo tratto dagli ambiti popolari dell’hinterland milanese.

Al termine dell’evento ebbi l’onore di conoscerlo personalmente e il raro privilegio di conversare a lungo con lui. Ne ricavai l’impressione di trovarmi al cospetto di una persona alquanto amabile, che dispiegava come un gigantesco volatile le ali immense di una serena e affabile gentilezza. Dopo essermi fatto autografare la copia di un Suo libro, trovai il coraggio di omaggiarlo di una copia di una mia raccolta poetica, chiedendogli se fosse possibile riceverne un giudizio critico al mio indirizzo di posta elettronica. Egli inforcò, allora, un altro paio di occhiali dalle lenti ancora più spessa. Sfogliò in religioso silenzio alcune pagine, quindi sollevando nuovamente il capo distese il volto in un sorriso di compiaciuta serenità e mi sussurrò all’orecchio: “Io non ho mai posseduto un computer, dammi pure il tuo indirizzo civico e ti scriverò due righe”. Mi abbracciò con tenera effusione incitandomi a proseguire con tenacia il cammino.



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