L’acqua tace

Una mattina d’estate dei primi anni del secolo scorso. In un lago posto nelle vicinanze della baia di Portonovo viene rivenuto il cadavere di una giovane donna. La ragazza, proveniente da una famiglia abruzzese di umili condizioni, prestava servizio come dama di compagnia della contessa Lavinia De Silvis in una villa adiacente. Le sue fattezze belle e prosperose non erano passate inosservate tra gli ospiti della lussuosa dimora che dall’antica rocca domina lo specchio di mare antistante. L’anziano giardiniere Renato è ammaliato dalle sinuosità che gli risvegliano il ricordo della moglie defunta e ne odora di nascosto gli indumenti intimi. Leda, attrice depressa e a fine carriera, dinanzi gli appetiti sessuali che suscita in Gabriele D’Annunzio non può fare a meno di avvertirla come una rivale di cui farebbe volentieri a meno. Anna, amica fedele di gioventù e fedele compagna della contessa, è preoccupata della malia seduttiva che la giovane ha inconsapevolmente riversato sul nipote Marco, per il quale desidera un matrimonio più conveniente. Adelmo, intellettuale comparso a sorpresa in casa della zia Lavinia, ma non immune da legami con la vittima. E infine don Giuliano, il sacerdote che custodisce con osservanza quel segreto raccolto nel confessionale che, se solo rivelato, darebbe una svolta alle indagini condotte dalla Regia Guardia di Pubblica Sicurezza… 
Questi ultimi anni registrano una tendenza della narrativa contemporanea all’uso della storia come quinta teatrale, finzione, teatro d’ombre. Propensione che ritroviamo anche, sia pure con qualche distinguo, nella trama complessa e insieme godibile del nuovo libro concepito da Pelagio D’Afro, pseudonimo che racchiude i nomi di Giuseppe D’Emilio, Alessandro Papini, Roberto Fogliardi e Arturo Fabra. Il rimando storico all’Ancona di quei primi anni del Novecento, in cui la presenza di Gabriele D’Annunzio risulta accertata, e il fedele richiamo paesaggistico alla riviera del Conero si mescolano nella vicenda narrata, dando vita a un affresco dalle ombrose tinte di un giallo d’antan. Gli autori rivelano maestria stilistica nel maneggiare con scioltezza personaggi, natura ed età storica in modo da restituire una dimensione squisitamente decadente. Ed è altrettanto adeguata la scrittura misurata e calibratissima, sorretta da un fine tratteggio dei protagonisti e da continui riferimenti al contesto ambientale. Tanto che la prosa procede, pagina dopo pagina, con una levità che sembra danzare sulle cose fino a condurre il lettore, in maniera avvincente e suggestiva, nel fitto dei segreti grandi e piccoli che ruotano attorno alla vicenda.

 

 
 
 
 
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