Creatività. Normalissima improbabilità?

Creatività. Normalissima improbabilità?
Quotidianamente capita di sentire considerazioni riguardanti la creatività di un certo disegnatore famoso, di équipe di studiosi capaci di inventare qualcosa di nuovo o addirittura la creatività intrinseca di un qualcuno che ha cambiato le sorti dell'umanità attraverso un'idea geniale e, appunto, molto creativa. Uno dei matematici più influenti del Novecento, David Hilbert, quando un suo allievo gli raccontò della rinuncia agli studi di un ragazzo piuttosto promettente disse: "Mi hai detto dunque che vuole fare il poeta? Vuol dire che non ha abbastanza creatività per praticare la Matematica". In quest'anneddoto, Hilbert considerava la creatività come una sorta di capacità visionaria atta a cogliere forme, quantità e oggetti attraverso una facoltà astrattiva molto sviluppata. Ma la creatività, una volta definita in questi termini, è davvero una facoltà? Per giunta astrattiva? Di cosa stiamo parlando? Di una specie di velo invisibile che possono intuire solo persone con certe abilità, o è una facoltà innata che deve essere fatta emergere dall'interiorità; un po' come la Verità nascosta in tutti gli uomini e che Socrate, mediante l'arte della maieutica, cercava di far riemergere. Più che una facoltà del singolo potremmo considerarla come un processo in cui la materia prima sono certe idee e il prodotto finito è l'Idea, in cui la maiuscola è d’obbligo. Pertanto, il processo "creativo" è un percorso omogeneo volto a escludere le idee “poco interessanti”, fino a giungere all'Idea vera e propria. I rischi sono però quelli di avere parametri troppo rigidi per irregimentare il processo e ciò potrebbe risultare controproducente. Si introduce perciò un'insieme di regole meta-processuali o meta-regole, aventi come oggetto il processo stresso, allo scopo di indebolire il rischioso limite rigido del “seguire le regole del processo” in senso imperativo. Inoltre è fondamentale ammettere la possibilità d’errore nel processo, alfine di rendere possibile la stabilizzazione delle proprie credenze. In altre parole, se la creatività si basa sulla continua riorganizzazione di regole, è possibile giungere a un “salto paradigmatico” in grado di far collassare l’intero processo creativo e aprire così nuove strade. Se dovessimo azzardare un’esempio, le rivoluzioni scientifiche ne sono il caso campione. Se prendiamo in considerazione il passaggio dalla fisica aristotelica alla fisica newtoniana, in cui il mondo passò dalla visione euclidea (gli oggetti compiono solo traslazioni e rotazioni) del movimento, in cui le cose “cadevano” poiché andavano a occupare il loro luogo “naturale”, alla valutazione di un certo oggetto spazio-temporale in relazione al tempo generando così il termine “accelerazione”, possiamo osservare le continue revisioni e disaccordi sui concetti “intuitivi” di spazio e tempo. Revisioni che, dopo un lungo processo appunto, hanno portato a un cambiamento nel paradigma di un’intera disciplina...
Il saggio di Simone D'Alessandro è decisamente coraggioso, in quanto tratta di un soggetto-tabù interdisciplinare senza servirsi degli strumenti delle scienze cognitive o di improbabili valutazioni scientifiche o formalizzabili. Se dovessimo categorizzare il sapere in due grandi macroaree come le arti e le scienze, la creatività resterebbe un invariante fondamentale per la progressione e l'accumulo delle aree disciplinari, fino a interessare lo specifico studio scientifico o la specifica innovazione in ambito artistico. Vi sono addirittura biologi che hanno parlato di creatività evolutiva nei termini in cui sia il processo di speciazione che di selezione naturale abbiano delle variabili “incontrollabili” molto simili al processo creativo descritto da D'Alessandro (pp. 216-217). Inoltre è opportuno sottolineare la lettura decisamente interessante del paradosso creativo (p. 224), in cui D'Alessandro evidenzia l'importanza del rapporto tra soluzione e problema, rapporto frequentemente irrorato da numerose contraddizioni e revisioni delle proprie credenze. Assumere il fuoco prospettico della creatività permette dunque di depotenziare la formalità delle singole discipline e fornisce l'ausilio per concepire il sapere non come una grande tassonomia, ma come un insieme di problemi e un insieme di strategie risolutive in cui la creatività è la soluzione maggiormente ergonomica. Infine è necessaria una breve menzione alla sezione dedicata ai problemi aperti (p. 255) in cui si osservano quali ambiti e in quali situazioni si possa ancora parlare di processo creativo o di semplice emulazione, in particolar modo applicando queste valutazioni addirittura agli ordinamenti giuridici e statuali. Tenendo conto della quantità esigua di saggi in lingua italiana, possiamo considerare il saggio di D'Alessandro un contributo non trascurabile per chi intenda approfondire il problema della creatività in ambito sociologico.

 

 

 
 
 
 
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