Chissà chi ho intervistato quando ho intervistato J.T. Leroy

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Per mesi e mesi, nel 2004, “corteggiai” via mail J.T. Leroy ‒ allora astro sfavillante della narrativa americana e tutt’altro che senza motivo ‒ per farmi concedere un’intervista esclusiva. Il mio interlocutore telematico ‒ chiunque egli/ella fosse ‒ si rivelò disponibilissimo eppure inafferrabile: ti inviava magari una mail al giorno, un pensierino affettuoso, una battuta, un emoticon; ma quanta fatica per scrivere le risposte alle tue domande.




Certo, poi alla fine, settimane e settimane dopo, le risposte arrivarono, a 3 domande su circa 10, ma mi accontentai, felice dello scoop e sicuro di aver stabilito un “contatto” per giunta affettuoso con uno scrittore al quale guardavo (e guardo) con ammirazione. Per la cronaca, riporto domande e risposte in questione di seguito:

Quanto sono lontani i paesaggi del tuo West Virginia dai colori, dai sapori di Roma che hai avuto modo di conoscere nel 2002?
Beh, nei miei libri mi sono limitato a scrivere del West Virginia. Con Roma potrei riempirne pile e pile...

Per te sono più importanti i libri o gli amici? E i libri sono amici?
Sono cose molto diverse, difficile dire qual è la più importante. Ho bisogno di scrivere per la mia sanità mentale, ma farei qualsiasi cosa per poter riuscire a smettere. Ma a quanto pare è una cosa che devo fare. Mi viene fuori dalla testa, è un processo benefico, sai, mi fa bene anche se a qualcuno può sembrare traumatico. Per quanto riguarda i miei amici... beh, alcuni di loro sono famosi e la gente ne parla, ma la maggior parte no. Da parte mia io faccio tesoro di loro allo stesso modo. Nemmeno riesco a dirti quanto. Mi sento benedetto dalla presenza di così tante brave persone nella mia vita, il genere di anime che soffiano la vita nel mondo.

Come vedi l’eventualità di scrivere un romanzo di pura fiction? Qualcosa in cui il pubblico non riesca a vedere nulla della tua vita?< br/> Penso che gli scrittori abbiano una loro essenza, come i cuochi. Ho notato che tutti i piatti cucinati dalle persone hanno un gusto che li contraddistingue, anche se usano spezie diverse, come una firma. E così è per gli scrittori: tu puoi dire “Questo l’ha scritto Caio, questo Sempronio”. Ognuno ha la sua essenza, il suo gusto per le cose che ritiene importanti. Personalmente non credo ci sia nulla come la scrittura autobiografica. Ricordo di aver letto qualcosa su questo esperimento: hanno preso degli studenti del terzo anno di Legge, li hanno condotti ad un processo simulato. Nel bel mezzo del processo, i ricercatori hanno simulato una rapina a mano armata. Nessuno sapeva che era una rapina finta, ed i ragazzi erano terrorizzati. I ricercatori hanno filmato tutto, così da avere un fatto, un riscontro oggettivo. E poi hanno raccolto le testimonianze di tutti i presenti. Nessuno è riuscito a descrivere le cose correttamente: come erano vestiti i rapinatori e così via. Ogni esperienza si è rivelata molto personale e soggettiva. Così, se mia madre avesse scritto un libro sarebbe stato molto, molto diverso, non trovi? Quello che davvero voglio dire è che la gran parte di ciò che la gente vive come esperienza è molto soggettivo ed è in gran parte metafora. Ed è il motivo per cui anche tutto quello che scrivo, anche se potrebbe non sembrare, è completamente fiction.

Quando poi nel 2005 dovetti occuparmi per lavoro del film di Asia Argento Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, mi ripromisi di presentarmi di persona a J.T. ‒ che sapevo sarebbe stato presente alla conferenza stampa di Roma ‒ per continuare a voce la nostra conversazione via mail, che nel frattempo non si era interrotta. Dopo aver assistito a una sostanziale scena muta del giovane biondocrinito incappellato occhialuto scrittore davanti alla platea dei giornalisti, che pure si era più volte sciolta in affettuosi applausi ai suoi stitici sussurri, mi sono avvicinato a lui e ho iniziato a chiacchierarci. Dai 10 minuti seguenti ho tratto alcune certezze:

a) la persona che mi stava di fronte non aveva la più pallida idea di chi ero nonostante ci fossimo scambiati una cinquantina di e-mail personali (pensai che era strafatto o “poco lucido” come si conviene a una star massacrata dal jet-lag);

b) la persona che mi stava di fronte era palesemente di sesso femminile (fianchi da donna, sederotto da donna, collo da donna, mani da donna: a 20 cm di distanza sembrava una ventenne di quelle che incontri sulla metropolitana).

Ai colleghi presenti, che avevano tutti nessuno escluso avuto la stessa sensazione, un sedicente beninformato spiegò che J.T. era “in cura ormonale per cambiare sesso”. Dopo la deflagrazione dello scandalo letterario che ha svelato la reale identità di J.T. Leroy, credo di poter dire con quasi certezza che l’autrice delle e-mail era Laura Albert (a saperlo andavo a salutare lei, c’era!), e con assoluta certezza che la persona con la quale ho amabilmente conversato per un po’ era la cicciottella attrice/performer Savannah Knoop. Ah, dimenticavo. Con J.T. non ci siamo più scritti. Qualcosa si era rotto tra di noi, vai a capire cosa.


I LIBRI DI J.T. LEROY


 

 
 
 
 
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