Intervista a Abraham B. Yehoshua

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Abraham B. Yehoshua è un omino dalla pancia prominente e dai modi molto energici malgrado l’età. I lineamenti marcati incorniciati da una zazzera bianca che spicca da morire sul suo completo nero (veste il lutto per la recente scomparsa dell’adorata moglie), gli occhi inquieti, lo stranissimo accento con cui parla inglese rendono egli stesso un personaggio da romanzo, prima che un romanziere tra i più stimati e seguiti a livello internazionale degli ultimi decenni. Lo incontriamo durante Tempo di Libri 2017 a Milano: una sala gremita aspetta di conoscere la sua idea di letteratura, di capire come vede il mondo, di rintracciare nelle sue riflessioni le emozioni che ha provato leggendo uno dei suoi tanti romanzi.




Noga, la protagonista del tuo La scomparsa, è una donna inquieta, spigolosa, colpisce la sua ostinata scelta di non avere figli. Come nasce un personaggio così e come nascono tutti i tuoi personaggi?
Quando inizio a scrivere un romanzo, ci metto circa cinque mesi solo per scrivere le prime pagine. Cinque mesi! Perché? C’è un motivo, ed è che all’inizio di un romanzo si decidono un sacco di cose, per esempio chi è il protagonista, cosa pensa e così via. E allora scrivo e riscrivo, ancora e ancora, cerco di capire, di approfondire. Dopo va tutto più veloce, la scrittura va da sé. La cosa importante però è che quando ho finito la stesura del romanzo e rileggo le prime pagine, noto sempre che tutto è già lì, la chiave del libro era lì, in quelle pagine, ma non l’ho capito subito quando le ho scritte. E così anche quando ho iniziato a scrivere La scomparsa non sapevo perché la protagonista, la musicista Noga, non aveva voluto figli. Era una cosa che mi limitavo a sentire, senza saperla: l’ho capito solo alla fine della scrittura, il perché. Ho riletto tutto e mi sono accorto che la chiave era là, davanti ai miei occhi, nell’inizio del romanzo. Noga non ha voluto figli, ma la spiegazione non è la solita – la carriera, il fatto che non crede nel futuro di Israele – sarebbe una spiegazione troppo facile: il punto per Noga è la simbiosi totale che esiste tra i suoi genitori, ed è questa la ragione profonda alla base della sua decisione. Non ha trovato un posto suo tra quei due genitori così legati, uno spazio, un posto da figlia. Un consiglio per i giovani scrittori: è vero che mentre si scrive si deve sapere la direzione in cui si sta andando, ma non devi pretendere di controllare tutto, devi lasciare uno spazio vuoto in modo che il tuo inconscio possa esprimersi e riempirlo. Vi rivelerò un segreto: è la prima volta che lo faccio nella mia carriera, ma stavolta prenderò il personaggio di un mio romanzo e lo inserirò in un altro. Nel romanzo che sto scrivendo farà un’apparizione proprio Noga e – tenetevi forte – avrà un bambino. Sarà una madre single, non voglio anticiparvi troppo. Mi è parso che a 42 anni potesse permettersi questa scelta di vita.

Guardando indietro alla tua lunga carriera, come ti definiresti come scrittore? Quali sono gli aspetti di una storia che ti interessa di più raccontare?
Uno scrittore è come un regista cinematografico. Deve pensare ai dialoghi, agli attori, all’ambientazione, agli arredi, al suono, alla luce, ai costumi, a tutto quello che concorre a fare una storia. Ma quale storia raccontare? I romanzieri si dividono secondo me in due categorie: quelli che parlano di un certo mondo, che lo esplorano e lo ri-esplorano, e quelli che affrontano temi diversi ogni volta. Io in particolare sono uno scrittore di temi, di argomenti. Trovo un argomento che mi affascina e ci costruisco attorno una storia. Prendiamo William Faulkner, per esempio: un grandissimo scrittore, forse il più importante scrittore americano del XX secolo. Faulkner ha scritto sempre soltanto di un luogo circoscritto, di un tempo circoscritto: ancora e ancora, con i personaggi che passavano da un romanzo all’altro. Faulkner è quindi uno scrittore di mondi. È uno il mondo che lui indaga, sempre quello, sebbene da angolazioni diverse. E così per fare un altro esempio Aharon Appelfeld, che impernia tutti i suoi libri sul mondo della Shoah, ogni volta con sfumature differenti ma sempre lo stesso mondo. Noi scrittori di temi lavoriamo diversamente – non per questo siamo migliori o peggiori, sia chiaro: siamo soltanto diversi. Mi interessa il tema degli ebrei europei del Medioevo? Scrivo di quello. Mi incuriosiscono i rapporti tra persone che si possono creare in un garage di Gerusalemme? Scrivo di quello. Un soggetto mi attrae e io lavoro su quello, cambiando ogni volta.

Come la gastronomia, anche la scrittura parte da una urgenza, si esplica con un artigianato antichissimo e può toccare vette altissime di raffinatezza. Entriamo se permetti nella “cucina” di Abraham B. Yehoshua, lasciaci imparare un po’ della tua arte di chef…
Non credo che la domanda sulla “cucina dello scrittore” abbia molto senso. Né che lo abbiano queste tipiche curiosità sul metodo di scrittura quotidiano di ogni scrittore che tanto piacciono al pubblico. Anche da insegnante di letteratura ho sempre cercato di sviare i miei studenti da queste curiosità: sono questioni forse importanti per i biografi, per gli studiosi, ma non hanno grande importanza secondo me. Ogni scrittore nella sua cucina si comporta a modo suo: c’è chi scrive di getto, chi no: io a volte lo faccio e altre volte lavoro diversamente, senza un metodo fisso. Le cose davvero importanti sono la filosofia dietro alla scrittura, le idee sul mondo di un autore. Leggo tanti libri di oggi e osservo che ruotano quasi sempre attorno al tema del segreto. Un personaggio ha un segreto, oppure un personaggio scompare e non si sa che fine ha fatto, oppure un personaggio arriva da un luogo lontano – dall’estero! – portando con sé un segreto, o scopre improvvisamente qualcosa su lui stesso, per esempio che è omosessuale e prima non lo sapeva o roba del genere: misteri, traumi. Vedo una Letteratura intera costruita così e mi domando: c’è qualcuno che conosci che ha nella sua vita tremendi segreti oscuri che gli hanno sconvolto la vita? Leggendo i romanzi in giro pare che sia così in tutte le famiglie! Mah… Sarà che io ho avuto una vita privata estremamente tranquilla, lineare per non dire noiosa. La questione vera riguardo a uno scrittore è come porta avanti la narrazione, come la sviluppa. Prendiamo Delitto e castigo: per Dostoevskij non è il mistero il centro, sappiamo chi è l’assassino sin dalle prime pagine infatti. Il centro è come l’assassino sviluppa la sua personalità, come e perché arriva alle sue scelte, chi è davvero. Ecco il senso della scrittura, non i segretucci da scoprire come in un gioco morboso.

Il tuo primo libro e assieme il tuo primo grande successo, L’amante, è un romanzo che può essere letto in tanti modi diversi: la reazione di un Paese alla guerra, i rapporti sociali e personali tra arabi e israeliani, la cronaca di un amore in disfacimento e di un altro che nasce. Qual è la “giusta” chiave di lettura, se ce n’è una sola?
Mi stupisce ogni volta pensare che L’amante sia un libro adottato a scuola in Israele, a guardarlo da fuori tutte le magagne di Israele sono spiattellate lì senza complimenti. Eppure la gran parte delle royalties che percepisco sulla vendita di quel romanzo vengono proprio dagli studenti israeliani e ogni tanto mi capita persino di incontrare per la strada qualcuno che mi accusa bonariamente di avergli tolto il sonno perché ha dovuto studiare il mio libro. Il cuore de L’amante è stata in realtà la mia scelta di proteggere il matrimonio, nei miei libri. Vedevo che negli anni ’70 tutti facevano a pezzi il matrimonio come istituzione, tra divorzi e tradimenti anche nei romanzi il matrimonio era davvero molto maltrattato. Io ho avuto la fortuna di vivere con la stessa moglie felicemente per cinquantasei anni, purtroppo è morta sei mesi fa e porto il lutto su di me e una profonda depressione dentro di me per questo. Ho avuto un matrimonio felice, e credo che anche il matrimonio dei protagonisti de L’amante lo sia, a suo modo, e abbia un senso. Il marito porta un amante alla moglie non perché lei si annoia o è inquieta, ma per amore: lei ha perso la libido dopo la morte del figlioletto e lui spera così di risvegliare in lei il desiderio sessuale.

Per uno scrittore israeliano della tua levatura è ineludibile l’argomento del conflitto israelo-palestinese. Quale fase di questa tormentata, infinita vicenda stiamo attraversando oggi?
Quella di avere arabi tra di noi è per noi ebrei un’esperienza del tutto nuova. Per secoli siamo stati noi la minoranza in seno ad altri popoli, in altri Paesi, entro altri confini. Siamo stati una minoranza in tutta la nostra storia, oggi abbiamo una minoranza etnica dentro casa. Se si considerano le cose con distacco e obiettività, mi pare che arabi ed ebrei abbiamo tutto sommato lavorato abbastanza bene per integrarci. Con tutto quello che è successo in passato – guerre con Paesi arabi, Intifada, tensioni, violenze – se vediamo il livello di integrazione che c’è oggi ne siamo piacevolmente stupiti. Mi pare che i due popoli abbiano saputo dare vita a una coesistenza tutt’atro che fallimentare. Lo possiamo chiamare un successo. Vi vorrei ricordare che un Presidente israeliano è stato condannato a sette anni di galera da un giudice arabo e non c’è stato nessuno che abbia protestato per questo: era un giudice di Israele che ha emesso una condanna in base alla nostra legge, punto. Guardo ogni giorno con stupore e gioia al livello altissimo di integrazione raggiunto in Israele, anche se i problemi da superare naturalmente non mancano. C’è chi dice che sono troppo ottimista, ma forse dipende dalla storia della mia famiglia. Siamo da tantissimo tempo in Israele, ci siamo venuti a metà dell’Ottocento. Mio padre era un orientalista, studiava e insegnava le lingue arabe quindi ha sempre avuto rapporti con questa cultura. Lui mi ha insegnato che pur non facendosi illusioni romantiche su questi temi, i palestinesi sono per noi una sorta di “cugini” che abbiamo il dovere di integrare nella nostra società. Anzi è una sorta di missione per noi, perché abbiamo preso una parte delle loro terre, è il minimo che possiamo fare.

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