Intervista a Achille Occhetto

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Achille Occhetto, il compagno Akel, è tutto fuorché un reduce rancoroso e pieno di rimpianti. Ciononostante ha ancora tanti sassolini da togliersi dalle scarpe. Era segretario del Partito Comunista Italiano nei giorni del crollo del Muro di Berlino, e lo ha guidato attraverso il deserto fino alla Terra Promessa di una “normale” democrazia dell'alternanza, non più ostaggio delle manovre da Guerra Fredda di USA e URSS. Ma questa traversata del deserto è culminata - purtroppo per lui e non solo per lui - in una pesante (e inaspettata) sconfitta elettorale nel 1994, l'anno dell'ascesa al potere di Silvio Berlusconi. Come è potuto avvenire tutto questo? Lo abbiamo chiesto a Occhetto in occasione della fiera PiùLibri PiùLiberi, nell'ambito della quale ha presentato un libro che ricorda appunto quei giorni. Ecco cosa ci ha raccontato (sassolini inclusi).




Perché raccontare questa pagina di storia proprio oggi?
Ho scritto il mio libro La gioiosa macchina da guerra con grande emozione, ma anche con grande fatica psicologica. Abbiamo vissuto momenti esaltanti ma anche “un indicibile dolore”, per citare l’Enea virgiliano: e quindi è stato difficile raccontare. Ma sentivo forte il bisogno di rispondere ad alcune critiche che continuano a riecheggiare vent’anni dopo la Bolognina, di rispondere a chi mi chiede come è potuto avvenire il passaggio da comunismo a socialismo democratico: con una radicale trasformazione, certo, ma secondo me anche con radicale coerenza. La scrittura appunto mi è servita a far capire il percorso ideale che è stato seguito, e che la svolta non è stata un fulmine a ciel sereno. A ripercorrere il cammino della libertà, la strada di un comunista originale, con una cultura per certi versi minoritaria. Durante la Resistenza, per dirne una - lo racconto nel libro – nella mia cameretta c’era la sede della Resistenza cristiana, vedevo questi giovani coraggiosi e mi ricordavano gli eroi del Risorgimento. Il Muro poi li ha divisi e oggi è ancora vivo il progetto di riunirli. Ecco da dove parte il cammino che ha portato alla Bolognina: fossi stato francese non mi sarebbe mai potuta venire in mente una cosa come la svolta. Rivendico la necessità di aver presenti le proprie radici quando si fanno radicali cambiamenti, altrimenti si vaga nel vuoto come zombie, senza punti di riferimento.


La storia della svolta è la storia di un fallimento?
Solo in parte, ma perché? Perché si è data la risposta sbagliata alla dinamica sinistra-libertà? O piuttosto perché ci fu chi ha remato contro? Non rimprovero chi fu contro la svolta apertamente, presentando progetti, idee. Biasimo il lavorìo sotterraneo di certi burocrati. E oggi non è corretto archiviare la storia della svolta come curiosità autobiografica né cavarsela con una scappellata al “coraggio di Occhetto”. La verità è che non si doveva costruire il nuovo con il peggio del PCI e della DC. La verità è che si è voluto far scendere l’oblio su quella stagione politica, oggi si parla del PD come di una derivazione diretta dal PCI, come se in mezzo non ci fosse stato niente, non fosse successo quello che è successo.


Facciamo un po’ di fantapolitica: come sarebbe andata la storia se il PCI di Occhetto non avesse fatto la svolta?
Probabilmente ci sarebbe stata una diaspora, già una parte del partito stava lavorando per confluire nel PSI di Craxi. E chissà, magari qualche nostro dirigente di allora avrebbe finito anche lui i suoi giorni ad Hammamet.


Ti sei mai pentito di aver pronunciato la fatidica frase sulla “gioiosa macchina da guerra”?
Già, quella che poi è diventata l’emblema di tutte le sconfitte, una specie di colonna infame che mi perseguita da un ventennio. Eppure fu una battuta ininfluente a margine di una dichiarazione rilasciata a un gruppo di giornalisti, passò inosservata e solo successivamente fu ritirata fuori e sottolineata. Se le elezioni fossero andate diversamente sarebbe passata alla storia come una sintesi geniale, probabilmente.


Cosa ci ha insegnato il 1994? E come farne tesoro per il presente e per il futuro?
La cosa grave è quello che non ci ha insegnato. Non ci è servito per esempio per analizzare seriamente il berlusconismo e non limitarci solo alle facezie. La data di nascita del berlusconismo però a dire il vero non è il 1994, si tratta di un fenomeno sociale e culturale che parte con la cosiddetta “Milano da bere” e che dal punto di vista politico inizia quando il centrosinistra abdica e inizia a fare la respirazione bocca a bocca a Berlusconi. Non è tanto grave perdere le elezioni una volta: è grave continuare a perdere non per colpa ma per dolo autolesionista. Berlusconi si è asfaltato da solo e forse lo avrebbe fatto anche prima, ma va asfaltato il berlusconismo per bonificare il terreno. Occorre uscire dalla morsa tra opportunismo moderato e certificazione di impotenza. Serve una autentica contaminazione tra i diversi riformismi. Servono piattaforme ideali su cui discutere, nel PCI non erano ammesse correnti ma solo piattaforme, ora le correnti ci sono ma sono sparite le piattaforme. È necessario organizzare delle primarie non dei nomi ma delle idee, tra l’altro con gli strumenti tecnologici oggi a disposizione sarebbe facilissimo coagulare le persone attorno a delle proposte. Non basta scegliere un leader, bisogna costruire un sentire collettivo, uscire dall’emergenzialità, andare oltre gli ex, avviare una reale rottamazione e fare spazio a una nuova generazione. Riapriamo un dibattito onesto e sincero: non mi pare di chiedere molto.

I LIBRI DI ACHILLE OCCHETTO



 

 

 

 
 
 
 
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