Intervista a Albert Espinosa

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Ad Albert Espinosa hanno amputato una gamba a 14 anni, asportato un polmone a 16 anni e parte del fegato a 18 anni. Tutto per un maledetto tumore, un osteosarcoma metastatico. Ma questo dolore incredibilmente non lo ha piegato, anzi gli ha dato la forza e la voglia, come un profeta sopravvissuto, di raccontare la sua storia. Al di là del pietismo autobiografico, lo sceneggiatore e scrittore catalano ha trovato una formula vincente: creare degli eroi che afffrontano il cancro e la morte con coraggio e umanità. Sono i protagonisti di una serie televisiva che ha avuto un enorme successo in tutto il mondo e lo ha reso - oltre che un miracolato - un autore di culto. Abbiamo incontrato Albert a Roma, in una libreria del centro. Al piano di sotto, lo aspettavano centinaia di fans. Noi, quasi di nascosto, eravamo al piano di sopra a chiacchierare, tra gli scaffali.




Che cos’è questo caos interiore di cui parli nel tuo libro Braccialetti azzurri?
Semplicemente il caos, la personalità di ogni individuo senza giudizi o morali. Io credo che ciascuno sia il suo caos, che sia proprio quello che lo rende differente, che ti rende unico. E penso che il libro parli di questi cinque personaggi che muoiono, ma prima imparano a vivere, e che lottano contro un caos prestabilito. Credo che alla fine sia esattamente il caos il territorio in cui devi crescere e cambiare.

Come mai viviamo facendo sempre finta che la morte non ci sia?
Io credo di aver avuto la fortuna (diciamo così) di aver ricevuto molto presto una diagnosi infausta: a tredici anni mi avevano dato solo il 3% di possibilità di sopravvivenza. Mi consigliarono di andare sull’isola di Minorca a passare il mio ultimo mese di vita e lì, per quanto dopo avessimo trovato un trattamento alternativo, in quei tredici giorni ho conosciuto molta gente che aspettava di morire ma che aveva una grande energia. Mi viene in mente la frase di Dickens: “Muoriamo a 27 anni, ma ci seppelliscono a 72” e penso che in definitiva il triste non è morire, ma non aver vissuto intensamente. E i miei libri cercano appunto di insegnare a sapere che morirai, per imparare a godere ogni giorno la tua vita attraverso la ricerca del tuo caos.

Quindi si può imparare a morire?
Non solo si può, ma credo sia importantissimo. Tutto sommato la nostra è una società strana, non guarda alla morte e quando arriva resta sorpresa e si addolora eccessivamente. Ho sempre pensato che quando muore qualcuno questo si moltiplica dentro di te e nella gente che lo ha conosciuto. E credo che alla fine, se non morisse nessuno, parlare della morte non avrebbe senso. Penso però che Braccialetti azzurri sia un romanzo positivo, che trasmette molta vita e che racconta come questi personaggi alla fine trovino la loro strada e decidano di rischiare per vivere il tempo che resta loro.

Hai un grandissimo successo. Bambini e ragazzine che ti seguono ovunque con enorme affetto e ammirazione. Te lo aspettavi?
No, è stata una follia. Il mio primo libro è stato tradotto in quaranta lingue ed è stato pubblicato in tre milioni di copie, e la serie televisiva Braccialetti rossi ha raggiunto quasi 25 nazioni diverse. Credo che il segreto sia che a questi ragazzi nella serie noi parliamo come a delle persone, e non come a dei bambini. Non ci sono un padre e una madre che dicono loro “studia”, “mangia”, ma voci che realmente parlano della loro vita e della morte. L’idea era che si sentissero molto importanti, e credo che questo sia arrivato nel romanzo e anche nella serie, visto che quando l’ho scritta son partito dal presupposto che non ci fossero soldi, ma si dovesse “trafficare” in emozioni. So benissimo che molti prima hanno visto la serie televisiva, ma poi han deciso di leggere anche i libri. È assolutamente incredibile che in Spagna, Argentina e in milioni di posti ai giovani siano arrivate la storia e la serie.

Come sarebbe stata la tua vita senza la tua malattia?
Non lo so. Non ci penso mai, ma credo che proprio la malattia mi abbia cambiato la vita, perché mi ha portato a Braccialetti rossi: e da quello è arrivato conoscere Spielberg, viaggiare in così tanti posti. Tutto iniziò come una pièce in un piccolo teatro di Barcellona, poi un piccolo film – andato anche al Festival di Giffoni dove ha vinto un premio – poi il libro e infine la serie televisiva. Sapevo che c’era una storia che poteva arrivare, ma ho dovuto aspettare queste quattro tappe… perché di fatto è stato con la serie che si è creato un mondo suo proprio. Una storia che ho passato dieci anni della mia vita a cercare di realizzare, lottando contro il cancro intanto. La storia degli ospedali e di questi bambini con i braccialetti rossi, che sono come dei supereroi con il braccialetto invece del mantello.

Come immagini il tuo futuro adesso?
C’è l’idea di fare un film di Braccialetti azzurri e poi se tutto va bene stiamo negoziando con Palomar per farne una fiction.

Come ci si sente a essere un simbolo per il tuo pubblico e per i malati di tumore di tutto il mondo? Te ne rendi conto?
Non so. No, in realtà no. Io credo che in fondo sia una gioia vedere i cambiamenti in quegli ospedali, vedere la gente che cambia modo di pensare sui malati. Adesso forse nemmeno il cancro è lo stesso. E in fondo era l’idea che avevo quando ho scritto la serie: mostrare che anche la malattia poteva essere differente. Ed è qualcosa che è arrivato in tutti i Paesi in cui è stata tradotta la storia, dal Cile alla Germania, all’Italia. Credo che per me sia una grande gioia. Credo sia quello che ci ripromettemmo in ospedale: raccontare la nostra storia, perché la gente vedesse quale era la realtà e non si fermasse alle immagini di bambini tristi e calvi che vengono diffuse dalle associazioni per la lotta ai tumori.

Hai dato tanto, cosa hai avuto da chi ti segue? Ho letto che ricevi circa 8000 mail al giorno…
Sì, tantissime. 4000 solo dall’Italia, mi pare. Credo che ogni mail ti racconti una parte di una vita, di qualcosa che è successo a chi scrive. Mi rende felice vedere a quanta gente sia cambiata la vita leggendo i miei libri.

In Oncologia, come ben sai, è molto importante la comunicazione. Ti sembra di fare anche questo tipo di lavoro, per i pazienti?
Io credo di sì. Anche i miei libri lo spiegano, raccontano la paura della chemioterapia. Il grande nemico non è il cancro, ma la chemio. E fa paura. Non è facile spiegarlo. È importante quindi spiegare i trattamenti, come stanno cambiando. Credo fosse importante. Alla fine gli oncologi fanno un lavoro molto importante, ma sono molto soli, muoiono molti loro pazienti e ognuno lascia una piccola ferita. L’idea della serie, quando ho deciso di scriverla, era rimanere dal punto di vista dei bambini, dei pazienti, non dei medici, perché mi pareva interessante vedere come i bambini vedevano la figura del medico, dell’infermiere e di tutti quelli con cui entrano in contatto ogni giorno. Credo che oggi la gente abbia meno paura di avere il cancro, dopo aver visto nella serie che si tratta di un percorso che può avere un inizio e una fine.

In Braccialetti rossi tutto nasce da una esperienza persona. In Braccialetti azzurri invece? Da dove vengono i cinque personaggi?
Nei miei giorni a Minorca, prima di abbandonare l’hospice e tornare a casa, ho potuto conoscere una serie di personaggi che ho cercato, attraverso la letteratura, di trasformare in una sorta di figure da Piccolo principe. La sensazione di un’isola diversa. Il libro l’ho scritto tra Ischia e Lanzarote, due isole molto cinematografiche, Italia e Spagna, i due Paesi dove mi sento meglio e dove la serie tv ha avuto più successo. Anche per questo avevo voglia di vivere per un po’ in entrambi i Paesi.

È cambiato il tuo modo di approcciare la scrittura dopo il successo?
Sì, ma anche no. Non è diventato un mestiere, se è quello che intendi. Per il momento volevo solo finire la trilogia. Non so tornerò a scrivere, a lavorare a una serie. Credo che mi prenderò delle ferie, una lunga vacanza. Riposerò. Perché mi succedano altre cose. Ma di certo è stato un periodo molto bello. Che ancora continua, visto che ogni settimana la serie viene trasmessa da qualche parte, persino in Russia, in Israele… E passare da una piccola stanza di ospedale al grande schermo del cinema è un po’ una pazzia. Ma io credo che si dovesse parlare della morte. Ho sempre pensato che uccidere Davide fosse qualcosa che un canale televisivo non avrebbe mai permesso, ma me lo hanno lasciato fare. E penso che fosse importante scrivere una storia sulla morte, quella vera, anche perché alla fine si parla oltre che del cancro di sopravvivere, e di capire la tua vita attraverso della morte. Braccialetti rossi utti mi dicevano che era corto. E allora ho pensato: “Bene, facciamo la trilogia dei colori, allora”.


I LIBRI DI ALBERT ESPINOSA


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