Intervista a Alberto Bracci Testasecca

Alberto Bracci Testasecca
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È il traduttore, tra gli altri, di Anna Politkovskaja, Eric-Emmanuel Schmitt, Jane Gardam, Laurence Cossé e John Pilger. Cavolo, pensi, qui bisogna mantenere un certo aplomb. Ma poi ti rendi conto fin dalla copertina del suo ultimo libro che Alberto Bracci Testasecca è una persona ironica, umile e sensibile. E allora ti rilassi e poni le domande così come vengono e ti dici “peccato non poterlo intervistare dal vivo ma soltanto via mail”.
Nel tuo ultimo divertente romanzo Volevo essere Moccia analizzi il cosiddetto “fenomeno Moccia”. Secondo te Federico Moccia ha soltanto descritto il mondo degli adolescenti o, in un certo senso, lo ha influenzato?
Ho fondate speranze che non abbia descritto il mondo degli adolescenti, ma un certo mondo di certi adolescenti, un ben determinato e limitato settore. Raggruppare tutta l’adolescenza contemporanea sotto l’egida Moccia sarebbe da pelle d’oca, altro che catastrofe ecologica! Più che influenzare, credo che Moccia abbia svolto una funzione di catalizzatore: nel senso che se prima per descrivere quel particolare tipo di categoria umana ci voleva una mezza dozzina di aggettivi (da “superficiale” a “conformista” a “consumista” a “smielato” ecc), adesso per farsi capire basta dire “mocciano” o “alla Moccia”. Codificando gli usi e le espressioni di un certo gruppo, lo ha fatto diventare tribù, quindi sicuramente ha contribuito ad accrescerne il numero, ma non lo ha creato. Moccia è un aedo, non un demiurgo. E tutta l’adolescenza, grazie a dio, non va confusa con l’adolescenza mocciana.

 

Che gli adolescenti si comportino da adolescenti è una cosa piuttosto normale; diverso è quando si “moccizzano” anche gli adulti. Avverti questo pericolo?
Francamente no, non come stile di vita. È un mondo talmente irreale che la vita adulta lo respinge ipso facto, tranne sporadici casi di immaturità benestante. Il fatto che Moccia sia molto letto anche da un pubblico adulto secondo me ha altre spiegazioni legate all’assoluto non impegno di quello che scrive, un po’ come le telenovelas o i fotoromanzi, roba che non sforza il cervello e che procura sogni a corto raggio. Illusione di contenuti per menti vuote.


Ti rigiro la domanda che compare sulla copertina (e sulla quarta di copertina) del tuo libro: “perchè voler essere qualcun altro?”
Infatti non c’è motivo, ma è una frase su cui faremmo bene a riflettere, visto il bombardamento quotidiano a cui tutti siamo sottoposti affinché diventiamo qualcun altro, ci trasformiamo in un “diverso da sé” più bello, più virile, più femminile, più atletico, più intrigante, più aggressivo, più alla moda, più sexy… Voler essere, anziché semplicemente essere, è uno dei mali del secolo, ed è anche il morbo che affligge uno dei personaggi del libro, uno scrittore di nessuna fama che, pur disprezzandolo, prova a essere Moccia per raggiungere il suo successo.


Tu sei anche un affermato traduttore. Perdonami la domanda un po' scontata, quale preferisci tra gli autori che hai tradotto?
Ho un vecchio e sedimentato affetto per Eric-Emmanuel Schmitt, autore di libri indimenticabili come La parte dell’altro o Piccoli crimini coniugali nonché scrittore stilisticamente sopraffino, quindi di grande soddisfazione dal punto di vista di un traduttore.


Infine, una domanda che pongo sempre agli autori che intervisto: ascolti musica mentre scrivi? Se sì, cosa? Ci racconti i tuoi gusti in ambito musicale?
Rigorosamente niente musica mentre scrivo: mi rapisce il cervello e non sono più in grado di scrivere, nemmeno di tradurre. Quanto ai gusti, trovo che la musica sia tutta bella e tutta brutta, nel senso che in ogni genere e in ogni periodo c’è del bello e c’è del brutto. Ultimamente vado a soul music, rythm n’blues, Etta James, Sharon Jones, Erma Franklin, i Temptations…

I libri di Alberto Bracci Testasecca

 

 

 

 
 
 
 
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