Intervista a Aldo Nove

Aldo Nove

Aldo Nove da Viggiù, classe 1967, è stato inserito da Edoardo Sanguineti nel suo Atlante del Novecento Italiano, nel capitolo sulle avanguardie della letteratura italiana. E infatti sin dai suoi acclamati esordi letterari la sua scrittura è stata sorprendente, dinamitarda, pop, modernissima. La modernità di Aldo sta anche nell’aver intuito – tra i primi in Italia – che il web sarebbe potuto diventare un palcoscenico formidabile per gli scrittori: oggi è molto attivo sui social network, e proprio lì ho avuto il piacere di “agganciarlo” e proporgli questa intervista. Tra mangialibri ci si intende.



Come mai hai deciso di narrare la vicenda di San Francesco attraverso gli occhi di un bambino? Hai pensato fosse la cornice più adatta per contenere “tutta la luce del mondo” oppure ci sono altre ragioni?
Io mi ero innamorato sin da ragazzino di San Francesco. Mi è capitato, amando molto la letteratura classica e medievale, di aver letto un autografo francescano che iniziava con “Ego Franciscus idiota et illitteratus” e ho pensato potesse essere l’incipit di un libro. Mi era venuta voglia di imbattermi in questa sfida: scrivere la storia di San Francesco in prima persona. La sfida è fallita ma, avendo trovato alcuni documenti in cui si parlava di un nipote realmente esistito, Piccardo, ho pensato che lo sguardo di questo nipote avrebbe potuto dare un taglio diverso alla figura di San Francesco.


“Il bambino è il padre dell’uomo”: sei d’accordo con questa espressione di William Wordsworth?
Certamente. Il bambino è punto di partenza e punto di arrivo. Uno sguardo candido sul mondo che poi si perde crescendo, ma crescere davvero è lavorare per acquisire di nuovo quello sguardo. Siamo tutti arrabbiati, tutti frustrati… c’era un traffico oggi a Roma! Bisogna ritornar bambini!


San Francesco, figura di rottura rispetto alla tradizione ecclesiastica medievale, povero e rivoluzionario. Cosa rappresenta per te? Come mai hai deciso di riscoprire questa figura?
Viviamo tutt’ora in una fase medievale. Si tratta tuttavia di un medioevo diverso perché il XIII secolo era un periodo di transito, collocato tra l’età feudale e l’età comunale. La figura di San Francesco, membro della nascente borghesia, mi ha interessato perché ha saputo interpretare una crisi storica in modo estremamente radicale.


Trattare di San Francesco significa anche contestualizzarlo in età medievale; qual è il medioevo dipinto nel romanzo? E quanto c’è ancora di medievale nella nostra contemporaneità?
Ho voluto sottolineare che c’è una differenza fondamentale data dalla morte dell’immaginazione. La cultura scientifica e il predominio mostruoso della finanza hanno annichilito la nostra capacità di immaginare. E’ tutto in Internet e sugli hard disk, non più nel cervello o nel nostro cuore.

Nelle tue opere sei sempre stato molto attento alla sperimentazione linguistica, rinnovando e adeguando ai tempi la tua prosa. Non si può trascurare l’importanza ricoperta da San Francesco nello sviluppo della lingua italiana. Qual è l’importanza nel saper adattare la scrittura alle contingenze linguistiche, sociali e tecnologiche? Si rischia un impoverimento della lingua o la si arricchisce?

Dipende da chi affronta la cosa. Nei momenti di crisi artisti, scrittori, musicisti propongono delle soluzioni secondo la loro sensibilità e poi si vede cosa ne viene fuori. Io cerco di usare i miei strumenti, quelli della poesia e della narrazione, per fare qualcosa.


È un momento di crisi sul piano letterario?
C’è tutto e non c’è niente. È un momento di assoluta orizzontalità. L’indice di Google fa sì che la più assoluta scemenza che si trova su un blog possa avere enorme visibilità. Questo è anche affascinante… Krisis in greco significa anche trasformazione.



Ci sono altre figure nella storia alle quali ti senti di attribuire la humanitas, per dirla alla latina, di Francesco d’Assisi? Figure che, senza pregiudizi, si sono spese per il prossimo solo ed esclusivamente in relazione alla condizione umana che ci accomuna tutti?
Quello di cui era appassionato Francesco, cioè Gesù Cristo. In Oriente c’è Buddha.  Meister Eckhart, Santa Teresa d’Avila, San Giovanni della Croce. Anche nel ‘900 ci sono stati grandi maestri come Ramana Maharshi, Nisargadatta e Osho.


Citando lo scrittore britannico Gilbert Keith Chesterton: “San Francesco non confondeva la folla con i singoli uomini. Ciò che distingue questo autentico democratico da qualunque altro semplice demagogo è che egli mai ingannò o fu ingannato dall'illusione della suggestione di massa. Qualunque fosse il suo gusto per i mostri, egli non vide mai dinanzi a sé una bestia dalle molteplici teste. Vide unicamente l'immagine di Dio, moltiplicata ma mai ripetitiva. Per lui un uomo era sempre un uomo, e non spariva tra la folla immensa più che in un deserto…” . Oggi avverti più demagogia o democrazia?
Oggi c’è soltanto demagogia. Non esiste alcuna forma di democrazia. C’è un finta democrazia rappresentativa mediatica che è dominata dalla finanza. Il punto più basso è stato raggiunto attraverso la figura mortale di Mario Monti che ha rappresentato esclusivamente piccoli gruppi della finanza mondiale. Penso che sia il punto più basso raggiunto dalla storia dell’umanità.


Sei anche un appassionato e un conoscitore di musica. Come valuti l’esperienza sanremese da giurato? 
Scarsa. Ho amato molto un artista che è stato squalificato (Riccardo Sinigallia, NdR). Tra gli altri, Gualazzi aveva molta energia; mi è piaciuta la sua performance. Sono stato molto triste per la vittoria nei giovani di un cantante che non avrebbe dovuto vincere (Rocco Hunt NdR) … non doveva nemmeno essere selezionato. “Invisibili” di De Andrè jr. è un bel pezzo; inoltre penso che sia Noemi sia Arisa siano delle abili cantanti.


C’è stato un ascolto che ti ha accompagnato nella stesura del romanzo?
Soprattutto Talking Heads, Kraftwerk e musica rituale sufi. Musica che contenesse l’elemento della ripetitività. E anche Alva Noto.


Presto dovrebbe vedere la luce il film tratto da La vita oscena, interpretato da Isabella Ferrari per la regia di Renato De Maria. Si tratta del primo adattamento cinematografico tratto da una tua opera. Come mai proprio un libro così intimo e personale per un prodotto di larga fruizione come un film?
Con Renato De Maria si pensò di fare un film tratto da Woobinda. Dissi che sarebbe stato molto più difficile fare un film tratto da La vita oscena e, siccome ad entrambi piacciono le sfide, abbiamo deciso di intraprendere questo progetto.


Quando uscirà?
Stiamo facendo i conti con il fatto che siamo in Italia e dobbiamo trovare una distribuzione adatta. Il film comunque è pronto.


Da Woobinda ai giorni nostri come sono cambiati Aldo Nove e il panorama editoriale?
È cambiato l’universo. Dal nuovo millennio è partito il conto alla rovescia che porterà alla morte del libro cartaceo. Una rivoluzione ancora più grande di quella di Gutenberg… Da parte mia sono più disilluso, ma sempre innamorato di questa buffa e tragica parentesi dal nulla e verso il nulla che si chiama vita.

Mi piacerebbe che ci raccontassi un aneddoto legato ad Amore mio infinito. E un altro su La più grande balena morta della Lombardia
Recentemente ho ritrovato su Facebook una delle protagoniste di Amore mio infinito. Ovviamente quella del libro era una ragazzina che oggi ha lasciato il posto a una signora. Sulla Balena posso dire che l’idea del libro mi è venuta da un ricordo olfattivo: quello della balena, appunto. Imbalsamata e esposta ai giardini pubblici di Como. Aveva un odore indefinibile, fortissimo.



Aldo Nove direttore editoriale: quale bilancio fa della collana inVersi di Bompiani e del tuo progetto NEON! per TEA?
Credo che sia sempre più difficile occuparsi di libri e ancora di più avere la responsabilità di scegliere autori nuovi. Rispetto a dieci anni fa i testi si sono decuplicati, gira tantissima roba e la qualità media è discreta. Ma come distinguere la voce vera tra migliaia e migliaia di testi discreti? Sono più gli scrittori dei lettori!



Di libro in libro hai affrontato i tempi più diversi e distanti tra loro, ti sei dimostrato un autore prolifico ma sempre originale. Come ti innamori di un’idea da portare su carta?
Non lo so. Tu come ti innamori?  Succede…



Mmm. Allora come la sviluppi? Puoi parlarci di come procedi nella stesura?
Per dirla con una frase fatta, “con il cuore”. Seguo l’istinto, la suggestione. Poi il lavoro diventa tecnico, la scrittura è comunque un artifizio. Ma prima devo essere assolutamente sincero e spontaneo: innanzitutto con me stesso.



A cosa non potrai mai rinunciare quando stai scrivendo?
Al piacere di farlo. Alla gioia che ho provato quarant’anni fa scoprendo di poter vivere il mondo scrivendone.



La volgarità, Aldo. Da anni sembra che la nostra società abbia bisogno della volgarità per andare avanti. Ogni scelta ne è impregnata: dalla politica all’economia, passando per la cultura, lo spettacolo, il gossip, sino ad arrivare alla vita di tutti i giorni. Ti torna?
La volgarità è immediata. E doppia. Immediata nello svelare quanto nel nascondere. C’è la volgarità di Fo, che è eredità di Rabelais e svela la verità, e c’è la volgarità di Berlusconi, che è un patto linguistico di falsificazione della realtà.



Secondo te perché non avvertiamo più nessuna indignazione?
In realtà la avvertiamo. Ma è diventata parte integrante di un circo emozionale che non distingue realtà e spettacolo.



Moda e cultura vanno di pari passo. E la moda inevitabilmente sembra indirizzare la cultura. O no?
Sono cose separate solo come concetti. Tutto è compreso nello spirito del proprio tempo. Non c’è “influenza”, ma solo sincronicità delle forme.



Che consiglio vorresti dare a chi sta scrivendo il suo primo romanzo?
Gli consiglierei di essere sincero. Di non pensare a fare soldi. Di essere spietato ma allo stesso tempo complice del lettore.



I romanzi salvano la vita?
No. Aiutano a sognare e a riflettere.



Infine il tuo omaggio a Mia Martini: Mi chiamo…, un libro struggente e poetico che sicuramente stupirà. Puoi parlarcene?
Ho cercato la mimesi. Mentre scrivevo ero Mia Martini. Una donna che ha portato una croce che non si meritava. Una sorta di Gesù Cristo al femminile. Solo che non era la figlia di Dio. Era una grande artista crocifissa dalla stupidità degli invidiosi.

I libri di Aldo Nove

 

 
 
 
 
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