Intervista a Aldo Pagano

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Ex giornalista, classe 1966, viene alla luce in quel di Palermo, quando ancora era ignaro che ad attenderlo ci sarebbe stata una vita da girovago tra le meraviglie di città come Roma, Bari, Milano e Como. Aldo Pagano è il papà di Emma Bonsanti, un giudice “femminile” nel senso letterale del termine, è lo scrittore che si avvale dell’abile capacità di calibrare argomenti forti e buona scrittura, è l’autore che scrive attingendo alle sue esperienze di vita. Lo raggiungo telefonicamente e con molta simpatia e disponibilità lui mi parla di sé, della sua scrittura e del suo Io.




Nel tuo Motivi di famiglia narri – nell’ambito di un noir serrato e crudo, s’intende – di giovani e di famiglie: come vedi oggi il rapporto tra i ragazzi e la famiglia? Quest’ultima costituisce ancora un punto di riferimento?
Ci tengo a precisare che questo è un pensiero assolutamente personale, basato su una casistica alla quale faccio riferimento, in quanto, avendo sempre scritto sull’adolescenza, ho letto e studiato saggi, mi sono confrontato con professionisti del settore, come psicoterapeuti infantili, professori, psicologi e al culmine di questi studi piuttosto impegnativi, ho incontrato ragazzi che abitano in diverse regioni d’Italia, avendo io girato tantissimo, sin da quando ero ragazzino, motivo per cui ho amici un po’ dappertutto. Quello che dico è basato su queste esperienze, poi ovviamente ognuno è libero di farsi una propria idea. Io, come tutti quelli che iniziano ad avere un’età tra i 53 e i 54 anni, ero partito con l’idea che i giovani di oggi fossero sbagliati. In realtà, quando ho iniziato a parlare con loro, mi sono reso conto che, intanto, possiedono la speranza e questa è una cosa bellissima e possiedono anche l’ingenuità, che io in quanto scrittore ritengo sia un elemento molto importante. In questa mia indagine, ho avuto a che fare con ragazzi difficili, con esperienze pesanti alle spalle e tutti mi hanno comunicato una grave mancanza da parte della famiglia, che ha perso il suo fare da guida. I giovani di oggi non possono più contare sull’autorevolezza dei genitori, un’esigenza che i ragazzi manifestano palesemente, ma che non trova risposta da parte dei genitori stessi. L’inadeguatezza dei ragazzi così forte e così lampante non è altro che lo specchio dell’inadeguatezza dei genitori. I figli vanno seguiti, vanno aiutati e supportati nel loro cammino, ma le dinamiche della società, questa società che abbiamo creato noi, spesso non lo permettono. Si è sempre dalla parte dei figli, anche negli errori che commettono, con il tentativo, il più delle volte errato, di proteggerli da un potenziale nemico esterno. Si pecca di individualismo, un individualismo sfrenato, e non sono io che lo dico, che fa perdere di vista i valori più importanti. Spesso, quando parlo con le amiche, sento dire che si dedicano tanto al lavoro, delegando altri alla cura dei propri figli, giustificando tale decisione, con il fatto di poter garantire un buon presente e un buon futuro economico. “Un giorno mio figlio mi sarà grato”, sento dire: non sono d’accordo, un bambino ha le sue esigenze, va seguito ed educato.

Qualcuno sostiene che forse i genitori siano i fan dei propri figli e non più gli educatori: mi sembra di capire che concordi con tale affermazione...
Togli pure il quasi e questa è un’affermazione che baso sempre sulla mia esperienza. In generale tutto lo spessore educativo che avevano i genitori una volta, si è notevolmente ridotto. Si è creato un vuoto cosmico. I ragazzi parlano dei genitori come fossero estranei, ma non è colpa loro, bensì dei genitori stessi, che tendono a loro volta a incolpare la tecnologia. Capita quasi sempre ormai di vedere al ristorante famiglie, i cui figli, durante il pasto armeggiano con i telefoni. Mi è capitato di parlare con un ragazzo, che era uscito dal riformatorio da due mesi e la sua risposta a tal proposito è stata emblematica:”Io non posso ascoltare il loro silenzio”. Questo è il punto: il silenzio degli adulti, che i ragazzi non vogliono più ascoltare.

Mi parli di Emma Bonsanti?
Emma Bonsanti è il frutto del mio sentimento provato per tre ragazze nella vita reale, due delle quali ho lasciato io e una mi ha lasciato lei. Tre donne a cui sono stato molto legato. Emma nasce in un periodo buio e drammatico della mia vita, in cui l’unica arma a disposizione per alleggerire le mie pene era la scrittura. Ho iniziato a scrivere per me e non riuscivo nemmeno a darmi una spiegazione di quello che mettevo su carta. Per esempio, non riuscivo a spiegarmi la mia incomunicabilità con il genere femminile: tre donne che ho amato tanto e che ho perso soffrendo tanto. Quindi il mio scrivere è nato innanzitutto per me e dopo è divenuto per gli altri. Ho iniziato a scrivere per gli altri, quando i contenuti sono diventati interessanti per più persone, quando io ho iniziato a essere più sereno e dare un senso alle mie inquietudini e alla mia chiusura. In poche parole, ho iniziato a sentirmi meglio e il personaggio di Emma, che amo tantissimo, una notte mi è apparso in sogno ed è lì che ho scoperto essere un magistrato. Essendo io un ex giornalista e vantando un archivio di notizie, fatti e indagini non indifferente (tra l’altro Emma nasce nel periodo di una ricorrenza di mani pulite), non mi è venuto difficile creare un giudice.

Cosa ti ha portato dal giornalismo alla scrittura?
In ogni mio libro affronto un tema sociale e stilare un romanzo, mi permette di collegare i fili e scrivere storie di cui, da giornalista, non avrei mai potuto parlare. Una volta superata la crisi di cui ho già detto, ho compreso che per me l’unica strada da seguire era quella della scrittura e in particolare quella dei romanzi. Ho lasciato, quindi, le varie collaborazioni con i giornali e ho deciso di investire sia tempo che denaro in questa mia nuova avventura. Una decisione ben ponderata, se si pensa, tra l’altro che nel primo romanzo, Emma indaga sulla morte del suo amante giornalista. È evidente che io volessi abbandonare quella parte di me.

Hai scelto tu il genere thriller o il genere thriller ha scelto te?
Sicuramente il genere thriller ha scelto me. Emma mi è apparsa in sogno e mi ha detto di essere un giudice. Io non mi ritengo un autore di gialli, non potrei mai scrivere una storia che abbia come protagonista un uomo, bello, forte, super attivo, che magari ha un passato da alcolista, un romanzo esclusivamente d’azione, semplicemente perché non leggo quella tipologia di libri. Io amo narrare di storie che si calano nel presente, che abbiano un tema sociale come filo conduttore, dove il male non sia incredibile. Il male è in ognuno di noi, nessuno ne è immune, solo che preferiamo non guardarlo, preferiamo non vedere. Io non ho timore di dire quello che penso, ho una posizione ben precisa, schietta e netta, per esempio, su quello che sta succedendo in questo periodo storico. Io sono convinto che in relazione a quanto sta accadendo nel Mediterraneo, tra diversi anni, ci sarà qualcuno che si chiederà come abbiamo potuto girarci dall’altra parte.

Come nasce il tuo stile e a quali scrittori ti ispiri?
Cerco di avere uno stile di scrittura che sia il contrario di come sono io, che spesso sono di una pesantezza esagerata, molto attento ai dettagli, un modo di fare che non collima con lo stile di scrittura che risulterebbe piuttosto impegnativo per il lettore. Cerco quindi di affrontare con una certa leggerezza, non troppo evidente, argomenti piuttosto pesanti e forti. In una certa misura mi allontano dal mio carattere quando scrivo, sperando di essere diverso dal mio Io. Personalmente adoro Jean-Claude Izzo e René Frégni ma il mio stile è diversissimo dai loro, anche se mi piacerebbe conservare nella mia scrittura quel filo di speranza che è in qualche modo presente in Frégni Ho avuto una grande fortuna nella vita, quella di conoscere Tecla Dozio, la fondatrice della Libreria del giallo a Milano, che ha tenuto dagli anni ’80 fino al 2000. Quando ha deciso di chiudere l’attività unica nel suo genere, è diventata editor e ha creduto in me. Lei aveva la capacità di vedere, era grandiosa e mi ha dato quel qualcosa capace di illuminarmi. È stata davvero in grado di darmi buoni consigli, direi che è stata fondamentale nel mio percorso di scrittore.

Si dice che tra i tuoi ricordi si annoveri il lancio di un certo chiosco…
Riviera del Conero a Portonovo, anno 2000. Un amico era proprietario di questo chiosco, che da sempre proponeva una cucina piuttosto tradizionale. La grande novità di quell’anno, in fatto di gastronomia, era Moreno Cedroni e la sua cucina alternativa. Fu così che nacque il “susci”, che a differenza del sushi, non contemplava salsine, ma il pesce crudo o poco cotto, veniva condito con olio d’oliva, aceto e limone. Per i marchigiani, abituati ai classici spaghetti con il pesce, fu un trauma non indifferente. Non fu facile far loro capire che il vero sapore del gambero risiede nella testa e che per questo si ritrovavano nel piatto solo le teste e non il corpo del pesce. Un posto bellissimo e un’esperienza massacrante, perché a gestire il chiosco c’ero io. Era il periodo buio, quello pesante, ero diventato sommelier, avrei dovuto superare gli esami per poter poi essere gerente d’esercizio e quello doveva essere il coronamento di un sogno. Era un modo per distrarmi. Poi le cose sono andate appunto diversamente.

Un uccellino mi ha detto che stai scrivendo il terzo libro che vede protagonista Emma Bonsanti. È vero o ha mentito spudoratamente?
L’uccellino ha mentito solo in parte: è vero che mi è stato chiesto di continuare con il personaggio di Emma, ma al momento ho organizzato solo lo scheletro del romanzo. Ho già in mente l’argomento sociale da trattare, i personaggi da delineare e l’ambientazione. Come ho già detto sono un secchione, per cui per me lo scheletro di un libro è solo l’inizio, ci vorrà tempo.

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