Intervista a Aldo Putignano

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Aldo Putignano è un autore ed editore di rara sensibilità, napoletano classe 1971, scrittore e docente di scrittura, è il coordinatore di Homo Scrivens, la prima compagnia italiana di scrittura nonché l’autore di una sorprendente, mozzafiato biografia di Egon Schiele.




Egon Schiele. Perché proprio lui? Quando e come è entrato nella tua vita?
Mi ci sono imbattuto, a Vienna, per caso. Cercavo Klimt e la Secessione per alcuni studi sul simbolismo e la poesia di d’Annunzio per la mia tesi di dottorato. Ero giovane, a pensarci adesso. Mi ha colpito il suo sguardo, ribelle e introverso allo stesso tempo, quindi la sua biografia: un ragazzo desideroso d’arte nella capitale europea del pensiero e dell’inconscio, da qui il disagio e l’ebrezza. Irresistibile.

Il tuo Vita di Schiele è un libro che sembra quasi catartico, come se tu avessi messo su carta l’oggetto di una lunga ossessione. Per quanto tempo ti ha fatto compagnia l’ombra di Schiele prima che tu potessi darle la giusta prospettiva, rendere giustizia a un personaggio travagliato e controverso con le parole?
Il libro è maturato in molti anni e il personaggio-Schiele si modificava di continuo anche in virtù dei numerosi viaggi nei luoghi della sua parabola artistica. Non riuscivo a metterlo a fuoco, così ho iniziato a focalizzare l’attenzione su tutto il mondo intorno a lui: la famiglia, i compagni d’arte, le modelle, i maestri, gli ammiratori, finanche la città e le sue trasformazioni. Dovevo lasciarlo fluire e coglierne le tracce. Nel suo modo di esprimersi, nei suoi ritorni, nelle sue fughe improvvise, ho trovato delle linee di condotta, e ho provato a seguirle.

Hai scelto di raccontare i quadri di Schiele in una maniera molto originale, dando loro vita e tridimensionalità, mettendo carne e sangue addosso alle esangui e spesso malate modelle prese dalla strada. Quanto c’è della tua fantasia e quanto di realtà nei brevi racconti che illustrano i quadri?
Grazie. In realtà non riesco a dirlo con certezza: ho studiato, quando possibile, i disegni preparatori per cogliere un percorso; più spesso però i disegni di Schiele nascono da un’intuizione improvvisa che segue con rigore, senza interruzioni o ripensamenti. Molte sue opere sono cariche d’ambiguità e tale carattere fa parte delle opere stesse, oltre che del suo autore, per cui non è possibile svelarle. Il suo sguardo sul femminile però mi ha colpito: il corpo nudo allude a un’interiorità spesso inespressa, al confine della coscienza. Non credo che una modella abbia potuto ritrovarsi in un quadro così costruito, è lei, ma non può averne piena consapevolezza.

Schiele è stato un giovane genio la cui fiamma ha bruciato troppo presto o ha pagato lo scotto di vivere in un’epoca che ha visto il crepuscolo degli imperi e della ragione?
Il suo talento precoce è manifesto, già a sette anni il suo “quaderno dei treni” dimostra rare capacità. La sua consapevolezza artistica è in continua espansione e non sappiamo dove lo avrebbe portato: personalmente credo che dopo aver fatto i conti con la sua infanzia, avremmo visto uno Schiele più dolce, più sereno. Ma quel che dici è giusto: è impossibile sopravvivere al proprio tempo, non siamo noi a dettare le regole. Suona funesto il richiamo artistico della Secessione: “A ogni arte il suo tempo”.

Per raccontare la vita di Egon Schiele hai scelto una prospettiva interessante, il narratore è come di spalle, è un’ombra che si nasconde nelle pieghe della sua vita e che solo a tratti alza la mano per dire “io c’ero”. Senza rovinare al lettore il piacere della scoperta e il ritmo incalzante della suspense, ci puoi dire cosa ti ha ispirato a scegliere un punto di vista così particolare sugli abissi dell’anima di Egon?
Anche in questo caso credo di averlo trovato. Nascosto fra le tele di Schiele, eppure in primo piano. È un personaggio, ma non ha vita propria, come ogni opera d’arte che è sempre emanazione del suo artista eppure possiamo incontrarla e darle ascolto anche senza conoscerne la fonte. Vive nel confine fra quel che si può esprimere e quanto invece resterà segreto: mi sembrava perfetto per un artista (e per un uomo) come Schiele, irriducibile a un canone.

Sei uno scrittore ma anche il responsabile di una casa editrice che è uno dei progetti più innovativi e forse rivoluzionari del panorama letterario italiano. Ci racconti di Homo Scrivens, la casa editrice fatta di scrittori?
Homo Scrivens nasce come “compagnia di scrittura”, la prima in Italia, allo scopo di mettere insieme persone animate da una comune passione e la voglia di viverla. Un gruppo aperto, che dal 2002 ha aggiunto nuovi artisti, accompagnato alcuni scrittori, organizzato eventi, collaborato con case editrici e scritto libri, tutti insieme. Dal 2012 siamo diventati casa editrice, per non disperdere quel patrimonio che nel tempo si era formato, per continuare a lavorare insieme, e selezionare autori e testi che altrove non sempre trovano il giusto spazio. Non siamo un’oasi né la soluzione a ogni problema: i limiti sono evidenti, talvolta ci sembra di vivere al confine col volontariato, eppur si cresce e si va avanti, nonostante tutto. Forse abbiamo intercettato un bisogno, e invece di sfruttarlo abbiamo provato a dare una risposta: credo e spero che questo venga colto.

Inevitabile chiederti di Napoli. Che cosa rappresenta questa città per te?
Questa è la domanda più difficile. È chiaro però che questo progetto non poteva che nascere qui: Napoli ha bisogno di dialogo e comunicazione, per potersi esprimere, un’esigenza insopprimibile. Il limite è l’individualismo, per cui accettare di “stare in compagnia” è sempre complesso, eppure a me sembra chiaro: c’è spazio per tutto, per gli uomini soli e per le compagnie, se questo spazio ci dedichiamo a costruirlo.

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