Intervista a Alessandro Berselli

Alessandro Berselli
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Domenica. A Milano era prevista neve. Invece piove. Al Salone della piccola editoria di via Tortona, gli stand mostrano i loro vezzi, e al Caffè Letterario, alle ore 16.00 in punto, Alessandro Berselli, autore di punta della scuderia Perdisapop, inizia a parlare del suo ultimo romanzo. Ore 17.00, fine della presentazione “ufficiale”, ma le domande continuano e stavolta gliele faccio io, con la piacevole sorpresa di avere conosciuto lo scrittore più “cattivo” che può vantare il nostro panorama librario attuale. Letti i suoi romanzi, mi aspettavo un tipo di poche parole, magari scontroso, un po’ antipatico. E invece no. Alessandro quando si libera delle sue storie è una persona molto affabile, allegra e disponibile - come tutti i bolognesi d’altra parte. Cattivo dentro? Boh, questo mi sono dimenticata di chiederglielo. Iniziamo subito a “preparare” i lettori al tuo Non fare la cosa giusta, offrendogli qualche strumento di approccio. In quale genere possiamo collocare il libro? E’ forse un thriller o un giallo dell’anima oppure un noir sui generis, come mi è sembrato di cogliere meglio?
Decisamente le ultime due. Noir dell’anima mi sembra una buonissima definizione, l’idea è sempre quella di usare un genere per parlare poi di tutt’altro, in questo caso della crisi della coppia e dei sensi di colpa. Il libro, ciò premesso, è nerissimo. L’autopsia di un matrimonio e l’analisi spietata di quello che succede a Claudio Roveri dopo la telefonata che lo precipita nell’abisso sono di certo la cosa più feroce che abbia mai scritto.

 


Il Berselli autore, per chi ha già avuto modo di leggerti, si contraddistingue per uno stile asciutto, frasi brevi, dirette. Rispetto ai tuoi lavori precedenti, in questo Non fare la cosa giusta, che si presenta anche a livello di pagine più corposo, pensi sia cambiato, si sia evoluto qualcosa nella tua scrittura?
La scrittura si evolve sempre, il minimalismo stilistico di CATTIVO non sarebbe stato collocabile in un libro a più ampia foliazione come Non fare la cosa giusta. Rimane però il gusto per frasi totem, lo stile asciutto vuole disturbare il lettore andandolo a molestare con pensieri urticanti, che lo facciano stare male. Da lettore adoro i libri che mi scavano dentro e mi fanno soffrire. Da scrittore cerco di fare lo stesso.


Fermiamoci un istante sui personaggi. Chi ti segue sa che i protagonisti delle tue storie sono prettamente maschili e irreversibilmente cattivi. C’è un legame tra questo Claudio Roveri, l’adolescente di Cattivo e il portiere di Io non sono come voi?
Sì, c’è una sorta di filo comune che unisce le mie creature. Sicuramente il male di vivere, il rifiuto per l’ordine costituito, la sovversione delle regole. E’ gente che non sta bene, né con sé né con gli altri, e di conseguenza reagisce come può, ovvero dando il peggio. Non so perché sono così profondamente affascinato dai cervelli in agonia e dalle anime tormentate, ma la mia cifra è questa. Non posso farne a meno.


Cosa è la cattiveria per Alessandro Berselli?
Forse proprio questo. L’indifferenza, la pratica del male a prescindere, l’odio.


Le donne. In ogni tuo romanzo sono funzionali alla trama. Per lo più vittime della ferocia altrui. Oserei dire che tutte le tue storie siano caratterizzate da una forte misoginia. Uomini cattivi dunque, da una parte, e donne bersagliate dall’altra. Ma qui, in Non fare la cosa giusta, mi pare di cogliere qualcosa di diverso… Parlami di Fabiana e di Erica in rapporto al “cattivo” Claudio, vuoi?
I miei sono romanzi a sviluppo baricentrico. C’è un protagonista, e tutto quello che si muove intorno a lui è satellite, scenografia. Fabiana e Erica sono funzionali al fallimento di Claudio, servono solo per creare senso di desolazione. Un amore finito, una figlia con la quale non c’è interazione. Piccoli sfondi sui quali si muove la dolente esistenza del Roveri.


La xenofobia, la violenza. Non pensi che in un momento come il nostro, in cui l’intolleranza gratuita imperversa quotidianamente nei titoli della cronaca, possa essere “rischioso” un libro come il tuo, se capitasse in mani “invasate”?
Non so. Non ho mai creduto tanto a questo tipo di potenza dell’arte, un po’ come quando si leggeva che l’heavy-metal generava satanisti. Non fare la cosa giusta è un libro che parla di violenza e xenofobia ma dove è palese il fallimento del modus vivendi del protagonista. Odia ma non sta bene, non ha amici. Non è un modello vincente, a chi potrebbe venire voglia di emulare un’esistenza così aberrante come quella di Roveri?


Cosa significa scrivere e cosa significa essere scrittore oggi per Berselli?
Raccontare storie, cogliere aspetti delle cose che mi stanno intorno. Senza nessun intento politico e sociologico. Sono solo storie che avevo voglia di condividere.


Il senso di colpa (assente). Lo spavento e la paura: mi sembrano importantissimi soprattutto nella dinamica di questo tuo ultimo romanzo. Vuoi spiegarci meglio queste componenti-costanti nella tua letteratura?
In effetti è vero. La cosa che più si coglie, e in parte l’abbiamo detto, è che non c’è senso di colpa, sono vite incapaci di stare male per quello che fanno. Alcuni mi fanno notare delle possibili redenzioni nei miei personaggi, una sorta di luce nel tunnel. Io non le vedo. Per me è gente senza speranza, precipitata nel baratro.


Il pentimento. Non fare la cosa giusta è una lunga lettera a una figlia. Claudio Roveri le scrive perché si pente o forse quella lettera è indirizzata a se stesso (come l’odio, in fondo, che ha dispensato a tutti, ma gli si è ritorto anche contro)?
Contro se stesso. E’ un uomo che sta fallendo su tutti i fronti, la figlia diventa una specie di specchio nel quale fare riflettere la propria inconsistenza di uomo, di marito e di padre. Non è un modo per dirle: mi dispiace, sono stato incapace di comportarmi nel giusto modo. E’ un girare a vuoto intorno ai problemi e alle tragedie senza prenderne atto. Narcisista anche di fronte alle sconfitte.


Cosa ha in serbo Berselli per i suoi affezionati lettori? Nuovi romanzi in vista?
Romanzo corale, cinque protagoniste femminili, tutto in quarantotto ore. Ci sto ancora lavorando sopra, spero di finirlo per i primi mesi del 2011.

I libri di Alessandro Berselli

 

 

 
 
 
 
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