Intervista a Alessandro Robecchi

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Cinquantacinque anni, giornalista in forza attualmente a “Il Fatto Quotidiano” e prima a “il Manifesto”, “Cuore”, “Il Mucchio Selvaggio”, autore televisivo. È approdato alla narrativa gialla nel 2014 con il primo romanzo per Sellerio della fortunata serie di Carlo Monterossi, che va avanti ancora oggi. Lo abbiamo importunato via mail per voi.




Sei un appassionato lettore che ama gialli e noir, sei un giornalista oltre che autore di testi e intenditore di musica: avessi fatto un altro lavoro credi che ti sarebbe balenata l’idea di scrivere romanzi gialli? E soprattutto il tuo protagonista sarebbe stato un autore televisivo, peraltro abbastanza schifato da quello che fa?
Se avessi fatto un altro lavoro... non saprei, certo il mio lavoro ha a che fare con la scrittura quindi scrivere è una cosa piuttosto naturale, ecco. Quanto al protagonista, mi piaceva immergere un non-cinico come il Monterossi in un mondo molto cinico come quello della tivù commerciale, renderlo - pur nella sua agiatezza - un po’ “disadattato” nel suo mondo. Monterossi contiene sempre la nota del blues, e questa sua insoddisfazione per la sua vita, che pure molti considerano invidiabile, la amplifica.

Hai ambientato i tuoi romanzi a Milano, una questione di “comodità” perché la conosci bene o una casualità, nel senso che avrebbero avuto lo stesso sapore se li avessi ambientati a Roma o in una qualsiasi altra città metropolitana?
Milano è una città spesso raccontata in modo monodimensionale: la città della moda, del design, delle vetrine luccicanti... io penso che ci siano molte Milano e lo scenario in cui si muovono Monterossi e gli altri personaggi le mostra, vicine e lontanissime. Naturalmente questo avviene in tutte le grandi città, ma io conosco bene le dinamiche, i tic, le cose belle e le cose brutte di Milano, ed è per così dire venuto naturale far muovere la storia in questa città, che ha molte contraddizioni e molti luoghi comuni da sfatare.

Durante la presentazione del tuo romanzo Di rabbia e di vento al BookPride 2016 si è parlato della rabbia del titolo, che richiama la rabbia dei protagonisti. Per ognuno di loro, poliziotto o no, trovare l’assassino di Anna diventa una questione personale, mi è venuta in mente la frase di un pezzo di Gaber, E tu mi vieni a dire, che suona così: “La rabbia di uno, la rabbia di tanti”. È ipotizzabile una proiezione della rabbia che bene o male invade tutti noi, te compreso, nei confronti dell’ingiustizia? Di un atto vigliacco come l’uccisione di una vittima innocente?
Nel libro, la rabbia con cui si reagisce all’ingiustizia pare una rabbia impotente, e comunque sempre solitaria. È una costante della storia, e credo che sia una rabbia aumentata proprio dal fatto che non sono più disponibili rabbie collettive... tutto diventa privato, individuale, e quindi quasi impotente, frustrante, come un’indagine che non procede, come la fatica di mettere al loro posto tutti i tasselli. Diventa una questione personale, sì, perché (aggiungerei: purtroppo) il tema dell’ingiustizia non riesce più ad avere una dimensione collettiva.

I tuoi personaggi sono immagino una sorta di puzzle composto da caratteristiche e peculiarità di gente che hai incrociato sia nella vita personale che professionale, ma credi che esistano persone come Carlo che riescono a trovarsi sempre in mezzo ai guai più assurdi nella più assoluta inconsapevolezza?
Non saprei. Certo a Carlo ne capitano di tutti i colori... ma credo che all’inizio della serie la motivazione di creare un personaggio così (non un poliziotto, non un inquirente, uno che ci capita in mezzo per caso) fosse proprio quella di immaginarsi le reazioni di una persona normale, di uno che incappa nel crimine per sbaglio, e vedere le reazioni pratiche e emotive di un contatto inaspettato con il male.

La musica è una colonna portante dei tuoi romanzi come lo è stata nella tua vita professionale, utilizzarla rendendola parte integrante della storia è una conseguenza inevitabile o un mezzo per delineare meglio le atmosfere che vuoi descrivere?
Ovviamente la musica serve alle atmosfere, sempre. Ma non è musica-tappezzeria, sfondo o colonna sonora... il suono, la musica, il rumore ci sono sempre nella vita, in ogni momento. Non sarebbe pensabile per me scrivere qualcosa che non abbia un suono, mi sembrerebbe come... un film muto. Ogni sensazione, ogni pensiero ha la sua nota, cose che ci ricordiamo, che ci sono piaciute, che almeno una volta nella nostra vita hanno “suonato bene”. Ecco, la musica fa parte del tutto, come il vento o i dialoghi, o i pensieri dei personaggio. Carlo ha il suo Dylan che fa da contrappunto, da suggeritore, da consolatore... anche questo fa parte del suo blues.


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