Intervista a Alessandro Rossolini

Alessandro Rossolini
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Alessandro Rossolini è giovane. Alessandro Rossolini è un nome che non dirà niente ai più, perché è un esordiente e perché nella vita fa l'operaio. Alessandro Rossolini scrive bene, indiscutibilmente bene. Alessandro Rossolini ha tanto da dire, e lo fa in punta di piedi. Tutti motivi che ci spingono a dargli voce.

Il tuo modo di scrivere denota una persona umile, sensibile, lontana dallo stereotipo dello scrittore narciso ed esuberante. Descrivici chi sei.
Sono, innanzitutto un operaio, figlio di contadini e vengo da un mondo dove il narcisismo non esiste. Solo la natura può permettersi di autocompiacersi. Non lo dico per fare scalpore o creare una alone mistico attorno a me, ma questa è la realtà. Ho 28 anni e sono innamorato della scrittura, perché è il mezzo attraverso al quale metto in comunicazione la mia anima e la mia testa con il mondo che mi circonda. Per quanto riguarda la sensibilità, con quella ci si nasce è come il gruppo sanguigno o il colore dei capelli, puoi tingerli o mascherarli, ma alla fine la tua natura esce sempre.


Il tuo romanzo d'esordio Come foglie nel vento sembra seguire due linee guida fondamentali: il tema della Resistenza e il rapporto con la Terra madre. Quanto questi due aspetti sono importanti per te e quando sono legati tra loro?
Ho lavorato a Come foglie nel vento per sette anni. Ho cercato di non raccontare la solita storia tra partigiani e nazifascisti. Volevo renderla particolare, unica, azzarderei. Vedere al di là delle solite metriche di narrazione politiche o militari, concentrandomi su un fattore spesso ignorato, quello della Terra madre - anche se non la nomino mai. Non ho voluto fare l’eco-moralista, ovvero colui che predica bene e razzola male; il mondo è già pieno di questi soggetti, quindi mi sono impegnato a cercare e a filare un legame tra la Resistenza e la Natura. I partigiani erano uomini, e nonostante tutti i loro sbagli sono caduti per un mondo libero, migliore… a portata d’uomo, e intimamente li ho sempre immaginati come forze della natura (con tutte le loro sfaccettature) che combattevano contro un’accozzaglia che bramava un potere violento, monocolore e senza emozioni, in pratica un mondo artificiale.


Tu descrivi in modo umile, senza scatti di presunzione e senza mai diventare ideologicamente aggressivo, le gesta eroiche di questa brigata partigiana comandata da Piero. Le esperienze che racconti sono state influenzate in modo profondo dai racconti di un tuo zio partigiano; dunque conosci e senti profondamente il valore della Resisetnza. Com'è possibile al giorno d'oggi evocare “la Resistenza” senza che ciò diventi una sorta di "appropriazione indebita" di quelle che sono state le sofferenze di chi ha combattuto realmente quella guerra?
Io ho un mio pensiero politico, ci mancherebbe, e anche alquanto marcato. Ma ho sempre pensato che l’ideologia (nella scrittura) debba essere subordinata allo scopo del racconto; passare quasi inosservata, ma al contempo mentre si legge, quello che lo scrittore vuole ideologicamente dirti deve entrarti dentro senza che tu nemmeno te ne accorga. Per quanto riguarda i racconti, mio zio ha influito tanto, certamente, senza la sua grande e saggia anima il mio libro sarebbe stato solamente bidimensionale, ovvero sarebbe stato solo ricordi e sensazioni. Le sue “lezioni” mi hanno donato la terza dimensione: quella della profondità delle emozioni. Lui era un partigiano vero, mitra in spalla e fazzoletto rosso al collo. Nel 1944 a 16 anni aveva rischiato più volte la vita lui di tutti quei papaveri bipartisan messi assieme, che ogni 25 aprile innescano sterili e inutili polemiche solamente per riempire le pagine dei giornali.


Abbandoneresti la tua terra per vivere in un contesto cittadino, diciamo Roma?
Non abbandonerei mai la mia Valtrebbia, nemmeno per tutto l’oro del mondo. Per me la montagna è vita. L’aria pura, il vento fresco della mattina, il fiume Trebbia che scorre a valle sono “diritti” ai quali non posso rinunciare. Senza offesa per nessuno, ma vedo le città come agglomerati senza anima, il regno della globalizzazione e dell’egoismo, anche se in Italia abbiamo le città più belle del mondo, tutto quel cemento tende a incupirmi. Vorrei rispondere con una canzone del grande John Denver: Thank God I’m a country boy.


Infine, una domanda che pongo a tutti gli autori che intervisto. Ascolti musica mentre scrivi? Se sì, cosa? Raccontaci i tuoi gusti musicali.
La musica è una delle mie passioni, e oltre a tentare di imitare goffamente con la mia chitarra qualcosa che assomiglia vagamente al folk ne ascolto veramente tantissima. Mentre scrivo ho sempre le cuffie dell’i-pod nelle orecchie. Amo la musica celtica, per fare degli esempi: Dervish, Lunasa e Sharon Shannon per restare in Irlanda, ma anche i tedeschi Fiddler’s Green e i modenesi Modena City Ramblers. Poi sono assuefatto da Davide Van de Sfroos e dal gruppo di protesta spagnolo Ska-p, ma ho anche una cotta per il country americano con le texane Dixie Chicks e George Strait, comunque considero la musica una forma d’arte perfetta, figlia della scrittura e merita di essere ascoltata tutta.

I libri di Alessandro Rossolini

 

 

 

 
 
 
 
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