Intervista a Alessio Torino

Alessio Torino
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Alessio, giovanissimo e purissimo talento sfornato dalla premiata ditta Minimum fax per la collana nichel sotto la solita impeccabile regia di Nicola Lagioia, insegna Letteratura latina presso l'Università di Urbino e sotto il barbone nero nasconde uno sguardo severo ma al tempo stesso intimidito, che richiama alla memoria certi scrittori russi di fine '800. Gli abbiamo rivolto qualche domanda per Mangialibri.




Partiamo dal titolo del tuo libro d'esordio. Perché Tetano?
Il titolo si è imposto da sé mentre si lavorava al libro. Nicola Lagioia ed io,  scambiandoci alcune mail, chiamavamo già il romanzo Tetano, ma era solo il modo più veloce per chiamarlo, una specie di nome in codice. Poi è successo che altri della redazione, che non avevano ancora letto il romanzo, hanno visto le nostre mail e senza sapere che quello era il nome di un personaggio, si sono  attaccati al titolo di Tetano.  Quindi direi che si è trattato di una selezione naturale.


Non hai avuto timore a confrontarti con una storia di 'iniziazione' che ha tanti illustri predecessori – da Huckleberry Finn a Stand by me
L'ho fatto nella consapevolezza che narrando una storia del genere non si può non finire in quel cerchio magico dove ci sono i romanzi che hai citato, e pure altri come Il buio oltre la siepe, La morte corre sul fiume … Tanto valeva arrendersi. In questo senso, più che paura, direi che ho provato gioia. 

  
Tetano rappresenta il diverso, l'appestato che però dà una grossa lezione di vita sopratutto a Corsi. Si può dire che alla fine l'incompiuto, nonostante l'affrancamento da un certo mondo contadino e chiuso, risulti proprio Corsi?
Da un certo momento in poi, Tetano e il narratore smettono di trovarsi l'uno al polo opposto dell'altro e cominciano ad avvicinarsi. Questo perché il narratore scopre, mano a mano, il Tetano dentro di sé. È quasi un doppio,  Tetano, alla fine.

 
Le figure femminili sono molto defilate rispetto a quelle maschili nel romanzo. Eppure i due ritratti di nonna Vera e della 'Ines del forno' sono due gemme di poesia. È un contrasto voluto?
Nonna Vera è un personaggio centrale, per quanto se ne stia spesso da una parte, a preparare da mangiare. Per la voce narrante, lei ha lo stesso peso del padre di Tetano. Nella storia di Tetano, tutto è più eclatante, nel narratore, invece, le paure vivono sottopelle. Quanto alla Ines del Forno, credo che i suoi occhi da dietro la bilancia riassumano l'ambivalenza del paese nei confronti di Tetano, cioè da una parte il desiderio di aiutare un ragazzino in difficoltà, dall'altra un sottile sadismo nel sottolineare che, comunque, il diverso è lui.

 
Due parole sullo stile. Mi sembra tu abbia fatto un enorme – e ottimo - lavoro di costruzione lessicale. Quale importanza ha un lavoro del genere in un mondo dove il linguaggio diventa sempre più  povero e televisivo?
Una volta, a un Giro d'Italia, ho visto una mostra con varie pagine della Gazzetta messe in ordine cronologico, dalle primissime a quelle più recenti. Lo stacco era tale che a leggere i pezzi sembrava di passare dalle orazioni di Cicerone a dei temi in classe svogliati. L'impoverimento del linguaggio è un'ondata inarrestabile e  gli scrittori non possono far finta che ormai tutti noi, per la maggior parte del tempo, parliamo e ascoltiamo una lingua di plastica. Lo stesso vale per la sintassi. Prendiamo ad esempio la soglia d'attenzione che incide parecchio sul nostro modo di digerire la sintassi. Vogliamo forse illuderci che esista un interruttore magico che ci permette di attivarne una speciale nel momento in cui leggiamo un libro? Non credo. La nostra soglia di attenzione è quella frantumata dai film cosiddetti americani, dalle mail, dai cellulari eccetera. È la stessa attenzione che deve poi digerire 'Quel ramo del Lago di Como...'. Ma se siamo disposti a faticare per leggere un romanzo dell'Ottocento, o almeno per entrarci, sarebbe pazzesco credersi nell'Ottocento mentre un romanzo lo si sta scrivendo. Detto questo, ogni frase continua a offrire una gamma di possibilità quasi illimitate. Quindi il lavoro è assicurato...


Come ricordi la tua infanzia? Quali tratti in comune ci sono con quella dei tre protagonisti?
In comune con i protagonisti della storia sento di aver dovuto rendermi conto, a un certo punto, che la vita non era quella in cui a mettere i regali sotto l'albero era Babbo Natale.


I tuoi scrittori feticcio?
Non mi è mai andata di fare un bilancio di tutti i libri che ho letto. Però ti dico volentieri i romanzi su cui mi sono fissato in questi ultimi mesi. A sangue freddo di cui ho trovato la prima edizione italiana su una bancarella, Pesca alla trota in America che mi aveva sempre incuriosito, ma che non avevo mai letto – per fortuna l'hanno ripubblicato da poco e Il minotauro esce a fumarsi una sigaretta, romanzo già uscito da qualche tempo, che però ignoravo, e che avrei continuato a ignorare se una persona non me l'avesse consigliato.
 

Nei ringraziamenti di Urbino, Nebraska citi Paolo Volponi, senza il quale questo libro, forse, non ci sarebbe stato. Quali sono stati gli altri riferimenti letterari per il romanzo?
Mentre scrivevo ho pensato spesso ai romanzi cavallereschi, non a uno in particolare, ma al romanzo cavalleresco come genere. Credo sia un tipo di narrazione molto contemporaneo. Quando si dice che Jennifer Egan ha inventato un genere con Il tempo è un bastardo si dice una cosa vera solo in parte. Perché in fondo anche il romanzo di Jennifer Egan è un romanzo cavalleresco, con una moltitudine di personaggi diversi che incrociano le loro vite. Che uno si chiami Rinaldo o Tommy, cambia qualcosa? C’è una scena in Versioni di me di Dana Spiotta – sto citando tutti titoli pubblicati in Italia dalla stessa casa editrice che ha pubblicato Urbino, Nebraska, ma penso che sopravviveremo alla mia poca eleganza –  che mi ha fatto capire fino a che punto fosse vero. È quando la coppia di protagonisti – la donna che racconta la storia e il fratello, il rocker immaginario – va a trovare un musicista in fin di vita. Questo qua sta malissimo, ma sentendo lo stereo continua per abitudine a muovere su e giù il braccio come se suonasse una chitarra. Quel gesto lì del braccio mi ha fatto pensare che lui sarebbe potuto essere lo stesso musicista fallito che ne Il tempo è un bastardo sbatte sulla scrivania di lusso dell’ex amico discografico una carpa schifosa dopo averla pescata nell’Hudson. Sostituendo elmi e spade con cappellini e chitarre, il risultato è lo stesso: siamo in un genere aperto, dove personaggi secondari di una scena diventano personaggi principali in un’altra, un genere così aperto che i personaggi potrebbero quasi saltare da romanzo a romanzo – nei poemi cavallereschi del Quattro-Cinquecento, questo succedeva davvero, e infatti l’Orlando furioso nasceva come gionta all’Orlando Innamorato, in un certo senso non iniziava. Il problema di queste narrazioni è che poi è difficile chiuderle, cioè mettere il punto alla fine. La natura stessa di questi incroci di storie rifiuta la fine. C’è sempre, nell’ombra, un personaggio minore che vorrebbe prendersi il suo spicchio di vita. E noi, come possiamo non darglielo? Poi però ci sono anche i risvolti pratici. La redazione mi ha dovuto gentilmente strappare dalle mani l’ultimo giro di bozze. Però non era colpa mia, ma del genere!

Come è nata l’idea per la struttura della trama, complessa e piena di rimandi e collegamenti?
È nata da sola. L’idea iniziale era quella di fare una raccolta di racconti di ambientazione urbinate, poi è successa una cosa, in un momento ben preciso della scrittura del libro. Mentre scrivevo di Zena che tornava a casa per la prima volta, ho sentito che nell’appartamento di fronte al suo, dietro la porta dall’altra parte del pianerottolo, viveva Dorina, la madre di Ester e Bianca, di cui avevo già scritto in un altro racconto. Da quell’attimo il libro è diventato qualcosa di diverso, ha cambiato natura, e ho dovuto occuparmene in due modi opposti: da una parte avvicinare fra loro i racconti perché si toccassero (i personaggi che ritornano, gli oggetti rivelatori, etc.), dall’altra tenerli a distanza. Questo secondo aspetto è stato fondamentale. Non volevo cadere in quelle trovate narrative meschine che si consumano nell’attimo stesso in cui il lettore le legge. Al lettore potrà anche fare piacere, sul momento, scoprire che la penna che il protagonista del racconto A ha perso per strada, viene ritrovata dal protagonista del racconto B, ma è come un fiammifero che ti si spegne in mano prima di aver acceso la sigaretta, ti rimane solo il fumo e la puzza.

In Urbino, Nebraska c’è moltissima musica (da Bruce Springsteen a Cat Power): che cosa ascoltavi, in fase di scrittura? C’è una ragione per delle citazioni tanto precise?
Di musica ne ascolto tanta, ma mai mentre scrivo. Quanto alla musica nel libro, è vero, anch’io penso che sia una parte importante, ma più che importante direi inevitabile. Il rock è entrato nelle nostre vite da un pezzo, almeno da un paio di generazioni prima della mia. E sì, ci sono citazioni precise, anche in questo caso inevitabili. Per esempio la collezione di dischi di Ester e Bianca è uno dei cuori del libro, oltre che essere uno modi più intimi che ci permette di conoscere qualcosa delle due sorelle, nel senso che si intuisce che la loro intransigenza musicale è un riflesso della loro intransigenza nella vita. La musica ci racconta molto dei personaggi. Zena adora Cat Power e quando un musicista un po’ saccente le dice «brave queste nipotine di Joni Mitchell» lei vorrebbe dargli una bottigliata in testa. Ascoltando l’album You are free, sempre Zena si immagina che sia stato scritto apposta per lei, ed è un pensiero tenero e ridicolo insieme, perché in realtà lei è più che mai prigioniera di se stessa – altro che you are free. Mattia Volponi, per fare ancora un esempio, è un patito dei Massive Attack, un gruppo che ha reso cerebrale persino la voce di Horace Andy. Mattia è uno che lavora nel campo del web design, uno che venera la cartina della metro di New York disegnata da Massimo Vignelli, quella ritirata dalle autorità perché era così astratta che la gente, al posto di orientarsi, ci si perdeva. Nel suo caso direi che i gusti musicali rivelano sottotraccia l’attitudine alla fuga verso una rassicurante assenza di emotività.

I personaggi di Urbino, Nebraska sembrano volere, senza potere, allontanarsi dalla loro città: in cosa risiede il fascino potente di Urbino?
A saperlo… Quello che volevo, con il romanzo, era scrivere di personaggi che cercano di andarsene da Urbino e non ci riescono, altri che non riescono a tornarci dopo essersene andati, altri ancora che, andandosene via, mettono in crisi le vite altrui. Volevo che nella mente si accampasse l’immagine di questa città da dentro e da fuori le mura, in maniera alterna, senza morale per le soluzioni intraprese, fossero anche soltanto desiderate o fallimentari.

Dopo Tetano, amato dai lettori e recensito splendidamente dalla critica, come hai vissuto la lavorazione di questo secondo libro? Hai percepito delle aspettative?
Minimum fax è una specie di torre d’avorio con un’antenna in cima, in questo senso, che pur usando ogni frequenza libera della comunicazione, riesce a mantenere il rispetto per quella cosa che, forzando un po’ il senso del pudore, chiamiamo letteratura. Il rispetto si traduce nella pratica in molti modi, per esempio non facendo sentire il fiato sul collo agli autori perché consegnino qualcosa o cercando di orientarne il lavoro. Questo non significa che io non abbia percepito lo stesso delle aspettative, perché c’erano quelle che mi ero creato da solo. Tetano – dico il personaggio – può piacere o non piacere, ma di sicuro è un personaggio ingombrante, uno che prende tutta la scena, con la sua missione quotidiana di non credere alla morte del padre e aspettarne il ritorno. Non è stato per niente scontato fare incarnare la scrittura in qualcosa di nuovo. Ed è stato all’inizio un po’ strano, poi bello, vedere che questo accadeva con un personaggio che apparentemente non faceva nulla di eclatante, una studentessa ventenne che si aggira per la città con il dilemma interiore se cambiare o meno corso di laurea. Credo che Urbino, Nebraska sia nato con Zena, non in senso cronologico, ma è con Zena che il romanzo ha trovato quel peso che è anche la sua vita.

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