Intervista a Allan Gurganus

Articolo di: 

Tra i vari festival letterari italiani, i saloni del libro e tutti gli innumerevoli eventi che affollano le agende di editori e addetti stampa sempre più affannati e affaccendati tutto l’anno, il Festivaletteratura di Mantova vanta senza dubbio un posto speciale. Un po’ per la cornice naturale con cui la bellezza della città impreziosisce i libri e le storie presentate e raccontate dagli scrittori, un po’ per la generale atmosfera di coinvolgimento ed entusiasmo che si respira tra le vie e nelle piazze, e non solo quelle in cui sono allestiti gli spazi per la kermesse. Circondati dalla maestosa ed elegante architettura rinascimentale della città, che sembra quasi proteggerli ed estraniarli dal resto del mondo, i visitatori si spostano da Piazza Sordello e dall’imponente Palazzo Ducale a Piazza delle Erbe, passando attraverso suggestivi vicoli ciottolati e raggiungendo tutti i vari luoghi degli eventi, luoghi storici che hanno mantenuto inalterato il fascino del loro passato: la casa del Mantegna, il Portico del Cortile d’Onore, il Seminario Vescovile, il Palazzo di San Sebastiano, la Chiesa di Santa Maria della Vittoria, ma anche gli straordinari cinema e teatri storici come il Teatro Bibiena, il Teatro Sociale e il Cinema Oberdan. Ed è proprio nel vicoletto del Cinema Oberdan, in mezzo al brulicare di moltissime persone che sembrano letteralmente estasiate da una simile profusione di fascino e atmosfera, che incontro Allan Gurganus. È elegantissimo, fuori dal tempo e da qualsiasi moda, con completo di lino beige, camicia bianca e cappello panama in tinta. Ci incamminiamo verso il Teatro Sociale e iniziamo subito a parlare del Festival e di Mantova. Anche lui è affascinato dalla città e dai luoghi incantevoli che ospitano gli eventi. Dice che ovunque c’è bellezza e che tutta questa gente lo ispira moltissimo. Una volta arrivati al caffè davanti al Teatro ordiniamo da bere e continuiamo a parlare del più e del meno, ma subito Gurganus nota che tra le carte che ho appoggiato al tavolo c’è un opuscolo pubblicitario che raffigura una scena di Otto e Mezzo. E inizia così a parlare di Fellini e di quanto quel film lo abbia colpito.




Perché ami Fellini?
È straordinario, mi piace tantissimo la sua ossessione per il passato, la possibilità di rivivere il passato attraverso l’arte, un’ossessione che dovremmo condividere tutti. Ed è anche uno straordinario story-teller.

Il passato è senza dubbio uno dei temi principali della tua scrittura. Spesso troviamo personaggi che ripercorrono la propria vita o quelle degli altri...
Sì, è vero, è qualcosa di molto importante per me. Adoro Fellini per questo, mi piace molto I vitelloni. Vedere come nel tempo le vite delle persone siano cambiate, qualcuno è riuscito a ottenere qualcosa e qualcuno non ci è riuscito. Qualcuno è riuscito a cambiare la sua vita, a lasciare il suo luogo natale, e altri, per mille motivi, non ci sono riusciti. Ora, alla mia età, credo di poter scrivere un memoir. Prima no. Anzi, credo che quei giovani scrittori che scrivono un memoir a 20 anni siano proprio ridicoli. Bisogna avere una memoria prima di avere un memoir.

Non potrei essere più d’accordo. Dunque cosa è per te la memoria, è definibile?
Non proprio. La memoria è qualcosa di sfuggente, di ingannevole, non è mai affidabile. È come quando le donne rimuovono il parto – almeno così si dice – e devono fare un altro figlio per ricordarsene appieno. La memoria ha anche quel magico potere di falsificare la verità.

Mi fai venire in mente una frase di Giambattista Vico che, seguendo una lunga storia del pensiero filosofico, affermava che “la memoria è immaginazione”. Cosa ne pensi?
È verissimo. Posso dire che il mio ricordo di quando, che so, avevo otto anni, non è proprio il ricordo in sé di quando avevo otto anni, ma dell’ultima volta in cui ho ricordato di avere otto anni. C’è una sorta di ambizione umana, quella di tornare a queste origini, a questo mito delle origini. L’infanzia è magica, è un momento di scoperta elettrizzante ma allo stesso tempo è spaventosa, terrificante. Mi viene in mente una sensazione che provavo da bambino prima di addormentarmi. Ci insegnavano a pregare per la nostra anima nel caso fossimo morti nel sonno. Grottesco dire certe cose a un bambino di cinque o sei anni.

Che peso ha avuto la tua formazione religiosa nella tua vita e nella tua attività artistica?
Sono stato cresciuto nella classica famiglia religiosa osservante. Mio padre associava alla religione solo il concetto di punizione. Che trovava nella Bibbia e giustificava con la Bibbia. Siamo stati indottrinati, ci è stato inculcato questo concetto di peccato. Proprio assurdo. Tra Dio e gli uomini, e la vita vera degli uomini, non c’era mai alcun collegamento.

Hai avuto invece una vita e una esperienza “umana” a dir poco ricca e straordinaria: l’arte, la guerra, l’esercito, la morte dei tuoi amici, di cui hai parlato. Come sono cambiati i tuoi sentimenti verso la morte rispetto a quei primi “contatti” infantili?
Credo diventi sempre più facile accettare l’idea di morire se si è vissuto veramente. Detto questo, non riesco ancora ad accettare la morte in età giovane o la morte di un figlio. È contro natura. Ho attraversato l’epidemia dell’AIDS e ho visto molti cari amici morire, ho avuto il “beneficio” di vederli morire. Mi hanno insegnato tanto. Io sono sopravvissuto. E ho avuto anche la fortuna di poter compensare certe perdite con la letteratura. L’idea di poter lasciare qualcosa, anche poco, per il futuro, mi conforta molto.

Condivido pienamente. Potremmo dire dunque, tornando ai tuoi modelli, che Fellini fa parte di quel background di artisti che hanno influenzato la tua scrittura e il tuo personale approccio all’arte?
Oh sì, senza dubbio, insieme a molti altri, come gli scrittori dell’800. Prima di pubblicare il mio primo racconto, nelle cose che avevo scritto si sentiva sempre quella influenza di un certo stile tradizionale, quello delle grandi narrazioni. Prima di trovare il mio ritmo, il mio stile. Ma credo che imitare gli altri all’inizio sia un ottimo modo per definire se stessi. Leggi qualcosa e pensi “questo è nelle mie corde, e questo no”. E ti formi.

Anche tu sei uno story-teller, ma allo stesso tempo anche un ottimo conversatore, a detta di tutti. C’è una relazione tra le due modalità comunicative? È giusto affermare che i tuoi scritti abbiano un carattere “inarrestabile”, un po’ come una piacevole e interessante conversazione?
Sì credo proprio di sì. Sono sempre stato uno story-teller, da quando ero bambino. Ed è mia abitudine leggere sempre tutto quello che scrivo ad alta voce. Il ritmo del discorso e di un certo discorso orale è per me fondamentale. Come quando parli e capisci che stai annoiando, o meno, il tuo interlocutore.

Hai un lettore implicito in testa mentre scrivi? Un lettore ideale che immagini legga le tue cose?
Penso a un giovane ragazzo nel Middle West degli stati Uniti che non può permettersi di comprare libri e va alla biblioteca comunale e sceglie i libri direttamente dagli scaffali. E che ascolta quello che ho da dire, come un amico.

Una tua dichiarazione mi ha molto colpito. Hai affermato che l’amicizia è la forma di amore più importante e che l’amore in sé, l’amore romantico, è solo “una chimera”, un “unicorno che non appare mai”. È ancora vero per te? C’è una forma di pessimismo insito in una simile convinzione? L’amore è impossibile?
Credo che l’amore romantico sia senza dubbio sopravvalutato. Ma allo stesso tempo non vorrei, né potrei, farne a meno. Sono stato fortunato, ho avuto amori magici ed estatici. Ma l’amicizia ha una sorta di durata eterna diversa per me. Ci sono diversi tipi di amore e quello a cui tutti pensano e che tutti cercano è molto irreale e fasullo. Non è un caso che ci siano tanti matrimoni che finiscono. È il retaggio di una certa cultura malata che nessuno vuole ammettere. Spesso la gente si sposa solo per terrore della solitudine, per la disperazione della solitudine. Ma la solitudine è invece la condizione dell’umanità.

Solitudine come concetto positivo, dunque...
Assolutamente. La solitudine è un lusso. W.H. Auden diceva che bisognerebbe stare da soli almeno sette ore al giorno. Credo che se tutti passassero più tempo da soli, ci sarebbe meno male al mondo, meno guerra, in tutti i sensi.

Vai spesso a New York? Come è cambiato il tuo rapporto con questa città per te così significativa?
Oh sì, vado spesso. Ma non ci vivrei ora. Da giovani per me è il meglio che si possa immaginare. Se vincessi alla lotteria, comprerei una casa a New York. Ma non gioco alla lotteria. Sono stato da poco a New York alla mostra di John Singer Sargent: adoro New York anche ora, comunque.

Sargent è anche citato in una tua opera, in Practical Heart se non erro. Qual è il rapporto tra scrittura e arti visive per te? Possiamo parlare ancora di influenza della tua formazione pittorica?
Sì. Ho studiato arte visiva e pittura. Ero all’Accademia con David Lynch, il regista. Poi abbiamo preso strade completamente diverse…probabilmente sono molto più ferrato in pittura che in letteratura. Perché l’ho studiata davvero molto. Ho anche venduto abbastanza all’inizio. Fu solo quando entrai in marina che iniziai a leggere molto e a scrivere… non potevo dipingere. Ma credo di essere intimamente rimasto anche un pittore, faccio ancora molti disegni e ho illustrato alcuni dei miei libri. A volte quando mi addormento mi chiedo come sarebbe stata e come sarebbe diventata la mia pittura se avessi dipinto per 40 anni invece di scrivere.

Quali sono i tuoi pittori di riferimento?
Ero molto interessato a Caravaggio e a Rembrandt. Mi ha sempre colpito la raffigurazione e l’organizzazione di vasti gruppi di persone coinvolte in un’unica scena, un’unica attività. Infatti le mie opere sono, direi, molto “affollate”, con molte persone. Amo le scene di gruppo. Ed è per questo che mi piace così tanto l’Italia e mi piace Mantova ora. Tutto sembra accadere e svolgersi allo stesso tempo, e continuamente. Non mi piace arrestare l’azione come fanno tanti scrittori. Il rutilare della vita è molto più interessante. Anche se è molto più difficile da rendere a parole sulla pagina. Ma è una splendida sfida.

A questo proposito, dunque, considerando questa idea di simultaneità, senti un legame con la letteratura modernista?
Sì, credo di sì. Mi sento molto vicino al Joyce di Gente di Dublino e al Faulkner di Luce d’agosto. Ammiro moltissimo Joyce, la sua capacità di creare gruppi di persone.

Che consiglio daresti a un giovane scrittore?
Semplicemente seguire le proprie passioni. Sono davvero “fissato” con il concetto di ossessione, scrivere delle ossessioni. Letteralmente “ossessione” significa sedersi di fronte a qualcosa. Focalizzare su un punto e catalizzare su di esso tutte le proprie energie. È un ottimo modo per organizzare una storia. Una ossessione a forma di piramide rovesciata. Una piramide che cresce e cresce, sempre di più.


I LIBRI DI ALLAN GURGANUS

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER