Intervista a Altaf Tyrewala

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Cassiere, operatore di call center, portiere e finalmente scrittore. Nasce e cresce a Mumbai, viaggia tra Europa e America dove tutt’ora lavora. In Altaf Tyrewala Oriente e Occidente si mescolano con un tocco di piacevole ironia e leggerezza. Abbiamo intervistato in esclusiva per voi l’autore indiano.



Karma clown regala squarci di India. Guardare la tua terra «da lontano» cosa ti ha fatto scoprire?
La diversità sociale e intellettuale indiana è così intensa e organica da riuscire a stimolare con un effetto a cascata i recessi più profondi della coscienza di chiunque. Quando ho cominciato a scrivere, quello che è venuto alla luce era proprio questa devozione dormiente alla diversità. Non riesco proprio a scrivere da solo una prospettiva. Probabilmente è per questo che ho sempre faticato a venire a patti con la forma istituzionale del romanzo occidentale, che cerca di estrarre l’universale da un piccolo campione. Mentre invece in India, una cosa simile è molto più avventurosa, perché ogni piccolo campione contiene in sé un universo. Quindi, suppongo che il mio stile di scrittura multiprospettica sia solo il mio fievole tentativo di catturare l’impossibile ventaglio di weltanschauung che ci sono in India.

Cosa è rimasto intatto della tua terra e cosa si è contaminato con la modernità?
Mumbai ha una genetica contaminata: è ciò che rende questa metropoli spiritata e moralmente ambigua così amabile. La tragedia della Mumbai di oggi, e se vogliamo la tragedia di tutte le grandi città in giro per il mondo, è che è cresciuta così tanto e ha avuto talmente successo che si vergogna proprio di quella contaminazione che l’ha resa così importante. Parlo della gentrificazione, chiaramente. La città sta tentando di mondarsi di tutte queste cose che l’hanno resa la fervente fiorente bollente città che attraeva sognatori da ogni parte del mondo e dell’India con delle gran ramazzate. È ancora una città eccitante, ma più che altro per le élite abbienti.

Da cosa nasce lo sguardo ironico che ti contraddistingue?
Grazie per la domanda, ma immagino che rispondere non sarebbe né ironico né rispettabile.

A quale scrittore ti ispiri? E qual è lo scrittore indiano che preferisci?
Al romanziere e filosofo statunitense Robert M. Pirsig, e specialmente al suo libro Lila. Indagine sulla morale (traduzione di Adriana Bottini, Adelphi). A distanza di anni, la sua teoria delle forze statiche dell’esistenza impegnate in una guerra costante contro le forze dinamiche continua riecheggiarmi in mente. In particolare quando provo a comprendere la proliferazione di tecnologia e social media. Internet, prima della sua degenerazione come web 2.0, aveva così tante strade per perseguire interessi e ossessioni personali, e in genere tutti quei mattoncini portano a maggiori successi e creatività personali. Ma le forze sociali più «basse» erano minacciate da questo mezzo così iperindividualista, e da lì viene l’invasione «social» di quella che era stata pensata per essere una rete interconnessa di esperienze e idee profondamente intellettuali e personali. Credo che la trasformazione social di internet sia simile a un vincitore del premio Nobel che diventa un alcolista: una degradazione di qualcosa di prezioso. Ah, e il mio scrittore indiano preferito? Arundhati Roy.

Quale libro della letteratura mondiale avresti voluto scrivere tu?
I figli della mezzanotte di Salman Rushdie.

Cosa ti ha spinto a scrivere per la prima volta? Cosa continua a stimolarti ogni giorno?
L’odio per me stesso – ecco cosa mi ha spinto la prima volta –, e un desiderio di fuga da me stesso, e siccome sono troppo codardo (o sveglio) per diventare un tossicodipendente, la fuga verso dei sé fittizi o verso altre realtà era la migliore alternativa di fuga disponibile. Non scrivo molto di questi tempi. Non che abbia smesso di pensare o tramare i miei prossimi libri – in quel senso sono ancora uno scrittore. Ma sto anche cercando di capire e studiando attentamente il richiamo dei social media. I social media mi hanno stimolato un impulso urgente di comprendere il mio stesso bisogno artistico di condivisione: quell’impulso che mi spinge a scrivere è lo stesso che muove chi posta i selfie o i suoi status su Facebook? E se lo è, come faccio a insistere sulla «eccezionalità» di quello che faccio? Delle volte mi meraviglio della brevità brillante in mostra su Twitter, e ho paura che, con l’atto della scrittura ridotto ai suoi elementi base, ora sia impossibile attendersi che un pubblico di massa voglia fare a botte con contenuti long-form. Ma poi mi ricordo della teoria di Pirsig, delle forze statiche contro quelle dinamiche, e la prospettiva mi regala un sollievo momentaneo.

Qual è il tuo prossimo progetto?
Ho in serbo un sacco di cose per i lettori. Una serie di romanzi paralleli, un altro libro di versi liberi, un libro strambo e sperimentale che cerca di replicare le nostre abitudini di lettura online dispersiva e distratta. Ma prima voglio inquadrare bene la mia prospettiva sul fenomeno web 2.0, così da resisterne il fascino e riguadagnare fiducia nella scrittura.

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