Intervista a Amélie Nothomb

L’avevamo incontrata e intervistata l’ultima volta a Più Libri Più Liberi 2011, poi ci sono stati un paio di appuntamenti mancati ma stavolta non volevamo perdere l’occasione di incontrare Amélie Nothomb in questo 2018, in occasione del tour italiano di presentazioni del suo ultimo libro. Era già tutto pronto, quando una banale varicella si è messa di mezzo, costringendoci a ripiegare su una intervista via email. Ma l’appuntamento per la terza intervista è già fissato sin d’ora, sia chiaro!




Nel tuo romanzo Colpisci il tuo cuore il tema principale è la gelosia, che si dimostra essere una coniugazione possibile dell’amore. In cosa questa gelosia è diversa da quella presente in altri tuoi romanzi (come Antichrista o Dizionario dei nomi propri, ad esempio)?
In Antichrista e Dizionario dei nomi propri era invidia pura e semplice, qui entra in gioco la gelosia: si tratta di distruggere quello che si vorrebbe possedere.

Stilisticamente questo romanzo è molto diverso dagli altri. Il linguaggio è quasi depauperato, meno ricco e forbito. È una scelta precisa e adatta per la storia raccontata?
Sì. La storia è talmente sconvolgente – una madre che non ama la propria figlia – che ho scelto uno stile privo di pathos, perché il tutto fosse più credibile.

Le protagoniste si chiamano Marie e Diane, nomi così lontani da quelli a cui eravamo abituati nei suoi romanzi (come Plectrude, Pretextat, ecc.). È un espediente che serve a sottolineare la semplicità che esiste dietro un forte amore? O una forte mancanza dello stesso?
In questo libro mi interessa solo il significato del nome. Poco m’importa che i nomi siano comuni o no. Per esempio era necessario che la madre avesse il nome della madre ideale.

“Frappe-toi le couer” è un verso della poesia “A mon ami Edouard B.” di Musset. C’è una motivazione particolare dietro alla scelta di Musset e di questa poesia?
È un verso molto sentimentale scritto da un poeta molto crudele: esattamente quello che mi ci voleva!

Alla soglia del 26esimo romanzo, hai cambiato qualcosa del tuo approccio alla scrittura? Ti capita mai di provare momenti di stanchezza?
Sono sempre più in forma e non mi sono mai sentita esausta, stanca, neanche per un istante. Il mio modo di scrivere diventa via via più controllato.

Nei tuoi romanzi spazi tra gli argomenti più svariati, l’amore, la guerra, la famiglia, le tue esperienze di vita insieme a personaggi di fantasia. Tra le tante cose, in uno dei tuoi romanzi, tra l’altro il primo che ho letto, ovvero Sabotaggio d’amore, ti soffermi sul mondo dell’infanzia, e lo descrivi a fondo, scavando nelle sensazioni provate dai bambini; sembra che il loro modo intensissimo di vivere le cose, l’amore, la sofferenza, sia quasi più profondo e maturo di quello degli adulti. Pensi sia proprio così?
L’infanzia è l’età più forte o perlomeno è quella che su di me ha avuto  più impatto, sia per le esperienze che ho fatto, che per i rapporti che ho costruito. Non sono sicura che le sensazioni vissute durante l’infanzia siano più adulte o più mature, o comunque non è questo il modo in cui personalmente le definirei; semplicemente da bambini viviamo sulla nostra pelle le cose che ci succedono con enorme intensità, poiché siamo completamente senza difesa, sia dall’orrore che dalla bellezza. In questo sta la forza dell’infanzia.

In Una forma di vita, tra le missive che quotidianamente ricevi, ne arriva una da Marvin Mapple, soldato americano obeso di stanza a Baghdad, che della sua ossessione per il cibo ha fatto una battaglia, in una sorta di sciopero della fame al contrario contro la guerra in atto. Com’è nata l’idea di questo particolare personaggio?
L’idea del personaggio di Marvin Mapple è nata leggendo un articolo su un giornale americano, uscito nel febbraio del 2009, dove si parlava di un’epidemia  di obesità nell’esercito di stanza in Iraq. Ho immediatamente pensato che quella storia facesse al caso mio: era da molto tempo infatti che aspettavo di poter parlare della guerra in Iraq ma stavo cercando il modo più adeguato. Ecco con quell’articolo il modo di raccontare la guerra si è avvicinato a me, l’ho avvertito immediatamente e ho iniziato a lavorare sul personaggio di Marvin e sulla trama del romanzo. Mi è già successo altre volte, basta una frase letta per caso, o un immagine che le storie si concretizzano nella mia mente.

Ho letto in tante interviste che hai rilasciato che scrivi e ricevi moltissime lettere, anzi, dedichi davvero gran parte della tua giornata alla corrispondenza. Ci parli un po’ della tua personale esperienza epistolare? Credi davvero inoltre che la parola scritta abbia il potere così forte di avvicinare due persone e, seppur nell’assenza e nelle lontananza, di farle sentire tanto vicine come si conoscessero personalmente, un po’ come avviene nel tuo ultimo romanzo?
Certamente pratico la corrispondenza da moltissimo tempo, fa parte integrante della mia vita e delle mie giornate. La mia prima lettera l’ho scritta a mio nonno quando avevo solo 6 anni: da quel momento in poi scrivo lettere sia ai miei cari sia a persone che non conosco, lettori che mi contattano. Mi posso definire senza dubbio  un’epistolatrice accanita, scrivo tantissime lettere quasi tutti i giorni. La parola scritta secondo me ha una forza maggiore di quella orale è molto più incisiva, in grado anche di far avvertire una persona lontana e assente, presente e vicina: in tutti i rapporti forti, importanti che ho costruito la comunicazione scritta ha o ha avuto una grandissima importanza.

Sei abituata a mescolare realtà e finzione: nei tuoi libri c’è sempre un po’ di te che convive con personaggi totalmente di fantasia. O no?
Ho sempre parlato un po’ di me nei miei romanzi e nello stesso tempo ho creato personaggi di finzione che però in ogni caso rispecchiavano parti di me. Nel mio ultimo romanzo mescolo realtà autobiografica e finzione letteraria come mai prima, la realtà è quella di una scrittrice belga che per abitudine scrive lettere, un ritratto fedele di me stessa, la finzione è il soldato americano, non perché i militari americani non siano reali o perché non possa essere esistito un Marvin Mapple, ma perché non c’è chiaramente mai stato un contatto tra me e questa persona fittizia.

“Tu lo sai: se scrivi ogni giorno della tua vita come un’indemoniata è perché hai bisogno di un’uscita di emergenza. Essere uno scrittore per te significa cercare disperatamente la porta di uscita”. Senti davvero come tua questa frase, a conclusione di Una forma di vita? Scrivere è davvero per te cercare una via d’uscita?
Questa è una bella illusione di cui ormai, dopo aver scritto più di 60 romanzi, mi sarei dovuta rendere ampiamente conto. Sì, scrivere è la perenne ricerca di un’uscita ma trovare una via d’uscita attraverso la scrittura è solo un’illusione. In ogni caso non smetto di scrivere, non smetterò mai e, magari non lo ammetterò, ma avrò sempre l’obiettivo di trovare una via riuscita. Obiettivo che non raggiungerò: non troverò il mio modo di venire fuori, di venire a galla, ma certamente continuerò a scrivere. La scrittura è come una storia d’amore, continui a crederci,  a provarci anche se a volte le cose non funzionano ma è più forte di te.

Hai avuto una vita molto particolare, hai vissuto in tanti Paesi, conosciuto diversi luoghi e realtà. Pensi che siano le tue esperienze di vita ad averti portato a questa scelta, alla scelta di scrivere?
La vita è la creazione letteraria per me sono legate indissolubilmente, forse è proprio per questo che non trovo “l’uscita di emergenza” di cui parlavamo prima. Spesso ci sono persone che vengono da me e mi fanno domande specificando “rispondimi come persona non come scrittrice” ma come posso farlo? Per me è impossibile scindere queste due personalità come se fossero parti distinte di me stessa, io sono in quanto scrivo.

I LIBRI DI AMÉLIE NOTHOMB



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