Intervista a Amos Oz

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Il grande scrittore di Gerusalemme, classe 1939, è a Taormina per il festival letterario Taobuk. Viene organizzato un incontro per la stampa, un’imperdibile occasione per incontrarlo. E infatti non la perdiamo. Lo ascoltiamo, cerchiamo di portare la discussione sulla Letteratura. Non è facile riuscirci, i colleghi remano nella direzione opposta e vogliono che Oz parli di politica. In entrambi i casi, quelle dello scrittore israeliano sono parole preziose.




Il tuo Paese natale, Israele, è travagliato da anni da una guerra sanguinosa. Credi ancora nella pace? E in che genere di pace?
Credo in due generi di pace. La pace della fine dei tempi, in cui tutti diventeranno una grande famiglia, e la pace pragmatica tra Israele e Palestina. A tal proposito il mio modello è la Cecoslovacchia, dove in modo pacifico due Paesi hanno scoperto di non poter più vivere come una coppia e silenziosamente si sono separati: da una grande casa e un piccolo appartamento, per così dire. Dovrebbero esserci lo stato di Israele e lo stato di Palestina, che vivono l’uno accanto all’altro.

L’immigrazione in Italia, negli ultimi anni, è diventata il centro della discussione europea tra gli stati. Qual è il tuo punto di vista a riguardo?
Stai guardando a un figlio di immigrati. I miei genitori e i miei nonni erano rifugiati. Loro però, al contrario, paradossalmente non cercavano di entrare in Europa, ma di scapparne. E non sono andati in Israele per migliorare la loro vita, ma per sopravvivere. Ecco, per i rifugiati che oggi arrivano in Europa io provo molta empatia. E credo che il problema del Terzo mondo debba essere risolto lì, nei Paesi più poveri, per dare loro uno stile di vita dignitoso. Bisogna lavorare sul Terzo mondo. Lavori che già dovrebbero essere cominciati da decenni e decenni, non limitandosi alle chiacchiere.

In Europa, per via dell’emergenza-migranti, c’è una rinascita dei nazionalismi, mentre dall’altra parte dell’oceano c’è Trump, che innalza muri e divide i genitori dai propri figli. Cosa ne pensi?
Penso che genitori e figli non dovrebbero essere divisi per nessuna ragione al mondo. Mai, mai, mai. È inumano. Totalmente. L’ultima volta che accadde una cosa del genere era l’epoca nazista. Se Trump vuole risolvere il problema della massiccia migrazione illegale dal Messico agli Stati Uniti, bisogna che lavori per diminuire o eliminare lo squilibrio abissale tra i Paesi ricchi e quelli poveri. Nel lungo periodo non ci sono altre soluzioni. Se i Paesi ricchi continueranno a ignorare i poveri, il problema aumenterà.

Duemila anni fa i greci inventarono la democrazia e ci raccontarono dei rischi del populismo. Adesso il populismo è il terreno di coltura in cui nascono governanti come Erdogan e Orbàn. Abbiamo bisogno di nuove energie. Perché la rivoluzione è il contrario del populismo. Quale può essere l’anticorpo contro questo male grave?
Il populismo è un fatto di ieri, oggi ci troviamo davanti a una situazione per cui ci sono grossi problemi di comprensione di quella che è la democrazia e di quella che è la politica. La politica è in pratica diventata una seconda industria del divertimento, dell’intrattenimento, e mi dispiace dirlo, ma molti media fanno lo stesso. L’ultima generazione degli elettori, poi, ha votato per gioco. Con l’idea che il voto sia una cosa leggera. Come una barzelletta. Questo è l’atteggiamento degli elettori, specie i giovani. Il problema nasce dal non aver dato la giusta importanza alla politica, che oggi si è spettacolarizzata: così si è arrivati a questi populismi. La situazione diventerà colossale in futuro, se continueremo lungo questa strada, se non riusciremo a tornare sulla strada corretta raggiungendo i veri elementi della democrazia.

Nella tua scrittura I temi politici e religiosi si intrecciano alla narrativa pura, cosa si sente di voler raccontare maggiormente? Qual è il nucleo della tua scrittura? La vita interiore o la vita politica?
Non uso il computer. Scrivo con la penna e sulla mia scrivania ne ho due. Quando voglio dire al mio governo “Per cortesia, va’ all’inferno!”, uso una penna. Quando voglio raccontare una storia ne uso un’altra. Capita che senta più di una voce. Posso sentire la voce di un uomo e quella di una donna che litigano e stare dalla parte di entrambi. Questo accade quando uso la penna delle storie di narrativa. Quando sono sicuro al cento per cento di quello che voglio dire è perché sto scrivendo un manifesto politico, allora so di dover usare l’altra penna.

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