Intervista a Ana Maria Sandu

Ana Maria Sandu
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Ana Maria Sandu mi concede dieci minuti del suo tempo faticosamente ritagliato tra un’intervista e una presentazione. A Torino è l’anno della Romania e la carica di questo evento si sente tutta, è un riconoscimento a dimostrazione di quanto i paesi dell’est siano letterariamente fertili dopo la censura degli anni del comunismo adesso c’è tutta la voglia di raccontarsi e di raccontare. Ci accomodiamo a uno degli scomodi tavolini in ferro che il Salone mette a disposizione e iniziamo a chiacchierare con l’assistenza di Ileana M. Pop, traduttrice di Ana Maria per la casa editrice sarda Aìsara. Ana Maria Sandu conversa con la stessa profondità e ponderatezza che caratterizza la sua scrittura, scegliendo con cura le parole con le quali rispondermi. Questo è quello che ne è venuto fuori.




Volevo iniziare leggendo le prime righe del tuo Uccidimi!: “La giornata era cominciata bene, considerando che poi nulla sarebbe andato per il verso giusto”. A me quest’incipit ha ricordato l’incipit de La signora Dalloway di Virginia Woolf, nel senso che in queste due righe è già racchiuso tutto il senso della storia. E mi chiedevo come fosse nato questo incipit...

È la prima volta che sento qualcuno che fa un rimando tra Virginia Woolf, che è un’autrice che amo moltissimo, e quello che ho scritto, quindi grazie. E devo dire che questo incipit non è casuale, a pensarci bene penso di aver avuto cinque o sei varianti diverse per questo incipit, perché penso che la prima frase sia molto importante in un libro, da lì inizia tutto e conferisce una certa aria, un tono al libro. Mi ricordo di quando ho letto Flaubert e di tutta quella storia su quanto sia difficile la prima frase, all’epoca mi sembrava semplicemente divertente perché non scrivevo ancora ma adesso capisco che aveva proprio ragione.


Quasi tutti i libri che ho letto che parlano di un omicidio giocano sul colpo di scena e questa è una struttura narrativa che ormai è uno stereotipo del genere. Tu hai scritto qualcosa di completamente diverso, per te è stato difficile uscire da questa forma?
Io non sono nemmeno una lettrice di thriller e non mi sono mai posta il problema perché non volevo scrivere un libro di questo genere. Il mio è un falso romanzo giallo, io avevo solo bisogno di una conclusione per la storia che avevo in mente e ho capito che l’omicidio era il finale più adatto. Sono stata a New York, proprio a un festival che verteva sul romanzo noir, c’erano autori da più paesi e devo dire che nessuno di loro scriveva gialli nella forma tradizionale in cui si scrivono i gialli. Ci siamo tutti resi conto che gli assassini dei nostri romanzi non erano altro che dei pretesti per parlare di qualcos’altro.


Ho letto recentemente Delitto e castigo di Dostoevskij e poi, mentre leggevo il tuo romanzo, mi sono trovata a riflettere sul rapporto tra delitto e castigo che vive il personaggio di Ramona. E volevo sapere come ti sei rapportata a questo tema.
Non è stato facile perché non ho optato per il bianco e per il nero, per la vittima e per il carnefice. Sapevo fin dall’inizio quale sarebbe stata la punizione di Ramona, avrebbe pagato l’assassinio della signora Manea con la libertà. Tutto dipende da come ci si rapporta agli eventi, penso che se Ramona non avesse incontrato la signora Manea quel giorno la sua vita sarebbe stata completamente diversa, e la stessa cosa accade a Vali. Ognuno di questi personaggio si trova davanti a un incontro che lo porta a cambiare radicalmente il proprio punto di vista.


Perché hai scelto di raccontare dell’amicizia tra due persone così diverse?
Perché mi piacevano questi due estremi e perché mi sembrano due età molto interessanti, da una parte c’è l’insicurezza di una giovane e dall’altra la paura della fine di una ex femme fatale.

I libri di Ana Maria Sandu



 

 

 

 
 
 
 
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