Intervista a András Forgách

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Lo scrittore e drammaturgo ungherese András Forgách ha lunghi e folti capelli bianchi e un sorriso rassicurante che, da quanto scrive, potrebbe avere ereditato dalla madre, come la sua loquace voglia di comunicare. E di raccontare il prima e il dopo di quella scoperta, che gli ha di certo cambiato la vita e che ha scelto di raccontare, anche per riabilitare il ricordo di una donna che ama ancora, sua madre.




Perché hai scelto di rivelare questa “storia segreta” nel tuo romanzo Gli atti di mia madre? Sei uno scrittore, potevi limitarti alla finzione narrativa…
Non ho avuto scelta e per diverse ragioni. Ovviamente questa non è una scusa, perché hai sempre una scelta. Sarei potuto rimanere in silenzio. Ma una volta deciso di scrivere questa storia, non c’era modo di scriverla in un modo o in una forma diversa.

Perché mai?
Prima di tutto, non è semplicemente una storia personale, anche se è una storia problematica, è una storia sulla nostra intera società, la società ungherese di oggi, che porta i segni di una lunga dittatura e sembra andare dritto verso un’altra. Se non impariamo a parlare apertamente, francamente su questioni tanto difficili e delicate, non saremo mai in grado di affrontare il nostro passato, presente o futuro. Il dialogo, indispensabile su questa oscura, ampia e profonda rete di informatori durante il regime comunista in Ungheria è solo agli inizi. Se eri in qualche modo coinvolto, sei un lebbroso agli occhi della maggior parte della società, un emarginato. Un giudizio molto affrettato e astratto, privo di qualsiasi comprensione e superficiale. È molto raro che le persone siano capaci di provare simpatia e comprensione in questi casi - nonostante la stessa tragedia abbia colpito molte famiglie e la loro quotidiana esistenza sia stata influenzata dal sistema repressivo e dai servizi segreti - anche se nessuno ha riportato queste storie, la gran parte si sentivano comunque sempre sotto osservazione, controllate. Ma c’è un’altra ragione molto forte del mio “coming out” rispetto agli eventi della mia famiglia: potevo mantenere segrete solo per un anno queste informazioni, dato che, in conseguenza di una legge ungherese relativamente recente, come ricercatore, avrei potuto tenerle per me per un anno, passato il quale questi dossier, questi documenti diventano tutti automaticamente di dominio pubblico, quindi se qualcuno li avesse trovati, lui / lei avrebbe potuto pubblicarli senza il mio permesso, senza il permesso della famiglia. Questo è un inadeguato surrogato rispetto ad una legge che garantisca la completa trasparenza. Tuttavia, ritengo che abbia anche effetti positivi, se pur non sia in grado di cambiare la predominante tendenza a una apertura non reale di questi inquietanti archivi, dato che nessun partito politico si è sufficientemente interessato al tema dopo il cambio del sistema di governo, perché impegnati a difendere la loro stessa gente o la loro stessa struttura, che è sopravvissuta così, in qualche modo, fino ad oggi. Ultimo, ma non meno importante, ho già scritto un ampio romanzo sulla mia famiglia, e nonostante io abbia cambiato i nomi e introdotto alcuni elementi di finzione, la maggior parte del pubblico lo ha letto come un roman-à-clef, consapevole che riguardasse la mia famiglia. Un romanzo nella forma narrativa dei documenti è assolutamente pertinente oggi. E ancora, ultimo ma non meno importante, io, come scrittore, semplicemente non potevo permettermi in generale di rischiare di far perdere valore alle mie parole. Quando nuovi casi vengono alla ribalta casualmente, c’è sempre una reazione improvvisa. Ho dovuto inquadrare il discorso sui miei genitori e non semplicemente reagire ad esso. Questo è stato un elemento fondamentale. Io sono colui che ne sa di più su di loro, quindi soltanto io avrei potuto porre questo tragico evento sotto una luce di verità.

Dichiarare pubblicamente che i tuoi genitori fossero due informatori segreti è stata una mossa coraggiosa. Hai avuto tentennamenti e dubbi sulle possibili ripercussioni nella tua attività professionale?
Ero più preoccupato di cosa sarebbe successo se non lo avessi fatto. Ci sono alcune persone che sarebbero state semplicemente felici nell’etichettare la mia famiglia come una famiglia di informatori. Mio fratello e mia sorella, come me, sono entrambi artisti, entrambi sono sotto i riflettori, quindi noi tre saremmo stati un comodo bersaglio per attacchi velenosi. Riguardo all’antisemitismo che è in aumento in Ungheria, semplicemente non potevo permettere che questo modo becero di definire le persone potesse avere il sopravvento. Devo imparare a convivere con questi fatti, ma devo ammettere che è più semplice convivere con loro, potendo offrire un’analisi profonda e vera del caso dei miei genitori. Ed essere in grado di scrivere apertamente su tali cose non può che rafforzare la propria autocoscienza. Il 90% della reazione è stata positiva.

Oggi, qual è la situazione in Ungheria? Si parla apertamente dei sistemi, dei mezzi e delle persone reclutate come informatori segreti?
L’Ungheria è un paese molto diviso oggi, sotto molti punti di vista. Abbiamo una ricerca scientifica davvero buona e professionale, alcune opere interessanti, film e romanzi sono stati scritti sui sistemi dei servizi segreti, però il grande pubblico ne sa poco e la reazione è quasi sempre elementare, primitiva, negativa. Dobbiamo sviluppare un vocabolario migliore per questo problema molto delicato. Il mio libro è parte di questo processo. Avevo anche bisogno di assumere tutte le mie capacità di scrittore per poter andare alle radici del mio stesso essere.

Il titolo dell’edizione italiana è molto diverso dall’originale Élő kötet nem marad (No live files remain). Come mai? Può raccontarci come è nato il titolo Gli atti di mia madre?
Mi piace molto il titolo originale e l’ho tradotto in un interessante titolo in inglese, No Live Files Remain, pubblicato da Scribner a Londra. Ma l’editore Neri Pozza sentiva il bisogno di qualcos’altro, e dopo essersi consultato con la mia traduttrice, Mariarosaria Sciglitano, abbiamo scelto questo titolo che ha due vantaggi, gioca con la parola “atti” che ha un duplice significato, da un lato “azioni” ma, dall’altro, anche “dossier” e, come ho potuto verificare su Google, nessuno in Italia ha finora mai usato questa frase, questo ordine di parole prima, e non è mai stato usato certamente come titolo di un libro, semplice come sembra essere.

Il tuo romanzo è un insieme di generi diversi: è romanzo, saggio socio politico, poesia in prosa… Com’è nata questa commistione di generi? Avevi previsto questo risultato sin dall’inizio della scrittura?
È stato abbastanza spontaneo, quando ho iniziato a leggere i dossier di mia madre, ho fatto delle annotazioni in un quaderno e ho anche digitalizzato il materiale nel modo più completo possibile (non puoi fare foto dei documenti, puoi richiedere fotocopie a pagamento), e la mia mano ha iniziato a scrivere poesie, che integravano figure mitologiche greche con quelle dei miei genitori. In un certo senso ho provato già a dare al materiale la forma del mito tragico, che in un certo senso, lo nobilita e favorisce la catarsi. Poi, più tardi, quando ho iniziato seriamente a lavorare su cose da romanziere, le parti in prosa, la forma del romanzo di appendice, con quel po’ di ironia messa dentro, è giunta quasi da sola. Non chiamo mai mia madre con il suo vero nome, ma uso il suo nome in codice come se dovessi esplorare, conoscere questo nuovo ed estraneo membro della mia famiglia. Questa scelta consapevole-inconsapevole di molteplici forme mi ha aiutato a prendere le distanze in modo rassicurante dalla storia sanguinosa, da questa storia commovente. Lo stile aiuta a dare forma all’innominabile.

Spesso sottolinei la presenza/assenza di suo padre, i suoi pesanti limiti, il suo ruolo nella vita e nell’infelicità di tua madre. Ma il racconto intimo del bagno che fai a tuo padre in ospedale è tenero e commovente, pur nella cruda descrizione di un corpo vecchio che appare come svuotato del suo abitante. La storia che racconti lascia in bocca una sensazione di amarezza, un conflitto non risolto con la figura paterna…
Non ho davvero conflitti nel mio cuore con mio padre. Forse, solo uno. Il peso che ha caricato con la sua paranoia e schizofrenia sulle spalle di mia madre, e lui è stata una delle cause per cui sia morta così giovane, e anche, del fatto che mia madre abbia seguito le sue orme nel servire lo Stato, nell’entrare nei servizi segreti e nel diventare una collaboratrice segreta. Naturalmente, si è trattato di una sua scelta, ma compiuta in circostanze difficili: aveva bisogno di ogni tipo di aiuto, proprio a causa della grave malattia di mio padre e dell’attivismo dei suoi figli nell’opposizione politica. Ma sono anche molto grato a mio padre per molte cose: il suo senso dell’umorismo, le sue storie e non posso dimenticare che ci ha portato, ancora bambini piccoli, a Londra nel 1960 (e ha firmato il patto con il diavolo per questo), dove lavorava come giornalista dell’agenzia di stampa ungherese, quindi siamo stati immersi in una nuova lingua e dentro un’importante cultura occidentale, che ci avrebbe forgiati tutti e quattro. E quando si , a cinquantadue anni, io avevo vent’anni, ci trasmise che i suoi valori, i cosiddetti valori "comunisti", non erano più validi. La sua tragica ironia, la sua paranoia, il costante timore di essere seguito e osservato, erano assolutamente e oggettivamente veri, in qualità di ex agente segreto, conosceva perfettamente come essi operavano e le sue paure riguardo all’essere osservato in quell’appartamento si avverarono in un modo drammatico, come un presagio, quando mia madre consentì l’ingresso nel nostro appartamento ai servizi segreti (senza che lei sapesse cosa volevano fare lì), per attaccare un dispositivo di ascolto al mio telefono, poiché un mio amico, un famoso personaggio dell’opposizione, era mio ospite in quel momento.

Al termine della scrittura del libro, cosa avevi capito in più di te stesso che prima non sapevi?
Ci è voluto un po’ di coraggio per pubblicare questa storia, e ce ne vuole ancora, perché ci sono alcune persone che pensano che sia stato uno svendersi per il successo, una cosa immorale. Non molti lo dicono apertamente, ma alcuni lo pensano, anche nella mia famiglia. Ma come ho detto prima, non avevo altra scelta, lo rifarei, non ho rimpianti. La nostra famiglia è un po’ caotica e appassionata in un modo molto ebraico, ora capisco alcune delle tensioni degli ultimi dieci-vent’anni, anni in cui i miei genitori erano ancora vivi, e anche la logica delle loro scelte sbagliate, che io vorrei evitare nella mia vita.

Mariarosaria Sciglitano, che ha curato la traduzione dall’ungherese, ha detto che il tuo è un testo complesso che traduce un sentimento complesso: l’affetto di un figlio per la madre. Cosa ne pensi? Sei d’accordo?
Sono d’accordo. È stata una storia d’amore con mia madre, che non è inusuale, ma quest’ultima prova è stata la più difficile. Mi ha dato tanta sicurezza chimica, nella mia prima infanzia e anche dopo, anche oggi vivo ancora di quell’amore-energia. E come ha detto un mio amico: “Questo libro è il risultato della grande educazione che hai ricevuto da tua madre”. Anche se sembra paradossale. Sono tutt’uno con lei anche oggi, anche in questa storia, è la mia storia tanto quanto la sua.

Tu sei anche un traduttore. Ritieni che sia stato difficile per la traduttrice gestire il tuo libro?
Un materiale molto difficile, in parte perché usa così tante forme, in parte a causa di quei terribili documenti rigidi della polizia, che vengono citati qua e là. I testi principali del romanzo, i primi cinque capitoli, sono essi stessi scritti in un modo piuttosto convenzionale, ma in alcuni punti diventano complessi. L’ultimo capitolo, intitolato “Ancora qualcosa”, è scritto con stili diversi ed è allo stesso tempo un saggio storico. Non invidio nessuno dei miei traduttori e ci sono per aiutarli, ogni volta che ne hanno bisogno. La musica è la cosa più importante. Ho letto la traduzione di Mariarosaria (capisco l’italiano, anche se non so parlarlo molto bene, ma penso che se restassi in Italia per mezzo anno potrei far progressi) e trovo la sua traduzione musicalmente, e in tanti altri sensi, molto ben fatta, molto sensibile, molto fedele.

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