Intervista a André Aciman

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Ho incontrato André Aciman in un’oasi. Ma non eravamo in un deserto, non c’erano dune di sabbia né palme. Eppure, la sensazione era proprio quella, per entrambi. La Casa delle Letterature di piazza dell’Orologio 3 è uno dei luoghi più belli di Roma: si passa da una porticina anonima e ci si trova in un’oasi - appunto -, un’oasi di luce, libri e bellezza. E lì, in un vasto e antico corridoio inondato di sole, ho fatto una chiacchierata con lo scrittore natìo di Alessandria d’Egitto.




Su cosa verte il tuo intervento a Letterature 2018?
La parola sulla quale mi sono concentrato è “quasi”, “almost”. Un avverbio che uso moltissimo, spesso senza rendermene conto. L’ho verificato applicando una “search” alle mie opere: probabilmente mi viene istintivo come per mitigare quello che voglio dire. Curiosamente, i miei lettori non mi correggono mai in questo, mi segnalano altre parole che a loro dire uso troppo, ma mai questa. In fondo è una chiave interpretativa della mia scrittura, cioè per capirmi bene come scrittore bisogna capire perché uso “quasi” anche dove non occorre. Ho appena terminato la stesura di una collezione di saggi su Freud, su Éric Rohmer, su John Sloan e altri personaggi cercando tra loro un minimo comun denominatore, una frase mia che però ho voluto rintracciare nelle loro opere e nelle loro vite che suona più o meno così: “What might have been, never occurred but might still occurr”, cioè “Quello che potrebbe essere stato, non è mai stato ma potrebbe ancora essere”. Come se nel mio rapporto con la realtà – e specialmente la questione che mi ha sempre ossessionato, il tempo – non preferissi il modo indicativo ma il condizionale, oppure direttamente quello che i grammatici americani oggi chiamano il “modo irreale”, che definisce una cosa che non è accaduta ma è come se fosse accaduta perché ci pensiamo sempre. Beh, questa è la zona in cui si muove la mia scrittura. E spero che il brano che ho scritto per Letterature 2018 faccia conoscere al mio pubblico quali sono i miei angoli nascosti, angoli che nemmeno io conosco ma che mi fanno scrivere.

Sei stato e sei un grande viaggiatore, hai vissuto in città molto diverse tra loro: Alessandria d’Egitto, Roma, Parigi, New York. Ecco, c’è una di queste città che ha un posto speciale nel tuo cuore e se sì perché?
È il perché che è difficile… Diciamo che appartengo a New York, che è dove abito, dove lavoro, dove c’è la famiglia. Quindi dovrebbe essere New York quel posto speciale, ma non lo è. Roma per me è la città della fantasia, sogno di vivere a Roma ma non so quanto resisterei poi nella realtà, per esempio adoro Parigi ma dopo quattro giorni non ce la faccio più e voglio andare via. Alessandria d’Egitto è scartata in partenza, ci sono tornato una volta e non la voglio più vedere: la città che conoscevo, cosmopolita e tollerante, non esiste più, mi dà un terribile fastidio vedere come una civiltà ricca di cultura, di talento, di libri sia andata a finire in questo modo. Quindi diciamo che New York e Roma possono dividersi la palma di città nelle quali voglio vivere. Ma se qualcuno mi chiedesse oggi dove voglio essere sepolto – cosa che è per tutti un grande simbolo di chi si è o almeno si ritiene di essere – una risposta non ce l’avrei.

Che ruolo ha Eraclito nella tua scrittura?
Diciamo che Eraclito mi è sempre piaciuto. Volevo scrivere un libro su di lui, ma poi ho rinunciato al progetto perché ci sono studiosi ben più esperti di me che lo hanno già fatto egregiamente. Secondo me è un grandissimo poeta, oltre che un filosofo. C’è una frase sua che trovo meravigliosa e mi è rimasta dentro sin da subito: “Alla Natura piace nascondersi”. Ecco che siamo di nuovo nel territorio del “quasi”: la Natura non vuole rivelarsi, io non mi voglio rivelare e suppongo che gli altri siano tutti nascosti. Il mio sguardo aiuta a rivelare loro a me, non a loro stessi. Sono molto curioso ma anche molto timoroso, ho paura della gente. Questo frammento parla direttamente alla mia anima, ma sono tanti i frammenti di Eraclito pieni di significato e bellezza, a partire dal celeberrimo “Tutto scorre” e dalla questione del fiume che non è mai lo stesso fiume. Oggi in taxi tutto d’un tratto guardando fuori dal finestrino ho pensato: “Sono di nuovo a Roma”, ma tutto è stato naturale. Mi succede spesso e in molti luoghi: non c’è rivelazione, solo naturalezza. Un momento di disorientamento e ambiguità lo vorrei pure, ma non c’è mai.

Il grande successo del tuo Chiamami col tuo nome ti ha colto di sorpresa?
Di sicuro non era prevedibile. È la storia di un amore omosessuale, quindi niente di nuovo. Eppure ha avuto un ottimo successo negli Stati Uniti grazie al passaparola, poi sembrava avviato al normale iter: uscire in paperback, restare in catalogo. A proposito, lo vedo sempre nelle librerie degli aeroporti, chissà perché. Poi però con l’uscita del film sono iniziate a succedere molte cose diverse da quel solito. La gente è attratta dal libro perché sa che c’è un film al cinema, oppure ha visto il film, gli è piaciuto e vuole di più, quindi cerca il libro e lo acquista. Il film ha dato voce a questo romanzo. Sì, il libro ha una vita sua, ma certo non posso dire che il film non abbia influito positivamente sulle vendite. Chiamami col tuo nome piace anche a chi di solito non legge? Io penso che nessun libro dica mai qualcosa di nuovo. Quando uno scrittore con il suo linguaggio, il suo cuore racconta una storia, la gente pensa “Ma io questo lo sapevo già”. Sì, lo sapevi già ma non lo avevi mai pensato: è questo il miracolo dei libri, farti vedere una cosa che nel profondo di te stesso sapevi già, ma che non avevi mai portato a galla.

Parli molte lingue e le parli molto bene. Hai l’impressione di essere una persona un po’ diversa quando passi da una lingua all’altra? E che rapporto hai con le traduzioni dei tuoi libri?
Se mi metto la cravatta sono già una persona diversa. Quindi figuriamoci passando da una lingua all’altra! Ovviamente si cambia, cambia persino la voce. Vorrei essere una persona uguale con tutti, ma non ci riesco. Cambio a seconda di tanti fattori e a seconda dei miei interlocutori. Mi sorprende sempre sentire gente affermare di conoscermi, sentirli dire che sanno chi sono. Mah… Quanto alle traduzioni, naturalmente quando mi leggo in italiano o in francese mi farebbe piacere scoprire di esser stato tradotto bene, cosa che per esempio in francese non succede mai. I francesi non sanno tradurre, non ne sono proprio capaci. A dire il vero il mio attuale editore francese è veramente una persona seria, è gentilissimo. Ma quelli precedenti sono stati un disastro. La mia traduttrice italiana, Valeria Bastia, è stata invece bravissima a catturare quel “quasi”, quei sentimenti fugaci di cui parlavo prima e quindi sono molto soddisfatto del suo lavoro.

Qualche scena di Chiamami col tuo nome ha suscitato scalpore perché molto esplicita. Che cosa pensi di questo tipo di polemiche?
Non so se lo scrittore è mai conscio della sua scrittura. Se una cosa ti fa piacere, la scrivi. E secondo me devi anche cercare di evitare di chiederti perché ti fa piacere scrivere una certa cosa. Per esempio c’è la famosa scena della pesca in Chiamami col tuo nome: quando l’ho scritta era una specie di capriccio, sapevo benissimo che l’avrei tolta dalla versione finale del manoscritto. Però ho continuato a scriverla. Poi mi sono detto: “Beh, c’è un po’ di Ovidio in questo, mettiamo Ovidio nel romanzo, dai”. E avendo così in un certo senso nobilitato la scena ho deciso di lasciarla, ho pensato: “Vediamo cosa dice l’editore”. Dopo aver consegnato il manoscritto quindi ho chiesto all’editore: “Hai letto la scena della pesca?”, e lui: “Sì sì, l’ho letta”. In questi mesi mi sono chiesto spesso cosa mi abbia spinto a immaginare quella scena. Mi indago, mi analizzo, cerco di capire da dove viene questa pulsione, quali sono le sue origini. Ma ho deciso che non le voglio conoscere, perché mi turbano. Meglio non sapere! Analizzare se stessi è una pratica orribile, una cosa che non mi piace fare. Quando scrivo procedo sempre un po’ a casaccio, poi scarto moltissimo di quello che ho scritto. A volte lo lascio, in questo caso è stata una scelta fortunata.

Hai parlato di amori incompiuti, difficili, amori rimpianti. Il vero amore, l’amore eterno è una illusione umana o esiste veramente? Non è che magari tendiamo a mitizzare gli amori passati?
Gli amori riusciti, quelli belli che però sono finiti per un motivo o per l’altro, li ho tutti dimenticati. Non hanno vita, sono superati. Non esistono più. Gli amori che ricordo sono quelli che non sono mai sbocciati, che avrebbero potuto esserci. Quelli lì non si dimenticano mai, vivono di un rimpianto che ancora fa male, non sono superati. Tornano sempre a galla perché non li hai vissuti affatto o non li hai vissuti come avresti voluto viverli. Mi interessano soltanto gli amori che non hanno avuto vita, quelli che tornano da te e ti dicono: “Tu non mi hai ancora dimenticato, morirai e non mi avrai ancora superato”. C’è un mio amico claustrofobico che doveva fare una TAC ed era terrorizzato ma non voleva calmanti. Mi ha detto: “Ho pensato a tutte le ragazze che ho avuto in vita mia e mi sono distratto”. Quando è toccato a me ho cercato di seguire il suo esempio. Mi sono messo a pensare e me ne ricordavo pochissime. Non che abbia avuto tantissime storie, ma quelle che ricordavo erano proprio quelle che non avevo superato, gli amori incompiuti.

Che rapporto hai avuto con il film di Luca Guadagnino?
Il film mi è piaciuto moltissimo, ma ho vissuto la lavorazione con un certo distacco, anche perché erano passati otto anni da quando avevo scritto il romanzo. Non ho voluto essere coinvolto nella sceneggiatura, sono stato sul set solo tre volte ma per curiosità; non volevo per nessun motivo essere lo scrittore antipatico che ogni minuto alza la manina per dare un consiglio o puntualizzare “No, non è così, nel libro non succede questo”. Per dimostrarti quanto sono stato distaccato, ti racconto un aneddoto: quando Guadagnino mi ha detto che ci sarebbe stata una scena finale in cui il protagonista piangeva davanti alla camera, io ho detto “Bellissima idea” ma pensavo fosse orribile. Invece quando ho visto il film ho pensato che fosse un finale geniale, perfetto: sono andato dal regista e gli ho detto: “Senti, il finale del film è molto più bello del finale del libro”. Sono felice di questo film ma non posso dire di essere commosso, perché ho già superato da anni Chiamami col tuo nome, ho scritto altre cose e sto scrivendo altre cose. E sono ormai più coinvolto da quelle.

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