Intervista a Andrea Frediani e Massimo Lugli

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Li avevamo ovviamente già incontrati e intervistati entrambi, li seguiamo con attenzione da diversi anni, ma il loro ultimo lavoro scritto a quattro mani ci ha “costretto” a intervistarli in coppia, per svelare i retroscena del loro esperimento narrativo. Uno scrive romanzi storici, l’altro thriller e noir. Si chiamano Andrea Frediani e Massimo Lugli e non hanno certo bisogno di ulteriori presentazioni.




Lo chiamavano gladiatore è un romanzo particolare, un vero e proprio esperimento letterario scritto a quattro mani. Come è nata l’idea?
Lugli: Prima che da una trama, siamo partiti da… noi due. Io sono sempre stato un lettore appassionato di Andrea Frediani, da molto tempo prima di iniziare la mia piccola produzione letteraria. Andrea ha avuto la bontà di apprezzare e presentare un paio dei miei romanzi. Questa attenzione reciproca ha convinto il nostro editore, Raffaello Avanzini, a proporci di scrivere un libro insieme senza suggerire neanche un canovaccio su cui lavorare. Come sempre ci ha lasciato una totale libertà di scelta e di trama.
Frediani: Come sempre, Massimo è assai riduttivo: anche io sono un suo sfegatato fan e dopo tanti anni di produzione uno scrittore ha voglia di cimentarsi in qualcosa di diverso, senza cristallizzarsi in ciò che gli è valso l’attenzione del pubblico. E nulla poteva essere più diverso e stimolante di un romanzo scritto insieme, non solo tra due scrittori, ma tra due scrittori che si ammirano. Non avrebbe più potuto essere solo lavoro, o mestiere, ma puro e adrenalinico divertimento.

Il romanzo è composto da due storie parallele. In che modo avete lavorato?
Lugli: Abbiamo capito subito che la classica struttura del romanzo a quattro mani non avrebbe funzionato. Non con noi due, entrambi sostanzialmente individualisti e con stili letterari estremamente diversi. Questa diversità, a mio parere, è diventata il punto di forza del libro. Ognuno dei due ha scritto la sua storia e ci siamo rapportati tra noi inviandoci un breve riassunto alla fine di ogni capitolo. Il testo completo l’abbiamo letto solo alla fine e, almeno per me, è stata una bellissima sorpresa: lo stesso identico numero di pagine e due vicende che si incastravano benissimo, con alcuni elementi in comune e molte diversità. Da studente di taoismo lo definirei un romanzo yin/yang.
Frediani: Ma non si tratta di due racconti, né di una raccolta di racconti, si badi bene: sono due storie che si richiamano in continuazione, legate l’una all’altra da elementi comuni e, in particolare, da un trait d’union, la pozione che li rende più forti, che costituisce la scintilla per l’evoluzione/involuzione dei due protagonisti, destinati a finire in modo speculare.

Come è stato lavorare a un romanzo di cui, in qualche modo, non si aveva il totale controllo, data, appunto, la trama a due teste?
Lugli: Molto stimolante. Una linea generale, ovviamente, l’avevamo delineata all’inizio e per qualsiasi dubbio ci siamo parlati di continuo. Aggiungo che avevo una strizza folle di confrontarmi con un autore di culto come Andrea ma la sua modestia, la sua disponibilità e, alla fine, la sua amicizia mi hanno spinto a cercare di dare il meglio di me.
Frediani: Quando scrivi non devi rendere conto a nessuno, se non, alla fine, alla casa editrice che ti pubblica, e in seguito ai lettori. In questo caso, c’è stata una grande responsabilizzazione fin dall’inizio, perché il timore che i lettori facessero un confronto tra i due scrittori, nonché di deludere il mio compagno di viaggio, era troppo forte per non spingermi a porre estrema attenzione a ciò che scrivevo.

Come si possono conciliare romanzo noir e romanzo storico?
Lugli: Oggi i romanzi con doppia ambientazione temporale vanno forte. Credo che in ogni romanzo storico che si rispetti (e ne ho letti a centinaia, li adoro) ci sia un pizzico di noir, nelle descrizioni della lotta, dello scontro, del sangue che scorre. Nel noir alcuni salti temporali all’indietro riportano vagamente al romanzo storico. Il mio penultimo libro, Il criminale, è ambientato negli anni ’80. Li ho vissuti da cronista ma per scriverne ho dovuto documentarmi su abbigliamento, auto, musica, tecnologia di allora quasi come se avessi dovuto scrivere un romanzo storico.
Frediani: Confermo. Se io, come romanziere storico, vendo un pizzico più dei miei colleghi, è perché non scrivo propriamente romanzi storici tout court, ma romanzi “di ambientazione storica”, ovvero thriller, noir o di avventura ambientati in altre epoche, diverse dalla nostra. Pertanto, i due generi sono più vicini di quanto si possa immaginare…

Aurelio Cecina e Valerio Mattei, pur vivendo a due millenni di distanza, sono dei personaggi simili: caduti in disgrazia, sono costretti, per motivi differenti, a combattere. Due tipi di combattimento diversi: è meglio trovarsi in un’arena da gladiatore o protagonista di un combattimento clandestino?
Lugli: A un combattimento clandestino si può sopravvivere. Nei ludi gladiatorii si moriva quasi sempre. Direi che preferirei affrontare un avversario a mani nude piuttosto che un mirmillo con daga e scudo o un reziario con rete, tridente e pugnale. Nel primo caso, dopo aver praticato arti marziali da quando avevo nove anni, potrei perfino sperare di cavarmela; nel secondo… addio Massimo.
Frediani: In realtà, i gladiatori godevano di molte tutele, di cui dubito possano fruire i combattenti clandestini. Il lanista, ovvero il proprietario del gladiatore, pagava fior di quattrini per comprare e addestrare un gladiatore, e non era felice di perderlo nell’arena. Quindi, prima di autorizzare un combattimento all’ultimo sangue, ci pensava non una ma dieci volte. E poi c’erano i compagni, con i quali, spesso, un gladiatore creava una sorta di sodalizio. No, meglio essere un gladiatore.

Vogliamo parlare dei personaggi femminili del romanzo?
Lugli: La mia Helena è una prostituta romena che si rivela molto più innamorata, molto più accogliente, devota, empatica, appassionata di tante donne che conducono una vita regolare. È un amore sbagliato, un amore impossibile quello tra lei e Valerio, quel tipo di passione che ti prende alla gola, ti trascina via, ti stravolge la vita. So di cosa parlo perché l’ho provata e ne soffro ancora. Quanto ad Ambra, è il suo opposto: razionale, intellettuale, cerebrale, ama in silenzio, in modo completamente opposto e rappresenta quella normalità da cui Valerio sfugge ma a cui, al tempo stesso, vorrebbe inconsciamente tornare.
Frediani: Ci siamo divertiti a immaginare una prostituta dolce come una donna della buona società e una matrona romana (che peraltro ho chiamato Clovia Materna) spregiudicata come una prostituta. Ma nel nostro romanzo, oltre alle donne sbagliate, ci sono anche le donne giuste: Ambra, appunto, per Valerio, e Innithivei, la schiava che si innamora di Aurelio, nella mia vicenda. Solo che uno segue la strada giusta, l’altro quella sbagliata…

Quali sono state le vostre fonti?
Lugli: Le solite, per quanto mi riguarda: esperienza di cronista, documentazione giornalistica, lunghe chiacchierate con poliziotti, carabinieri e, in questo caso, insegnanti e praticanti di arti marziali.
Frediani: Ho voluto ambientare la mia vicenda in un momento ben documentato dalle fonti, ovvero l’inaugurazione del Colosseo, che mi avrebbe consentito di far combattere spesso il mio protagonista. Quindi ho usato gli strumenti del mio mestiere: gli autori latini dell’epoca, a partire da Svetonio. Ma anche, per il ritmo della narrazione, serie televisive come Spartacus.

Protagonista dei vostri scritti è sempre Roma…
Lugli: Certo, il nesso è proprio questo. Un città strangolata di traffico (carrozze, portantine, macchine o scooter fa lo stesso) involgarita da strade dissestate, buche, immondizia, assediata dalla delinquenza predatoria e dalla corruzione, imbarbarita dal malcostume, dalla corruzione e dall’arroganza. Di che epoca stiamo parlando? Oggi? Ieri? Venti secoli fa?
Frediani: Noi due abbiamo la grande fortuna di ambientare le nostre storie in una città che è essa stessa protagonista della vicenda. E non potrebbe essere altrimenti: accanto allo squallore appena descritto da Massimo, ci sono tutt’oggi, ma ancor più allora, magnificenze che lasciano a bocca aperta. Una città dai forti contrasti, degna cornice delle forti emozioni che cerchiamo di provocare nei lettori con le nostre storie.

Vi vedremo scrivere ancora un romanzo come Lo chiamavano gladiatore?
Lugli: Mi piacerebbe da morire perché vedere il mio nome in copertina accanto a quello di Andrea Frediani è stata una gioia e un onore che non si dimenticano. Ma ci vorrà un’altra idea giusta e, per ora, ognuno di noi due sta seguendo la sua strada, scrivendo altre cose. Non dico mai no al futuro e aspetto questa possibilità con entusiasmo e gratitudine, se dovesse presentarsi. Io non mi tirerei indietro.
Frediani: Siamo entrambi scrittori compulsivi, per i quali scrivere equivale a respirare. Abbiamo bisogno di farlo in continuazione e di provare nuove esperienze, porci di fronte a nuove sfide, e non possiamo affatto escludere che in futuro questo esperimento si ripeta. È stato divertente, stimolante ed esaltante, e quando si prova una forte emozione si tende a ripeterla…

I LIBRI DI ANDREA FREDIANI

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