Intervista a Andrea G. Pinketts

Andrea G. Pinketts
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Il suo multiforme ingegno gli ha permesso di cimentarsi nei più svariati mestieri: pugile, giornalista, fotomodello, opinionista in tv. Ma la scrittura noir, giornalistica o letteraria che sia, è sicuramente l'habitat naturale di Andrea G. Pinketts, che gli ha permesso di conseguire tra gli altri il prestigioso premio Scerbanenco. Una scrittura ironica e dissacrante che, come il senso della frase, non lo abbandona mai, tanto meno in questa intervista: leggere per credere.

Nel tuo La fiaba di Bernadette che non ha visto la Madonna ti confronti con la fiaba ma avverti immediatamente il lettore riguardo il fatto che esiste una sorta di inversione tra l'incipit canonico «C'era una volta» e l'immancabile finale «E vissero per sempre felici e contenti»: come mai hai sentito l'esigenza di attuare questa inversione?

Più che illustrare il motivo di questa inversione in questo momento sto pensando che questa è effettivamente una storia anomala. Nel mio primo romanzo, Lazzaro vieni fuori, che ho scritto mi sembra nel millenovecento... si mi sembra proprio nel 1900, o forse era fine '800? Non mi ricordo... perché d'altronde, come si evince dalla quarta di copertina, Andrea Pinketts è «nato a Milano nei secoli bui», quindi non si sa bene quando sono nato... comunque stavo pensando che già il mio primo romanzo, pubblicato ben sette anni dopo esser stato scritto, aveva qualcosa di fiabesco. E proprio in questo preciso momento mi sono reso conto che c'è forse una soluzione continuativa tra quest'ultimo lavoro e quel mio primo romanzo, in cui il protagonista, cercando una sorta di riscatto dall'età adulta (che non sono i diciotto anni ma il momento in cui ti rendi davvero conto di essere diventato adulto) e il proprio 'Io' infantile, nella natura idilliaca e contemporaneamente malefica di un Trentino fiabesco, incontra strani personaggi come nani, giganti, persone obese come Ubu Roi, folletti, che tuttavia, al contrario di quelli che incontro nella Fiaba di Bernadette, risultano comunque realistici. Quindi forse questo ultimo lavoro, dopo molti libri e tante storie vissute oltre che scritte, è veramente una sorta di degna conclusione di una parte di ciò che avevo l'urgenza di raccontare. Tornando invece alla tua domanda... come si sa tutte le fiabe finiscono bene, o almeno molte di esse, dato che alcune sono davvero atroci e fra le storie più terribili che hanno alimentato i nostri incubi di bambini: mi viene in mente la fiaba di Barbablù, che è ispirata alla figura storica di Gilles de Rais, maresciallo di Francia e compagno d'armi di Giovanna d'Arco, nonché pedofilo e assassino, neanche seriale... di più! Tuttavia, nonostante i molti orrori contenuti, generalmente le fiabe terminano col solito «...e vissero per sempre felici e contenti». Io stavolta ho voluto ribaltare il concetto di fiaba, anzi l'ho rivoltato come un calzino sporco... sporco di sangue, di paure... e nello stesso tempo come un guanto di sfida alla tenerezza che le fiabe comunque contengono in loro, nel senso che non c'è niente che sia altrettanto capace di tenere insieme il concetto di atroce e di sublime quanto la fiaba: dal tema del cannibalismo affrontato in Hansel e Gretel al rapporto tra 'eros' e 'thanatos' ne La Bella addormentata nel bosco, con questa qui che non si riprende... alla fine tutte queste cose confluiscono in una storia che non ha né capo né coda, non perché sia una 'pirlata' che mi è venuta in mente così per caso, ma proprio perché il capo e la coda sono il serpente marino che si morde la coda. Quindi anziché creare una linea retta, come nella maggior parte delle storie di narrativa che hanno una partenza, uno svolgimento e una conclusione, ne ho creata una circolare in cui ho immesso tutti i personaggi possibili del mio circo personale, con delle fortissime suggestioni, come quelle della stregoneria e quella della censura 'maccartista', quella dell'inquisizione, quella del fascino della figura angelicata che in realtà può essere perfida o viceversa. A tal proposito mi viene in mente il recente delitto di Perugia: pensiamo soprattutto all'aspetto 'mediaticamente angelico' di Amanda. Attenzione: Amanda ha un aspetto angelico e al contempo ha un nome tentatore. Il concetto è che è, tristemente, una fiaba nera anche quella. Tristemente reale e recente purtroppo. Ma perché noi siamo attratti dalle creature così celestiali che hanno qualcosa di oscuro? Forse dipende dal concetto dell'angelo caduto, Lucifero, che è portatore di luce e al contempo angelo ribelle. Allora tutte quelle che ho raccontato, e questa in modo più esplicito essendo fiabesca, sono storie di angeli caduti. Forse alcuni sono rimbalzati, come Benedetto dalla Doccia, ma la protagonista è comunque una strega uscita da un quadro che si ritrova in una realtà in cui gli orrori non sono minori o maggiori ma semplicemente si sono trasformati: c'è la mafia russa, ci sono cose che evidentemente nel ridente paese di Edera Violacea non c'erano ancora. Gli orrori si trasformano ma continuano a incarnarsi e a uscire dal quadro, con altre forme e in altri contesti, quindi questa secondo me è veramente una storia dell'orrore, una storia del divertimento nel raccontare l'orrore, che vuol dire osservarlo come un entomologo osserva un bacherozzo, quindi con la fascinazione subita dell'oggetto per quanto disgustoso sia, e con qualcosa di inevitabilmente fiabesco e in fondo anche bello, dolce, leggero... nel senso di soave, nonostante il fatto che in questa storia ne succedono veramente di tutti i colori. Ma l'elemento dissacratore è quello che prende le distanze dalle fiabe autentiche, che sono terribili perché non esiste la scappatoia, la via di fuga, la scala anti-incendio dell'umorismo che in questo libro invece è presente.

 

Vorrei chiederti qualcosa sul connubio tra testo e immagini che, in qualche modo, può far rientrare questo tuo lavoro nella categoria del libro illustrato, sebbene declinato attraverso fotografie estremamente 'pop': puoi aggiungere qualcosa a riguardo?

Certamente. Ma prima permettimi di chiudere brevemente il discorso sul “C'era una volta...” e sul “Vissero felici...”. Il “C'era una volta” implica inevitabilmente un passato che noi possiamo ricordare con malinconia, con affetto, con paura anche: ad esempio se abbiamo avuto un'infanzia violata il nostro passato è una cosa dalla quale dobbiamo sicuramente allontanarci. Ma il passato è qualcosa che comunque ci ha segnato e quindi tutto ciò che non ci ha distrutto in qualche misura ci ha creato. Perciò io trovo molto più terribile il “Vissero per sempre felici e contenti”: trovo quell'espressione assolutamente agghiacciante, perché uno che è costretto ad essere 'per sempre' felice e contento mi da l'idea di uno che abbia subito una sorta di lobotomia, costretto a comportarsi in eterno come quelle 'famiglie felici' che appaiono nelle pubblicità: è terribile, agghiacciante! Piuttosto è meglio avere dei tormenti, è meglio essere usciti da un quadro e aver schivato di misura il rogo della 'Santa Disquisizione'! Tornando al discorso fotografico: proprio nel momento in cui questa 'cosa' è stata concepita ho pensato al libro illustrato, che mi ha fatto pensare immediatamente alla fiaba. D'altronde io credo fermamente nel concetto di contaminazione e questo è proprio un 'coso' di assoluta contaminazione: avvertivo la necessità che qualcuno fotografasse una storia che era nata proprio per immagini. Questa è una storia di icone se vogliamo: solo il fatto che la ragazza, la strega, esca dal quadro è già un quadro in se. Le mie parole però sarebbero rimaste un quadro vuoto, disertato, abbandonato dalla strega se non avessi incontrato una persona come Mariasole Brivio Sforza (la fotografa, ndr) che riuscisse ad interpretarle senza nessun suggerimento da parte mia. I nostri due lavori sono stati veramente paralleli: chiaramente il mio ha ispirato le foto e non viceversa unicamente perché sono arrivato prima io come figura propositiva di questa storia. Ma già il fatto che lei si chiami Mariasole Brivio Sforza è perfetto per una fiaba. Io la definisco 'la nipote del Castello Sforzesco' e mi piace pensare che quando lei a Milano passa di fronte a quel castello insieme a me o a qualche altra persona lo presenti dicendo «Andrea Pinketts ti presento mio zio», ossia il Castello Sforzesco: c'è qualcosa di fiabesco in tutto ciò. E lei è stata davvero molto brava a riportare l'atmosfera anni '70 nelle sue foto. Per cui in questo libro c'è l'inquisizione, c'è un presente di mafia russa ma ci sono anche il 'camp' degli anni '60 che sta per incontrare gli anni '70.

 

All'inizio del libro tracci una netta divisione tra favola e fiaba e dichiari nettamente la tua preferenza all'interno del genere stesso. Ci puoi illustrare la distinzione tra favola e fiaba e spiegare perché la tua preferenza va a quest'ultima?

Per essere proprio chiarissimo e schematico le favole sono quelle che comportano l'esistenza del mondo animale: quelle di Fedro, Esopo e altri autori che in qualche misura hanno sempre cercato di dare un insegnamento: ad esempio La volpe e l'uva è legata al concetto dell'invidia e tutto il resto. Invece le fiabe sono di maggiore contaminazione perché ci sono essere umani come protagonisti, che poi possono anche interagire con creature del mondo animale o addirittura immaginarie. E allora io, inevitabilmente, preferisco la fiaba perché la favola, in qualche modo, è necessariamente didascalica e moralista. E alle volte, purtroppo, è anche moralistica: essere morali e moralisti è una cosa, essere moralistici invece è patetico. La fiaba no, ribadisco, perché è crudele e vi possono interagire molte cose. Secondo me in questo senso la fiaba è affine al noir. Ma cos'è il noir? Noi qui in Italia solitamente usiamo il termine 'giallo', peraltro estremamente vago e derivato dai romanzi pubblicati a partire dal 1929 dalla Mondadori che, incidentalmente, avevano le copertine di colore giallo: perciò la parola 'giallo' è entrata nel linguaggio comune come sinonimo di 'mistery'. Ad esempio nei paesi anglosassoni ci sono termini molto più specifici: c'è la 'crime novel', che letteralmente è la storia di un crimine, o la 'detective novel', che è la storia di un'indagine, oppure lo 'psycho-thriller' alla Thomas Harris, o il 'legal thriller' alla Scott Turow. Noi invece usiamo 'giallo' come termine onnicomprensivo, infilandoci da Agatha Christie al Maresciallo Rocca! Ora noir, se vogliamo, è ancora più vago ma è molto più bello! Perché noir è veramente un pozzo nero, che è contemporaneamente un pozzo degli orrori e un pozzo delle meraviglie: da questo pozzo, se sei in grado di riconoscerlo, di averne paura o di subirne il fascino, puoi tirare fuori quello che vuoi. E in questo senso il noir secondo me è fiabesco.

 

La fiaba è un genere estremamente esigente verso chi la compone ma anche un eccezionale terreno di gioco su cui hai potuto spingere al massimo le tue ossessioni linguistiche: ti ha permesso di giocare con il linguaggio ancora di più proprio perché ha maggiori norme rispetto ad altri generi?

Sì, inevitabilmente proprio per contrasto. Ad esempio esiste una società di appassionati di Sherlock Holmes che si incontrano spesso fra di loro nei luoghi canonici, Baker Street come i luoghi della brughiera inglese frequentati dai personaggi di Conan Doyle, vestiti esattamente come Sherlock Holmes e il dottor Watson. Ogni tanto capita che qualche scrittore, non facente parte di questa associazione, decida di scrivere una storia con protagonista Sherlock Holmes: si tratta di una cosa normale per un personaggio così importante, entrato nell'immaginario collettivo, che ormai non appartiene più al solo autore originario, posto che questi sia ancora in vita e possa, per ragioni economiche, impedire ad altri di usare la sua creazione. Perciò chi vuole può riscrivere anche una nuova Odissea con Ulisse o Renzo Tramaglino se gli garba dato che non ci sono più vincoli da quel punto di vista. E siccome Sherlock Holmes è un personaggio affascinante, molti si sono cimentati nel riprendere questa sorta di mito e collocarlo nelle situazioni più improbabili. Tuttavia se io avessi infilato Sherlock Holmes qui dentro avrei 'rischiato' di essere mandato al rogo dagli sherlockiani di cui sopra, pur essendo loro amico: infatti c'è una sorta di 'inquisizione' fatta di censure e anatemi che impedisce di violare qualcosa che è 'sacro'. Ma in realtà di sacro non c'è assolutamente nulla perché il bello della fiaba, il bello del noir, il bello della vita è che è un incontro, un incrocio, delle volte uno scontro, tra il sacro e il profano. Kant dice che «l'uomo è un animale essenzialmente metafisico» ma ha appena detto che è un animale! Quindi c'è una contraddizione in termini tra essere metafisico ed essere un animale, che qualcosa di più fisico non si potrebbe. Ragion per cui è bellissimo violare una regola quando diventa un capestro: è creativo e stimolante.

 

Puoi darci un esempio di questo aspetto creativo?

Io non mi ricordo nel dettaglio tutte le cose che ho scritto, quindi ogni volta che le rileggo per me è una scoperta. E questo è il bello del leggere secondo me: perché nel leggere, e soprattutto nello scrivere, tu sei l'attore ma anche lo spettatore di ciò che stai rivivendo, anche quando non sei necessariamente l'autore e non hai scritto tu il libro. Nel momento in cui tu inizi a leggere un libro (a meno che non si tratti di Proust, che naturalmente è ottimo ma che, descrivendo in modo assolutamente minuzioso ogni minimo particolare, lascia davvero poco all'immaginazione) diventi una sorta di co-autore perché sei stimolato a vedere una cosa che ti viene raccontata non nel dettaglio ma come idea: poi la fai tua e la vedi in modo diverso. Non a caso ogni volta che c'è una trasposizione cinematografica di qualche libro di successo, generalmente si verifica una certa delusione tra gli spettatori perché ognuno si è già fatto il proprio film prima che venisse effettivamente girato. Quindi il compito dello scrittore è quello di dare delle suggestioni e in questo caso sono addirittura imposte dalla presenza delle foto. Però Mariasole Brivio Sforza, pur essendo stata inevitabilmente influenzata dalla storia del libro, ne ha tratto le sue conclusioni. Ragion per cui io credo che ogni persona che legge una storia tragga comunque le proprie conclusioni.

 

Quanto c'è di tuo nel personaggio principale del libro? O meglio, quanto materiale autobiografico c'è in Benedetto dalla Doccia?

Si dice che un autore in realtà è tutti i propri personaggi, quelli negativi e anche quelli di contorno come, ad esempio, un semplice passante: nel momento in cui decidi di descrivere un passante sei tu che descrivi il passante, quindi è una tua scelta. Benedetto dalla Doccia è una sorta di alter-ego, io narrante, anche se non è necessariamente lui il narrante: insomma è un po' il termometro della situazione. La vera protagonista è Bernadette. Ma forse in realtà la vera protagonista è la situazione stessa, di cui tutti i personaggi sono protagonisti, perché tutti insieme appassionatamente rientrano nel quadro dal quale Bernadette è scappata.

 

Va sottolineato comunque che le foto all'interno del libro hanno come protagonista lo stesso Andrea G. Pinketts nei panni di Benedetto dalla Doccia...

Ci sono due versioni... anzi tre se vogliamo. La prima è che sono narcisista e la seconda deriva dal fatto che in un lontano passato facevo il modello. La terza invece... siccome eravamo all'ultimo momento e avevamo dei problemi di produzione volevamo contattare Costantino, il bello di 'Uomini e Donne', ma era troppo caro e allora abbiamo dovuto ripiegare su di me. Naturalmente quest'ultima versione non è vera: me la sono inventata io in questo momento. [foto di alessandro branca]

 

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