Intervista a Andrea Purgatori

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Giornalista veterano con grandi inchieste, reportage e soprattutto grandi scoop alle spalle, sceneggiatore cinematografico e televisivo, autore di saggi, autore e conduttore televisivo di programmi di approfondimento, esperienze anche come attore… come se non bastasse, Andrea Purgatori – una delle penne italiane più famose – esordisce oggi come romanziere. Lo abbiamo intervistato per sapere tutto di questa nuova avventura.




Dopo un mondo di parole importanti, profonde, legate a eventi che hanno fatto la storia del nostro Paese, la scelta di un romanzo di spionaggio. Perché?
Per molti motivi. Il primo perché avendo conosciuto, nell’arco di tanti anni di lavoro, molte spie dell’Est, dell’Ovest e di tanti Paesi, volevo raccontare anche la loro dimensione umana che è molto diversa da quella del nostro immaginario. Sono donne e uomini fatti come noi e come noi provano emozioni, sentimenti, gioie e dolori ed è curioso, diciamo, che li debbano vivere, in qualche modo, nell’ombra. Anche se a volte poi il sentimento fa saltare questi progetti studiati a tavolino che dovrebbero cambiare gli assetti del mondo. Questo era uno degli aspetti che mi interessava. Secondo motivo, sicuramente l’uso di un linguaggio diverso, anche se io in questo romanzo ho tenuto conto sia della mia esperienza di sceneggiatore e giornalista. Però, insomma, il romanzo ti consente di andare molto più in profondità nella psicologia dei personaggi. E poi perché mi incuriosiva molto la scommessa di ambientare una storia in un Paese diverso, una città non italiana, con personaggi non italiani a eccezione di questa detective dell’antiterrorismo che ha radici italiane, ma è nata in Germania e ho provato a costruire una spy story, con una struttura abbastanza classica, ma senza quella cupezza, quel grigiore che normalmente c’è in questo tipo di storie.

Quattro piccole ostriche è il titolo di una storia, la tua, che ha la Guerra fredda e il muro di Berlino a fare da sfondo... in parte mi hai già detto che ci sono anche le tue scoperte professionali, ma come si sono intrecciate la realtà e la fantasia, per altro gioco non facile per chi fa il giornalista...
Ma guarda, c’è fantasia naturalmente e c’è anche manipolazione degli eventi, ma ci sono anche un sacco di cose che corrispondono alla realtà di come sono avvenute, soprattutto quelle del passato, sia per la notte della caduta del Muro, sia anche per quell’episodio dell'assalto alla sede del KGB, in cui io ho cercato di mescolare avvenimenti reali con avvenimenti che io ho immaginato e che secondo me stanno bene dentro questa storia. Più che altro la mia idea era quella, pur raccontando un progetto folle, come erano folli i progetti della guerra fredda che per altro non è mai finita, mi interessava molto raccontare, come dicevo, l’aspetto umano di questo mondo sconosciuto, messo all’interno di questo progetto folle. L’idea di riuscire a condizionare quattro bambini e farli crescere come delle macchine perfette per uccidere, attraverso il controllo mentale, il lavaggio del cervello, l’ipnosi, che era tipico di quegli anni, mentre oggi gli strumenti dello spionaggio sono altri. Credo che sia anche un romanzo molto femminile, perché i personaggi femminili sono molto più complessi, interessanti e tosti di quanto non lo siano quelli maschili nel loro rigore e nella loro coerenza. Poi è un romanzo anche sul riscatto, sul tradimento, sulla possibilità di avere una seconda vita, che però anche se te la costruisci pensando di esserci riuscito, poi arriva sempre un conto da pagare.

Mi ha incuriosito il fatto che dicevi che conosci bene il mondo delle spie, nel senso che per lavoro ne hai incontrate. Ma ancora oggi, nel terzo millennio, è fatto di cambi repentini di identità, di lusso, ma con regole ferree?
Sì, sì, guarda, dal punto di vista comportamentale e di modalità di svolgimento delle missioni, le spie non hanno mai cambiato le loro abitudini. Poi io magari ho messo un albergo di lusso di più e ho calcato perché racconto anche trent’anni di storia e lo spionaggio ha avuto la sua evoluzione, ma comunque le spie si muovono sempre allo stesso modo. Quindi da questo punto di vista ho raccontato cose non solo verosimili, ma molto vere.

Oltre le tante informazioni che hai scoperto strada facendo nella tua professione, hai inserito una donna e quindi inevitabilmente una storia d’amore, la musica, la psicanalisi e che altro?
Beh, di storie d’amore ce ne stanno più d’una e sono, secondo me, interessanti perché le loro storie sono o irrisolte o che alla fine pretendono un chiarimento e il chiarimento se sono state storie d’amore vere, prima o poi deve arrivare e quindi non importa il tempo che passa, importa che poi alla fine sia chiaro quello che è successo. Insomma c’è un protagonista maschile che scappa, scappa dal mondo, dall’amore che ha, scappa dal lavoro che sta facendo di spia, pensando di essersi costruito una seconda vita e poi però, dopo trent’anni, si accorge che questo sogno ha un conto da pagare e lo costringe a tornare indietro per affrontare tutto quello da cui è scappato. E questo secondo me è interessante perché può essere applicato alla vita di ciascuno di noi.

I colleghi giornalisti hanno accolto il tuo primo romanzo con grande entusiasmo. Sul “Corriere della Sera” è stato ipotizzato un trasferimento della storia sul grande schermo, indicando proprio te come attore protagonista!
Ah ah no, ma quello è un gioco, una provocazione, io non ci penso per niente! Invece no, io ho cercato di costruirlo, anche un po’ come una serie, una serie televisiva. In questo, la mia esperienza di sceneggiatore ha contato. Diciamo che c’è una composizione che è una composizione che può essere applicata tranquillamente a una serie televisiva. Magari si farà, chi lo sa? Vediamo, adesso il romanzo è appena uscito! E sono già molto contento per come sta andando: in pochissimi giorni aveva già venduto duemila copie, insomma sta andando già molto bene e io sto facendo il giro d’Italia per presentarlo. È una gran fatica, un romanzo, lo immaginavo ed è stato così!

Quindi ci penserai un po’ prima di rifarlo di nuovo?
Mah, adesso vediamo. Probabilmente un altro lo scriverò e forse potrebbe essere anche un seguito perché in fin dei conti io la storia la lascio aperta, in qualche modo, quindi non è detto che non ci sia un seguito...

…E io che pensavo, conoscendoti professionalmente, che le quattro ostriche del titolo contenessero solo perle, tu invece fai loro contenere dei seguiti!
E chi lo sa? Volendo ci possono essere! Adesso vediamo come procede la vita di questo primo romanzo. Insomma io intanto mi devo preoccupare della mia trasmissione che ricomincia a ottobre e non è una passeggiata, perché le mie puntate sono molto complesse anche da preparare.

E insieme alla promozione del libro e tutto il resto, complica un po’ questo periodo estivo 2019...
Però è bello! A me piace molto andarlo a presentare, vedere le reazioni delle persone, è un modo per capire fino a che punto la gente può accettare una spy story che non è solo una spy story. Ecco, mi incuriosisce la reazione delle persone che lo leggono e fin qui, devo dire che tutti coloro che lo hanno letto, mi hanno detto che a loro è piaciuto e quindi io sono molto contento! Anche perché ripaga anche la fatica, no?

C’è qualcosa che vorresti suggerire ai tuoi lettori?
Sì, di non prendere Quattro piccole ostriche soltanto come un romanzo di genere, perché io non l’ho scritto come un romanzo di genere. L’ho scritto anche tenendone conto, certo, lo spionaggio, il thriller, quello che vuoi, ma non è solo questo. Dentro, secondo me, ci sono vari livelli di racconto e io tengo molto anche all’aspetto umano – sentimentale.

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