Intervista a Angela Bubba

Angela Bubba
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Ho conosciuto Angela Bubba durante un seminario su James Joyce. Visto il suo carattere riservato, pochi sapevano che lei già all’età di ventuno anni è arrivata tra i primi dodici al Premio Strega dopo essere stata finalista al Campiello Giovani e al Calvino. La incontro nella facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza. Ci prendiamo un caffè come al solito ma questa volta tutto ciò che dirà verrà registrato: è così che nasce questa intervista.




Nel 2010 sei arrivata tra i primi dodici del Premio Strega. Un bel traguardo per un’esordiente di ventuno anni. Com’è stata questa esperienza?
Importante, anche se controversa. Nel bene e nel male è il premio letterario più gettonato d’Italia, che soprattutto per un esordiente sembra un miraggio: una cosa lontana, luccicante, in una parola: impossibile. Anche in quell’anno, ricordo, non mancarono le polemiche, ma in ogni caso io ero davvero troppo felice per quello che mi stava accadendo; mi sentivo ubriaca. È stata sicuramente un’esperienza inaspettata e incredibile che mi ha lasciato ricordi indelebili: conservo ancora alcune parole di Paolo Sorrentino; conservo l’sms del mio editor Massimiliano Governi con cui mi avvisava che ero entrata fra i dodici finalisti; conservo infine il fatto di aver passeggiato al Ninfeo di Villa Giulia, un luogo dove nel 1957 vinse Elsa Morante con L’isola di Arturo: magia pura, per me.

Hai nominato Elsa Morante. Che rapporto hai con questa grande scrittrice?
Come ho già detto, pensare al suo nome luminoso per me è pensare alla magia, e cioè alla scrittura davvero ispirata e sincera, a un ideale vissuto con una purezza quasi imbarazzante: senza menzogna, e senza moderazione. Elsa e le sue pagine sono per me baluardi e insieme carezze, parole senza tempo, verità.

Quali sono gli altri modelli che ispirano la tua scrittura?
Non parlerei proprio di modelli. Il modello mi dà l’idea di qualcosa di statico, d’indiscutibile; qualcuno con cui non poter dialogare insomma. Mi piace più pensare a persone che non mi deludono quasi mai e con cui comunque ho le mie “discussioni”, chiamiamole così, i miei confronti aperti. E sto parlando, oltre a Elsa Morante, di Cormac McCarthy, ad esempio, e di Flannery O’Connor, Corrado Alvaro, Agota Kristof, Carlo Coccioli, David Foster Wallace, Anne Sexton, Michele Mari, Massimiliano Governi, Henry Miller, Omero… e altri nomi che ora mi sfuggono. Non solo gli scrittori in ogni caso sarebbero da considerare. Potrei qui aprire una lunga parentesi su registi e cantautori, e pittori e via dicendo. Tutto questo per dire che la scrittura è senz’altro una questione immacolata, un miracolo di verginità infinita, che però nasce dalle contaminazioni più promiscue e apparentemente lontane fra loro, almeno così è per me. La scrittura è una cosa panica, un colpo d’aria bianca al quale si giunge dopo aver fatto ruotare la ruota contenente tutti i colori.  

 


Come nasce l’idea di MaliNati?
MaliNati nasce all’indomani della rivolta di Rosarno, esattamente il giorno dopo. Il mio editor (sempre Massimiliano Governi) m’inviò un’e-mail in cui mi chiedeva se mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa a riguardo. Io gli risposi subito di sì, che mi andava; anzi gli dissi che ero scioccata e che mi andava. Pensato all’inizio come un istant book, il progetto si è poi evoluto e man mano cresciuto. Mentre stendevo il primo capitolo, infatti, mi accorgevo che avrei voluto parlare anche di altri argomenti, coinvolgere altra gente e altri territori calabresi, ma sempre sotto quel comune denominatore: il male inevitabile. Questo male senza parole, senza gesti quasi, senza nemmeno la forza di essere chiamato male. Il titolo l’ho scelto alla fine, o meglio è esso stesso che si è imposto. L’ho sognato, una notte. La mattina successiva lo comunicai a Massimiliano e a lui piacque subito.


In MaliNati i tuoi occhi si fermano a guardare i problemi che attanagliano la tua terra, che appare in qualche modo ferma, immobilizzata. E lo vediamo anche dalla copertina del libro. Quale potrebbe essere, secondo te, una possibile soluzione all’immobilismo della Calabria e del Sud in generale?
Questa è la domanda delle domande, in pratica. La situazione poi si complica ulteriormente se pensiamo all’intero territorio italiano di questi ultimi anni. L’immobilità, le eterne chiacchiere dei politici, le parole ridotte a scenografia d’abbellimento e nient’altro: sono cose che riguardano ogni italiano. Credo si dovrebbe parlare di questione italiana anziché di questione meridionale o, nella fattispecie, calabrese. I problemi che affliggono la mia regione sono più o meno gli stessi che riguardano molte altre regioni del nostro Paese, e non necessariamente del Sud; solo sono più stratificati, disperati, “storici” direi, ormai talmente interiorizzati da chi eternamente ci convive da non risultare nemmeno più problemi. Sono tumori che in pochi chiamano ancora tumori; sono mali invisibili, purtroppo. Tu mi domandi di una possibile soluzione a tutto questo: mi viene innanzitutto in mente il concetto di sincerità, ormai diventato così banale, se non addirittura noioso. Un vero scrittore o una vera scrittrice si riconosce da quanta verità comunica con le proprie parole, da come lascia da parte il calcolo e il guadagno più facile e da come, al contrario, punta al midollo del suo pensiero, alla fede nel suo progetto, alla sua estrema sincerità appunto. Se ciò avvenisse anche in politica, per tutti gli affari relativi al Meridione e non solo, si potrebbe senz’altro giungere a traguardi importanti. Se i politici si mettessero in testa di trattare le parole come cose concrete, materiali, sociali, come eventi da onorare col rispetto più grande e non da far prostituire, ogni qual volta escono dalle loro bocche senza dignità alcuna, be’, di sicuro le cose andrebbero diversamente. 


Il capitolo più scioccante e intenso è sicuramente quello dedicato a Federica Monteleone, simbolo di una malasanità che è tristemente diventata marchio di fabbrica della tua regione...
È stato il capitolo più faticoso per me, non da scrivere ma da “sopportare”, nel senso di portare proprio addosso: mentre cercavo di mettermi in contatto con Mary Sorrentino, la madre di Federica, che ho appunto intervistato insieme al marito; mentre l’intervistavo; mentre uscivo da casa loro e ritornavo a casa mia con la parola morte appiccicata in ogni angolo del corpo; mentre ne parlo con gli altri. È stato un incontro, quello con Mary, che ha sicuramente cambiato qualcosa in me, e non so ancora che cosa. Mi ha lasciato qualcosa di rotto, di deforme, di irrisolvibile. La forza disperata di questa madre, e con essa le sue parole, la sua lucidità folle perché sopravvissuta alla catastrofe, nonostante tutto, credo sia l’emblema migliore, anzi l’unico, per la Calabria. Si tratta di una storia semplicemente assurda, alla quale si fatica a credere, e che dopo averla ascoltata comincia a scavare tunnel chilometrici fra la testa e il cuore. Finché arrivi a chiederti, ogni giorno, ogni minuto: “come diavolo è potuto accadere? Ma è vero? È reale?”. Domande che potrebbero riguardare innumerevoli altre situazioni calabresi. Ogni volta che ci rifletto penso sempre alle parole di Mary però, sempre: “in Calabria se c’è disperazione, non c’è forza. Vanno di pari passo, una chiama l’altra. Se non c’è una non c’è l’altra”. È delle cose più crudeli e vere che un essere umano abbia mai potuto dirmi. 


Uno degli elementi che emerge dalla lettura di MaliNati è che molte volte ti sei imbattuta nel pregiudizio e nella discriminazione nei confronti della gente del Sud. Esatto?
Sì, esatto. Gli stereotipi meridionali, soprattutto quelli negativi, sopravvivono ancora. Ne ho notato la presenza in qualunque luogo romano io abbia visitato o frequentato; prerogativa non solo della città in cui studio. Inoltre, spesso noto una totale arrendevolezza da parte degli stessi meridionali a correggere quest’ottica deviante e mortificante. La capacità di meravigliarsi, anche di fronte a situazioni negative, è del tutto azzerata, resettata. Si parte già con l’impotenza, la noia, la delusione che non ammette azione; con la tristezza. Una cosa che letteralmente mi strappa il fiato.


Qual è il messaggio che con MaliNati vuoi dare al lettore?
Non voglio dare messaggi. Voglio dar visione del male, del male che io e molti altri vivono, ma senza una morale di sottofondo a tutti i costi. Credo anzi che costruire una narrazione presupponendo un messaggio al suo interno logori, massacri e quindi distrugga la narrazione stessa.

I libri di Angela Bubba

 

 

 

 
 
 
 
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