Intervista a Anna Cerasoli

Anna Cerasoli
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Se i “numeri” non sono proprio il pezzo forte degli studenti italiani non prendetevela con Anna Cerasoli. Laureata in matematica, insegnante di grande esperienza, autrice di manuali per la scuola, è la scrittrice italiana più nota e prolifica nel campo della divulgazione scientifica. Tra i tanti titoli, segnaliamo Le avventure del signor 1 e 10+ Il genio sei tu!, due divertenti illustrati che introducono i più piccoli, in chiave narrativa, nell’affascinante mondo dei numeri (entrambi editi da Emme Edizioni); Gatti neri Gatti bianchi (Editoriale Scienza), un delizioso albo con i disegni della grande AnnaLaura Cantone in cui i primi rudimenti del pensiero logico sono tradotti in una buffa di storia sui felini di un imprecisato quartiere; infine, per i più grandicelli (dai 9 anni in su, direi), I magnifici dieci, le avventure di un bambino nel mondo della matematica, accompagnato dal nonno professore, con Fibonacci, Pitagora, p greco, dadi, spirali e abachi come co-protagonisti (sempre Editoriale Scienza). Abbiamo chiacchierato con lei di matematica, libri, scuola e cultura scientifica, scoprendo anche qualche segreto del suo lavoro.




Andavi bene a scuola? Hai scoperto subito il tuo amore per la matematica o sei passata anche tu per la fase (purtroppo da noi tanto comune) del rigetto?
Fortunatamente non ho mai incontrato difficoltà, avevo attimi voti e l’elogio degli insegnanti. Ma l’amore per la materia è nato dopo la scuola, da studi successivi e dall’insegnamento.

 


In base alla tua esperienza, è più difficile scrivere un libro di testo per le scuole o un libro di divulgazione scientifica, e quali sono le differenze principali tra i due “generi”?
Direi che nel primo caso, almeno per me, si è trattato di un lavoro, gratificante ma un lavoro; nel secondo caso, quello della divulgazione, si tratta di un gradevolissimo modo di impegnare la mia testa e la mia creatività. La principale differenza tra i due generi consiste nella libertà di scegliere gli argomenti, che nel caso del libro di testo sono rigidamente imposti dai programmi ministeriali. Un’altra differenza è quella legata al rigore formale. In un libro di divulgazione spesso, per far comprendere un qualche concetto, è più efficace una metafora, con tutte le sue inevitabili approssimazioni, che una definizione rigorosa ma astratta e poco interessante. Il libro di divulgazione si pone l’obiettivo di incuriosire il lettore, aprendogli finestre su panorami interessanti; panorami che in un secondo tempo, se vorrà, il lettore potrà osservare più da vicino e con maggiori strumenti. L’importante è non trasmettere false conoscenze, anche non seguendo il percorso rigoroso proprio della esposizione scientifica.


Matematica narrativa potrebbe essere una definizione del tuo lavoro di divulgatrice. So che gli scienziati considerano in genere meno indispensabile la bella forma per trasmettere un contenuto rispetto agli umanisti. Quanto è importante la ricerca stilistica nei tuoi libri?
Il linguaggio scientifico, a mio parere, richiede una grande cura della forma, forse più di quello umanistico. Certo, si tratta di forme differenti… Una buona spiegazione è fatta di termini appropriati, che sono quelli e non altri, di costrutti lessicali che devono tradurre con esattezza quelli logici dell’argomentazione, senza considerazioni superflue ma, al tempo stesso, senza risparmiare in chiarezza. Insomma si tratta un lavoro veramente impegnativo. Nei miei libri di divulgazione curo molto lo stile. Dovendo coniugare la narrazione con le spiegazioni scientifiche cerco di uniformare il linguaggio in modo che sia il più possibile essenziale e asciutto. Inoltre, rivolgendomi spesso a bambini, e talvolta dando la parola proprio a loro, mi piace calarmi nel loro modo di vedere la realtà, con quel misto di fantasia e logica che spesso genera situazioni paradossali e buffe. Ovviamente tutto ciò non deve risultare artificioso, ma spontaneo e leggero. E questo richiede una cura scrupolosa del testo. Voglio aggiungere che di recente c’è, da parte degli umanisti, una grande attenzione ai testi degli scrittori scientifici perché il loro stile essenziale, pulito, lineare è molto efficace e apprezzato dai lettori. Addirittura esiste qualche scuola che, oltre a corsi di scrittura creativa, offre anche seminari in tal senso.


Qual è il tuo rapporto con gli illustratori che svolgono spesso una parte rilevante nei libri per bambini e ragazzi? Hanno qualche difficoltà a sintonizzarsi sulla tua lunghezza d’onda?
È abitudine di molti editori non mettere in contatto diretto l’illustratore con l’autore, forse perché, se lasciato libero di creare, l’illustratore può conferire al testo un valore aggiunto. Nei miei libri, ovviamente, oltre alle illustrazioni puramente esornative occorrono, però, illustrazioni specifiche che necessitano di un contatto diretto con l’artista. Per i vari libri ho avuto modo di conoscere vari illustratori, diversi nello stile e nella personalità, ma ho sempre trovato una buona sintonia con loro. Anche se, molte volte, mi stupiva scoprire quanto diversa dalla mia fosse la loro visione delle cose.


Come cambia, dal tuo punto di vista, scrivere un libro sulla logica o sulla matematica per bambini in età prescolare, delle elementari e delle superiori? E quale delle tre fasce di età è più ricettiva? Curiosità: credi che ci siano differenze di genere rispetto all’apprendimento della matematica? È vero che in media i maschi imparano più facilmente?
Paradossalmente, per scrivere un libro di logica rivolto a bambini in età prescolare è bene averne scritto uno per ragazzi delle superiori. Perché bisogna aver digerito e assimilato non solo i concetti della logica ma principalmente il loro modo di esporli. Purtroppo, rispetto alle età degli studenti, ho riscontrato che con i ragazzi delle superiori c’è da fare un grande lavoro per riuscire a scalfire la diffidenza in questa materia, accumulata negli anni scolastici. Per quanto riguarda le ragazze, a me risulta che abbiano migliore preparazione. Anche se, nella scelta degli studi universitari e poi nella società, questo primato non ha valore.


C’è qualche argomento che ti è risultato particolarmente ostico da tradurre in concetti comprensibili ai bambini o ai ragazzi?
Certamente, sono molti gli argomenti che ho dovuto scartare. Ma devo dire che la più grande soddisfazione è proprio quella di riuscire a “sciogliere” un tema difficile in un percorso praticabile, grazie ad analogie, esempi, metafore… Talvolta mi spingo a spiegare concetti piuttosto complicati, perché penso che le capacità di comprensione dei bambini siano sottovalutate. Spesso è sufficiente alleggerire la zavorra dei calcoli perché un problema, apparentemente difficile, risulti alla loro portata.


Divulgare è un termine che si presta a parecchi equivoci. Hai una personale definizione di “divulgazione”?
Sì, spesso il termine è connotato negativamente e viene confuso con il banalizzare. Io gli attribuisco il significato di “rendere comprensibile ai più, ai non addetti ai lavori” e ritengo sia segno di apertura verso gli altri.


C’è uno scienziato-divulgatore che ammiri in particolar modo?
Keith Devlin o Piergiorgio Odifreddi.


L’arretratezza italiana nell’insegnamento delle materia scientifiche a scuola è diventata proverbiale. È un problema di programmi, di metodi o di preparazione della classe insegnante? Ti sembra che le cose stiano pian piano cambiando negli ultimi anni?
Sono tutte e tre le cose, in una miscela molto dannosa. I programmi sono antiquati: basti dire come esempio che nel liceo scientifico, scuola con pretesa di offrire il massimo programma di matematica, non si studiano gli elementi di matematica finanziaria, fondamentali per capire come va il mondo oggi, mentre si trascorre un tempo esagerato nello studio di funzioni che una normale calcolatrice esegue in una frazione di secondo. I metodi, che spesso escludono l’uso delle nuove tecnologie, sono inadeguati: privilegiano teoria e calcoli tanto faticosi quanto inutili, mentre trascurano quasi totalmente le applicazioni ai problemi. La classe insegnante, formatasi par la maggior parte prima della rivoluzione informatica, è carente di strumenti e trascurata dall’Istituzione che ne dovrebbe curare l’aggiornamento. Attualmente non vedo grandi cambiamenti.


Gli e-book promettono di aprire nuovi orizzonti anche nella didattica. Tu li usi? Li trovi stimolanti per il tuo lavoro o ti tieni stretto il “profumato” libro di carta?
Tutti gli strumenti multimediali, da internet alle LIM, sono utilissimi per accrescere la propria cultura e per condividerla con gli altri. Credo che i giovani, sempre più, baseranno la loro formazione su questi strumenti, specie se interattivi. Si tratterà di definire come guidarli in questa formazione. Compito non facile!

I libri di Anna Cerasoli

 

 

 
 
 
 
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