Intervista a Annette Hess

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Nella hall del grande albergo proprio di fronte al Lingotto - dove si svolge come ogni anno il Salone del Libro - attendo il mio turno per intervistare Annette Hess, esordiente come autrice di romanzi ma in realtà esperta sceneggiatrice televisiva tedesca. Per il suo primo romanzo ha scelto un tema spinoso, una ferita che ha segnato la storia tedesca della seconda metà del Novecento, ovvero il percorso doloroso che dalla rimozione degli orrori nazisti ha portato la Germania alla accettazione ed elaborazione delle proprie responsabilità come popolo. Non un argomento facile da trattare, dunque.




Perché hai scelto di raccontare proprio questa storia nel tuo romanzo L’interprete?
Già da bambina avevo visto al cinema il celeberrimo film documentario di Felix Podmaniczky del 1958 sul processo di Norimberga e quindi sin da subito ho capito di cosa si trattasse. Ma non avrei mai osato scrivere su questo tema come sceneggiatrice televisiva perché lo ritengo un tema molto “sensibile” che non si può correre il rischio di banalizzare. Ho scritto comunque parecchie serie tv di stampo storico quindi diciamo che mi ero “esercitata” abbastanza. Poi, cinque anni fa, sono state pubblicate anche online le oltre 400 ore di registrazione del primo processo di Auschwitz, le ho ascoltate tutte e più andavo avanti più mi rendevo conto che si trattava di magnifico materiale per un romanzo.

Dietro alla gigantesca rimozione dalla memoria collettiva dei campi di sterminio e degli orrori nazisti secondo te c’era più la voglia di ricominciare da zero, di voltare pagina oppure semplicemente i sensi di colpa del popolo tedesco?
All’epoca dei fatti la Germania era fisicamente distrutta, anche chi tornava dalla guerra era profondamente traumatizzato dall’orrore che aveva vissuto, quindi diciamo che è stato fisiologico seguire questo percorso: prima rimuovere e poi cercare di voltare pagina. Il processo di ricostruzione sociale e morale che si è accompagnato alla ricostruzione fisica del Paese è stato quindi naturale. Nel periodo del boom economico il processo di rimozione è diventato massiccio: fortuna però che ci fossero voci isolate che dicevano “No, questa cosa va affrontata coraggiosamente”, altrimenti non saremmo giunti alla consapevolezza di oggi, probabilmente.

Quanto c’è nel romanzo del vero primo processo di Auschwitz e quanto invece di fiction?
È difficile darti una percentuale esatta, le fasi del processo sono reali ma i personaggi sono di fantasia. Facciamo 50 e 50? La cosa importante secondo me è che fiction e realtà sono funzionali una all’altra.

L’interprete non è soltanto un libro sul nazismo: c’è la storia personale di Eva Bruhns, una giovane donna in una società che cambia. Ecco: che sentimenti hai verso la tua protagonista?
L’ispirazione per il personaggio di Eva è stata mia madre, che negli anni Sessanta era una giovane donna esattamente come Eva, ignara e inconsapevole, una signorina un po’ sciocca se vogliamo. Ho potuto osservare da vicino qual è stato il percorso di emancipazione di mia madre (sebbene sia avvenuto in periodo molto più lungo di quanto non succeda con la protagonista del mio romanzo), qual è stata la sua presa di coscienza dei crimini nazisti e ho voluto riprodurlo in Eva.

Che differenza c’è tra lo scrivere per la televisione – come facevi tu prima di questo esordio letterario – e scrivere un romanzo? Anche proprio “fisicamente, per esempio nei tempi…
Sono partita nello scrivere il romanzo esattamente come faccio quando scrivo sceneggiature televisive, stilando una sinossi di circa sessanta pagine. Ma subito mi sono accorta di una grandissima differenza: la sceneggiatura è una specie di base per successivi interventi, magari di altre persone: per esempio se io scrivo in una brevissima nota che l’azione si svolge a Francoforte nel dicembre 1963, lo scenografo farà una ricerca iconografica e costruirà il set che farà da sfondo agli attori, senza che io debba fare alcunché. Nel romanzo invece siamo solo io e il mio lettore, devo ragionare su quali parole usare, su come costruire sfondo e atmosfera e personaggi, non posso dedicarmi semplicemente ai dialoghi e al plot. E poi il lavoro di scrittura per la televisione è molto più veloce, ho una serie stringente di scadenze da rispettare e questo non è accaduto con L’interprete, un lavoro che ho fatto lentamente, che avanzava a scatti come una lepre zoppa.

L’esperienza come romanziera continuerà?
Sto per recarmi in Svezia per tre settimane per iniziare a scrivere un nuovo romanzo. sarà ambientato in una cittadina della Bassa Sassonia agli inizi degli anni Ottanta, racconterà l’epoca dell’ascesa di Steffi Graf vista da attraverso lo sguardo di ragazza di provincia.

I LIBRI DI ANNETTE HESS



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