Intervista a Annie Ernaux

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È Annie Ernaux, una delle voci più autorevoli e seguite della narrativa francese contemporanea, ad aggiudicarsi il premio letterario Von Rezzori per il miglior romanzo tradotto in Italiano. Un riconoscimento a una scrittura cristallina, personale, votata a un autobiografismo intriso da riferimenti storici e sociologici. L’abbiamo incontrata durante una delle giornate del festival letterario fiorentino giunto alla sua tredicesima edizione, a margine della presentazione del libro al Gabinetto Viesseux. Circondata dall’affetto dei suoi lettori, firma una copia dopo l’altra con un sorriso gentile, per poi rispondere a qualche nostra curiosità.




È inevitabile partire dalla tua scrittura, totalmente permeata dal tuo vissuto personale. Raccontare di te stessa è il fil rouge della tua opera. Qual è allora per te il rapporto tra scrittura e memoria? La scrittura diventa un modo per rendere eterne storie persone o è piuttosto uno strumento per rielaborare ciò che si è vissuto e capirlo anche meglio?
Entrambe le cose. Sono tutte e due aspetti che tengo in conto quanto mi accingo a scrivere. Nel momento in cui scrivevo Gli anni ad esempio ripercorrevo e rivivevo la memoria di quel periodo. Ma c’è inoltre l’idea di far durare le cose, di far in modo che sopravvivano anche a me stessa.

Si sa che ogni tua opera ha un lungo periodo di concepimento. Anni e anni di scrittura e riscrittura dietro ogni tuo lavoro. È semplicemente meticolosità e attenzione al dettaglio o piuttosto una ricerca ostinata, un’analisi interiore senza sconti che ha bisogno di tempo e non può concretizzarsi gettando su carta contenuti di getto?
La questione principale è trovare la forma per quello che voglio affrontare con la scrittura. È il motivo per cui provo e riprovo, faccio esperimenti, a volte ci sono errori o direzioni che preferisco non percorrere. Solo così scopro che quella forma non va bene per ciò che voglio dire e riprendo da capo.

C’è una sfera individuale, intima, nettamente presente nella tua opera letteraria, è assodato. Ma c’è anche una sfera collettiva, il tuo vissuto si riflette nella storia che ti passa attorno anno dopo anno, nei cambiamenti della società, nei grandi fatti d’attualità che vivi e osservi, nella costante riflessione sulla condizione della donna che fai raccontando di te stessa. Due piani che si sovrappongono, in una costante commistione. Leggendo la tua opera viene in mente una frase, uno dei motti negli anni del femminismo, “personale è politico”. È una definizione in cui ti rispecchi? Si può parlare di letteratura militante nel tuo caso, intesa come la volontà, da scrittrice, di prendere posizioni nette rispetto alle dinamiche della società e ai cambiamenti in atto?
Militante è un termine che non utilizzo ma sicuramente politica sì. La scrittura è politica, la letteratura è politica. C’è un elemento politico in quello che scrivo soprattutto quando parlo delle donne. Una dimensione che per me è inevitabilmente legatissima alla mia produzione letteraria.

A proposito di donne, in questi anni c’è una nuova questione femminile che è emersa con forza, il fenomeno #metoo sicuramente ne è stato un esempio lampante. In un’intervista al quotidiano “Il Fatto Quotidiano” di questi giorni entri proprio nel merito di questa vicenda e ti esprimi così: “Con il #metoo abbbiamo scoperto di non essere sole con la nostra vergogna”. Presumo quindi che tu ne abbia un’opinione positiva…
Sì assolutamente. #Metoo mi ha trovato totalmente d’accordo, l’ho sempre sostenuto fin dagli esordi e ritengo sia stato positivo per la nostra società. È un percorso che è stato intrapreso a buon diritto. Poi non è detto che questo percorso raggiunga dritto l’obiettivo che si è preposto. Il rischio è che non si arrivi alla meta e piuttosto ci siano dei passi indietro ma non sarà la storia, anzi la Storia con la S maiuscola, a farli, non sarà quella la sua direzione.

I LIBRI DI ANNIE ERNAUX



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