Intervista a Anthony J. Latiffi

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Nato a Valona, Anthony J. Latiffi è in Italia dal 1991, dal tempo di quella famosa “ondata” che portò dalla terra d’Albania sulla sponda opposta dell’Adriatico moltissime persone in cerca di un futuro migliore rispetto a quello che si prospettava per loro in patria, come ha ricordato anche il film di Daniele Vicari del 2012 “La nave dolce” (“dolce” perché trasportava tonnellate di zucchero imbarcate a Cuba: tra l’altro, il nome dell’imbarcazione era proprio Vlora, ossia “Valona”). Latiffi collabora da anni con molte testate giornalistiche del nostro Paese, e padroneggia la lingua italiana con abilità, la stessa che mette anche nei suoi testi di narrativa, costruiti con cura e attenzione, avvincenti e leggibili.




Com’è nata l’idea per Tempo per morire?
Mi trovavo in Spagna, per finire il secondo libro della trilogia dello Yàtaghan, la mia opera d’esordio. Quindi una sera, in un locale lungo la Costa Brava, ci fu una rissa e venne anche la polizia. Fu una donna poliziotto che mi diede lo spunto per creare il personaggio di Jackie Monahan, la protagonista del mio libro.


Qual è il tuo rapporto con la scrittura? Gioia, fatica o qualcos’altro ancora?
È gioia e fatica plasmate insieme in un’esperienza unica e affascinante. Ma è anche un modo per guardarsi dentro e scoprire sempre cose nuove, emozioni mai esplorate prima. È come reinventare la propria vita.


Cosa ti piace leggere? E quali film ami guardare? La tua scrittura è molto cinematografica: hai mai pensato di scrivere una sceneggiatura?
Leggo un po’ di tutto, dai cosiddetti ‘mattoni’ agli autori d’avventura, di thriller e di noir. Amo i film di Kubrick, Brian de Palma, Michael Mann, Quentin Tarantino… Quanto alle sceneggiature, beh, io sono nato come sceneggiatore, e ne ho alcune che riposano nel cassetto. Anni fa ho firmato anche un precontratto con un produttore importante, ma poi non si fece nulla. La sceneggiatura però l’ho scritta lo stesso: era ambientata negli anni in cui esplose il fenomeno del brigantaggio.


Qual è, se c’è, il personaggio che preferisci in Tempo per morire? E perché?
A essere sinceri io mi sono affezionato a tutti i personaggi del mio libro. Tuttavia ho una speciale simpatia per Scott, il capo della scientifica, nonché il braccio destro di Jackie. È cauto, preciso, riflessivo e ironico. Mia moglie mi dice che il personaggio di Scott è lo specchio della mia persona.


Quali sono i personaggi più difficili da caratterizzare nella stesura di un romanzo?
I personaggi della seconda fascia, credo. Quelli che fanno da contorno ai personaggi principali, quelli che incassano per primi, che arrivano sempre dopo, che feriscono ma non uccidono, che mancano sempre la coincidenza… insomma, quelli che equivalgono alle sfumature in un dipinto. Perché, se scrivere è un dono, scrivere bene è un lavoro tremendo.


Cosa rispondi a chi dice che il noir replica sempre se stesso e non cambia mai?
Dico che tali cliché appartengono a chi ha letto pochi noir, o li ha letti senza impegno. Perché per leggere un noir ci vuole impegno. Il noir è come quel sentiero che credi di conoscere, eppure ogni qualvolta che lo percorri, ti imbatti in buche nuove e in pozzanghere inaspettate. Poi, alla fine, ti volti e rifletti, chiedendoti: come è potuto succedere? In poche parole è come camminare sulle sabbie mobili e, ogni volta che guardi in basso, distingui un colore solo che ti inghiottisce, il nero.

I libri di Anthony J. Latiffi

 

 

 
 
 
 
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