Intervista a Antonella Lattanzi

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Antonella Lattanzi, barese, classe 1979, è ormai una certezza nel panorama letterario italiano. La sua scrittura si distingue per uno stile personale e originale che si modifica e si adatta alle storie che sceglie di raccontare, e sembra risentire della sua attività di sceneggiatrice che affianca a quella di scrittrice. Le abbiamo rivolto alcune domande a proposito del suo ultimo romanzo, che ad un mese dall’uscita vanta un notevole successo di pubblico e critica. Ci ha risposto con grande disponibilità e gentilezza, senza alcun accenno di boria o vanità.




Scegli un punto di vista interessante nel tuo Una storia nera, nel raccontare un cosiddetto femminicidio (termine che non mi piace per niente, per una serie di motivi, ma è ormai entrato nell'uso). Un punto di vista che sposta l'attenzione appena prima della violenza vera e propria e forse ancora più drammatico. Ed è quell'amore praticamente indissolubile che lega due persone, un amore che è come malato e conduce inevitabilmente ad una tragedia. Perché non si riesce a rinunciare ad amori così, tossici?
Perché è molto difficile separare l’amore dall’odio in questi casi. In una coppia, spesso, chi maltratta e picchia ha una doppia faccia, non è mai solo cattivo, solo violento, solo prevaricatore. Come Vito, che è un uomo irreprensibile con tutti tranne che con Carla, sua moglie, la sua ex moglie. Non solo. Anche con Carla Vito non è mai solo cattivo. È contemporaneamente un uomo dolcissimo, padre presente, marito protettivo, e un mostro. Anche quando si tratta di violenza solo psicologica, quando si sta accanto a una persona così è difficile dirsi: la lascio. Si continua a dirsi: cambierà, oppure, la parte più vera di lui è quella buona, non quella violenta. Così ci si ritrova in una spirale senza fondo di dolore, amore, odio, paura.

Lo hai già detto altrove ma mi piacerebbe ne parlassi anche ai lettori di Mangialibri. Perché l'ultima parte del romanzo, quella in cui si svelano alcuni nodi dolorosi, è preceduta dalla frase meravigliosa e dolente di Cesare Pavese: “Ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente”?
Perché è quello che mi dico, soffrire non serve a niente. Ci hanno insegnato che alla gioia si arriva passando dal dolore, ma non è sempre vero. È una speranza, la mia, che si possa arrivare alla gioia attraverso l’impegno, la perseveranza, il coraggio, ma senza dolore. In particolare, per i personaggi di Una storia nera, questo è purtroppo vero: la sofferenza non sarà l’elemento che li renderà liberi.

A proposito del linguaggio che hai usato nel romanzo. A tratti pare un flusso di coscienza, ma anomalo come tutto il romanzo che è stato definito un noir ma è qualcosa di molto più complesso. Si tratta di un linguaggio, uno stile studiato, voluto o nato mentre scrivevi la storia?
Mi è venuto naturale, ma poi l’ho limato e riscritto tantissime volte. Credo che ogni libro, ogni capitolo, ogni paragrafo abbia bisogno della sua lingua, del suo stile. Infatti Una storia nera è stilisticamente molto diverso dai miei altri due romanzi. Perché questa storia richiedeva una sua lingua, martellante, ossessiva, ma anche molto asciutta, per tener tesa la trama.

Mi è rimasta una grande curiosità. Che tipo di legame è quello tra Nicola e Rosa? Ho avuto la sensazione che ci fosse una sfumatura morbosa, come anche nel rapporto tra Mimma e quel fratello, Vito, cresciuto come un figlio. Quasi che il vero protagonista del romanzo, insomma, sia l’amore, soprattutto con i suoi lati oscuri?
Sì, hai ragione. La sfumatura morbosa c’è, tra tutti i personaggi. Sono tutti imbrigliati in un amore potentissimo ma ossessivo, claustrofobico, come fossero una setta. Il resto del mondo è nemico e escluso, poiché il loro è un rapporto talmente esclusivo che diviene per forza di cose malato.

D’altra parte c’è quella parte bellissima "Voi lo sapete perfettamente quello che pensate? Quello che volete? Vi potete dividere tutto con certezza, giusto e sbagliato, sì e no, questo e quello? Se voi potete io vi invidio con tutte le mie forze”. Nella vita e nei sentimenti, quindi, è raro poter distinguere nettamente in maniera manichea tra Bene e Male? Quasi a dire che Carla potrebbe essere una qualsiasi di noi...
Per me sì, tutti i personaggi potrebbero essere noi. Spero lo sia anche per il lettore. Per quanto riguarda la conoscenza perfetta di ciò che si vuole o che si pensa, sì, nel mio romanzo – e nella vita – per me non c’è una divisione netta tra bene e male, giusto e sbagliato. Possiamo giustificare le azioni di Carla, di Milena, dei figli di Vito? Possiamo capire Vito stesso? E sua sorella? Sono domande a cui vorrei che fosse il lettore a rispondere, così che ogni lettura sia una lettura, oltre che condivisa, anche privata, in cui sia il lettore a trovare, se vuole, le risposte. Poiché secondo me un romanzo è ciò che genera domande, non ciò che dà soluzioni.

A proposito di citazioni bellissime. “Cosa succede agli amori danneggiati?”
Potrebbe comunque non finire mai. E sarebbe un problema, perché si vivrebbe dilaniati tra il dolore e l’amore. Oppure da un amore malato potrebbero, miracolosamente, germogliare amori sani. Ma ci vorrebbe tanta fatica, tanta dedizione, tanta pazienza. E tanta voglia di scardinare le regole dentro cui viviamo, le convinzioni con cui siamo cresciuti, l’educazione in cui siamo nati.

Ho avuto la sensazione che il caldo asfissiante e i gabbiani, due elementi che tornano di frequente nelle descrizioni a sottolineare situazioni e stati d’animo, abbiano un ruolo preciso, essenziale, come fossero due personaggi della storia; è così?
Sì. Per me l’esterno riflette l’interno dei personaggi. Invece di esplicitare i pensieri dei personaggi, ho voluto rendere quei pensieri, quelle atmosfere, quelle sensazioni parte della storia. I personaggi vivono assediati dal caldo e dai gabbiani finché non sanno che fine ha fatto Vito. Poi, il tempo cambia e anche gli uccelli si diradano, come fosse cambiata un’epoca, come potessimo influenzare, con le nostre sensazioni interne, anche gli eventi esterni.

Forse è una domanda un po’ scontata, ma da pugliese sono curiosa di sapere cosa porti sempre con te della tua terra, adesso che vivi a Roma…
Il mare, prima di tutto, in tutte le sue forme. La mancanza di un orizzonte blu di là dalla finestra. I miei cari, che mi mancano moltissimo. La parlata che riconosco e che conosco, e che mi fa calmare. La nostalgia di aver abbandonato una città che combatte sempre per migliorarsi.

Da Una storia nera sarà tratta una versione cinematografica per la Lucky Red. Una bella soddisfazione a solo un mese dall’uscita del romanzo, no?
Quando scrivo ragiono sempre per immagini, per fatti. Ho sempre ragionato così, dal mio primo romanzo. Per cui per me è stupendo sapere che il “film” che avevo in testa mentre scrivevo diventerà un vero film per Lucky Red. Non vedo l’ora di vedere come prenderanno vita i personaggi, in che aspetti cambieranno, come saranno “dal vivo”, e che effetto farà sulla gente Una storia nera in versione cinematografica. È una splendida occasione per un romanzo.


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