Intervista a Antonia Chiara Scardicchio

Antonia Chiara Scardicchio
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Docente di Progettazione e valutazione dei processi formativi e Didattica dell'organizzazione dei servizi educativi e riabilitativi presso l’Università degli Studi di Foggia: se non la conosci, ti aspetti di incontrare il solito professore imbronciato e saccente che vuole insegnarti il senso della vita… e invece Chiara Scardicchio il senso della vita ce l’ha che brilla negli occhi. Basta stringerle la mano e le si apre un sorriso che va dallo sguardo al cuore.




Una vita (quella lavorativa, perché quella personale è ben più piena) dedicata alla ricerca nel campo della formazione. Cosa speri di trovare?
Che bella domanda, grazie!! Quando ero bambina mi sono innamorata dei libri perché l’idea di trovare delle risposte mi faceva sentire al sicuro. Il ‘sapere’ e le ‘parole’ erano la mia arma di difesa e di attacco. Quando poi è arrivata mia figlia  - che ha un ritardo mentale grave e non sa parlare - lei ha capovolto ogni cosa, è stato come entrare nelle favole ‘a rovescio’ di Gianni Rodari. Allora tutti i libri che avevo studiato, tutto quel ‘sapere’ e tutte quelle ‘parole’ non avevano più alcun potere. Ho perso tutto. E quel caos, paradossalmente, mi ha salvato. Perché prima nei libri e nella ricerca cercavo solo un porto, un’ancora pesante che mi riparasse. Ma quello non era vivere! Era solo proteggersi. Ora – disancorata - ho smesso di cercare nei libri rifugio. Cerco la vita, non il riposo (per il quale avrò l’eternità tutta intera!!). Voglio imparare il coraggio di capovolgere, di guardare il mondo, e me stessa, sottosopra. Hai presente come nei quadri di Chagall? Cerco la vita, ecco. Tutto qua.


Il tuo Adulti in gioco sottotitola "Progettazioni formative tra caos narrazione movimento". Se il caos è abbastanza intuibile, dov’è la narrazione?
Credo che si possano sintetizzare i complessi approdi della psicologia della narrazione e del costruttivismo, da Bruner in poi, in questa frase che dico spesso ai miei studenti: la vita è come ce la raccontiamo. Significa che ciò che fa la differenza è come narriamo il caos quando esso arriva e  ci travolge. Se lo narriamo come la nostra più grande disgrazia (“Povero me! Che male ho fatto? E proprio a me doveva capitare? E’una maledizione!” ) o se guardiamo e raccontiamo il ‘disordine’ che irrompe nella nostra vita come una possibilità di ri-scrittura. Una benedizione, persino. Pensa che Daniel Siegel, neuroscienziato, ha dimostrato che narrare modifica i ns circuiti cerebrali. L’essere umano è dunque l’unica creatura il cui software modifica l’hardware (questa non è mia, eh! È di Achille Ardigò). Questo significa che se è vero che ci sono realtà che non possiamo cambiare (la morte di una persona cara, una malattia, un limite) , possiamo cambiare il modo con cui le guadiamo e le raccontiamo. Ed il modo in cui raccontiamo la vita è il modo stesso con cui la vita si presenta a noi (in letteratura si chiama ‘profezia che si autoadempie’). La strada verso ogni cambiamento passa allora attraverso il cambiamento delle nostre narrazioni quotidiane. Le parole creano mondi. (neanche qs cosa è mia, eh! Lo dico perché l’hanno pensata e scritta persone molto più serie, tanti straordinari filosofi, antropologi, neroscienziati e psicologi del passato e del presente).


Come possono gli adulti imparare a giocare? Ma soprattutto, perché dovrebbero farlo?
Si impara tacendo. Finché mille voci di dentro ti dettano quello che devi dire e fare… sei ‘fuori gioco’. Stai vivendo la vita di un altro, sei - come direbbe Berne - in un copione già scritto: non conosci possibilità, creatività, immaginazione. Non c’è scampo al già-detto e detto-una-volta-per-tutte. Così, però, se è vero che sei una persona ‘seria’ , è vero anche che sei adulto solo per finta (hai presente le scenografie a Cinecittà? Quelle dove delle case ci sono solo le facciate dipinte sul cartongesso?). E che, paradossalmente, in realtà ti sta pure bene perché è ‘comoda’ e ti fa sentire ‘al sicuro’. Ed allora come puoi giocare? No, non puoi farlo perché giocare ti svela, ti scuote, ti ridimensiona. Ti fa uscire dal già-scritto. E, per questo, per giocare ci vuole coraggio: occorre accettare la propria vulnerabilità. Gioca solo chi non ha paura di sembrare ridicolo, non trovi? Chi non ha paura del giudizio ma, anzi, lo accoglie per conoscersi meglio. Mettersi in gioco, in discussione, ‘in ballo’. Si imparano molte cose su se stessi giocando nella formazione! Si impara a diventare adulti. Ma non è mica facile! A volte ci vuole una vita intera. Da quando è nata mia figlia, la mia è tutta un esercizio verso questo obiettivo: imparare a giocare (non sono ancora capace di saltare, per esempio. Ma, con tanta buona volontà, prima degli 80 anni, prometto che ci riuscirò).


La metafora, il gioco, la narrazione… insomma l’obiettivo finale è divertirsi?
L’obiettivo finale è… prendersi in giro, mettersi “in gioco”. Conosco un sacco di persone, di destra e di sinistra, atee e cattoliche, con la lauree e senza, che ‘hanno sempre ragione’ perché si prendono ‘sul serio’. Cioè: vedono il mondo in-UN-modo-soltanto (il proprio). Kuhn lo chiama ‘dogma della immacolata osservazione”. E così ti convinci che ‘sei troppo grande per giocare’. Che è come dire che sei troppo grande per… cambiare idea. Allora sai qual è il senso del gioco, dalla notte dei tempi, nella storia della donna e dell’uomo? E’ lo stesso dei linguaggi simbolici e rituali: decentrarsi; accogliere e celebrare la sola unica certezza, ovvero quella che tutti… moriremo! Non è un pensiero macabro, credimi, ma proprio il suo contrario: la coscienza della nostra finitezza, la consapevolezza del nostro limite è una grande possibilità: può esser motivo di angoscia e disperazione ma anche la strada per ri-vedere tutto, come un film al contrario, che cominci a guardare dal finale. E questo ti dà la possibilità di capire tante cose che nel senso ‘logico’ non avresti capito. Sai che Bateson connetteva l’umorismo al sacro? Quando scopri che sei ‘piccolo’ allora puoi fare due cose: o metterti a piangere. O cominciare a ridere! A ridere di gusto di tutti i nostri piccoli e grandi deliri di onnipotenza. Prendersi in giro, decentrarsi, sapendoci giganti ed, insieme, lillipuziani. Ed allora non perdere tempo dietro alle fesserie ma cercare, semplicemente, di vivere. Posso fare pubblicità al libro di un altro? concludo con uno splendido passaggio del libro di Euli sul gioco: “Giro girotondo, casca il mondo, casca la terra ... tutti giù per terra! A chi pensa che il giocare non abbia a che vedere con la vita, con la complessità del piacere e del dolore, con i conflitti più profondi ed essenziali dell’essere umano e del suo stare nel gioco del mondo, a questi il girotondo si presenta con tutta la potenza e leggerezza di cui può essere capace. Nella frenesia del ruotare attorno e lasciarsi andare a mani unite l’umanità celebra il suo rito, riduce a metafora e simbolo la sua condizione esistenziale, e così la esprime e la mette in gioco”.


Quali sono gli aspetti “seri” ed impegnati che il mondo accademico si aspetta di trovare nei tuoi lavori?
Mamma mia, che domanda impegnativa! credo (scippando le parole a Bateson): rigore ed immaginazione. Quello che invece mi aspetto io… è riuscire ad innestare nei contesti dell’educazione e della formazione i saperi degli uomini di cui sono innamorata (Gregory Bateson, Michael Polanyi, Paul Feyreabend, Paul Watzlawick, Italo Calvino, don Lorenzo Milani, Bruno Munari, Gianni Rodari, Roberto Benigni) e delle donne a cui presuntuosamente un giorno vorrei assomigliare (Simone Weil, Maria Zambrano, Teresa di Lisieux, Marianella Sclavi, Concita Di Gregorio, Joanne Rowling, la mia amica Paola, la mia ex studentessa suor Maria, mia nonna materna). Si chiama “crossing disciplinare” per dirla coi teorici dell’approccio sistemico, ibridazione direbbe la prof.ssa Pinto, mia maestra. O… “insalata di storie” per dirla con Rodari.
Ma mi sa che ho sbagliato la risposta!


A quali pensieri (grandi e piccoli) ispiri i tuoi scritti?
Tanti! Però te ne dico solo uno per la mia vita privata ed uno per il mio lavoro. Per la mia vita:
“Là dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva” (Holderlin), per il mio lavoro di ricercatrice (non trovi sia bellissima questa parola?): “Non dovremmo consentire all’imperfezione della nostra comprensione di alimentare la nostra ansia e di aumentare così il bisogno di controllo. I nostri studi potrebbero piuttosto ispirarsi ad una motivazione più antica, anche se oggi appare meno rispettabile: la curiosità per il mondo di cui facciamo parte. La ricompensa per questo lavoro non è il potere, ma la bellezza” (Gregory Bateson).

 

 

 

 
 
 
 
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