Intervista a Antonio G. D’Errico

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Avellinese trapiantato nelle Marche, Antonio Gerardo D’Errico inizia la sua attività di scrittura mettendo in scena alcune sue opere teatrali presso il carcere Le Vallette di Torino. Passa poi alla forma del romanzo che alterna a biografie e sceneggiature. Abbiamo scambiato una chiacchierata con lui.




Sei partito dal teatro. Come sei arrivato poi al romanzo, al saggio biografico e alla sceneggiatura?
Sono partito dal teatro per puro caso. Quando avevo quindici anni trovai nel corridoio della mia scuola, buttato in un angolo, quel dramma stupendo di John Osborne, Look back in anger. Tradotto in italiano diventa Ricorda con rabbia. Mi sembrò semplice nella struttura, anche se l’intreccio narrativo mostrava qualcosa di intenso, di potente. Rimasi suggestionato dai caratteri dei protagonisti, di Jimmy Porter in particolare, della sua inquietudine, del suo male di essere e di appartenere a un genere umano distante dalle sue ispirazioni profonde di vita. Rimasi addosso per mesi e per anni col piacere di quella lettura, le cui immagini mi si impressero nella mente e nell’intimità della carne. Sentii irrefrenabile il bisogno di dare aspetto e forma ai protagonisti che crescevano dentro di me, quelli che affollavano la mia fantasia. Iniziai a scrivere immediatamente dopo quella lettura il mio primo testo teatrale: Un tempo le castagne avevano il profumo dell’alloro. Un dramma spietato, di amori, di amicizie e di sentimenti traditi dall’inganno. Da allora sono cresciuto, ma il bisogno di scrivere è rimasto intatto: sono cambiate le condizioni, gli incontri, le esperienze che mi hanno richiesto una ricerca ulteriore e un interesse per mondi che mi si sono parati davanti, chiedendomi di farne parte anche con l’immaginazione. La scrittura ha sempre fatto parte della mia esistenza. So di appartenergli, così come la descrizione di mondi ideali o surreali mi appartiene indipendentemente dalla mia volontà di dar loro valore e forma.

Con quale forma narrativa ti trovi più a tuo agio?
Il dialogo è stato il mio primo sentimento verso la vita. Sono nato in mezzo a persone che esprimevano i propri pensieri attraverso le parole. Erano animi semplici, di campagna. Eppure quella loro capacità di esporre e raccontare avvenimenti l’ho ritrovata in pochi altri narratori. Quelle pause sospirose, le loro espressioni mutevoli, passando dall’angoscia estremizzata all’aria festosa di una sonora risata, mi hanno dato l’immagine vera della felicità. Nel dialogo trovo il senso stesso dell’esistenza, fatta di scambio, di incontri, di un sentire comune. Teatro e saggio biografico sono l’ideale per uno scrittore di storie di vita vissuta.

Pietro Vannucchi ‒ il protagonista del tuo Red carpet in noir ‒ è un idealista innamorato del suo lavoro. Dov'è il suo errore?
Pietro Vannucchi è anche un arrivista come lo sono i suoi amici, i suoi compagni di palcoscenico. Ma lui vuole arrivare più in alto. Vuole di più. Lo ottiene solo quando incontra l’amore di una donna che ha un alto senso pratico della vita: una giovane pittrice, ex compagna di un senatore della Repubblica italiana, che sa come muoversi fuori e dentro l’ambito artistico. Sono innamorati entrambi degli agi della bella vita, delle comodità del potere. E lo sanno esercitare contro gli altri personaggi che dentro quelle stanze, in nome di un’arte lontana dal valore della bellezza, cercano la celebrazione di sé e delle proprie prepotenze. L’idealismo di Pietro, che si può ritrovare nei suoi primi tentativi di entrare a far parte del mondo del cinema per il piacere quasi ingenuo dell’arte della recitazione e dell’immedesimazione, si perde nei continui rifiuti che riceve da giovane attore ma, più di tutto, quando si affianca a divi del cinema che anno dopo anno lo rendono simile a loro, un uomo di una certa età senza più passioni e moti delicati del cuore.

Pietro si scontra alla fine anche con lo scetticismo della sua compagna che alla lunga non crede più in lui. Che personaggio è Giulia?
Giulia è la sua prima fidanzata. Gli offre una casa e un letto dove dare sostegno alle sue passioni di giovane amante. Non crede nelle qualità di quel giovane attore, ma pensa di poterlo tenere stretto a sé vantando conoscenze altolocate tra i dirigenti della Rai. Giulia è un’illusa, un’amante più grande di lui, che in segreto rimugina sulle sue sciagure, che si dispera nel rapporto difficile con suo figlio e con l’ex marito da cui è separata. Giulia è un fallimento, una forma di disperazione amorosa.

E le altre figure femminili che gli si affiancano che ruolo hanno?
Non hanno nessun ruolo particolare. Fanno parte della scena, che diventa delirio nella prima parte del romanzo. La vera figura femminile per Pietro Vannucchi è la sua segretaria, Marta, che sa intervenire con la dolcezza della donna, della sposa e della mamma pur trattando di questioni ambientali e economiche della società di produzione cinematografica che hanno messo su. Pietro non si accorge di lei per le sue qualità femminili, non le nota, non si concentra su quegli aspetti. Ma sa che può contare su di lei in tutto e per tutto. A volte, distrattamente, per un puro pensiero fugace, gli passa per la mente che forse lei può dargli quello che gli serve; poi, però, rimuove il dubbio e la chiama al telefono, dandole del lavoro da svolgere.

Il mondo del cinema è realmente come un acquario frequentato da squali e pescecani pronti a far fuori chiunque provi ad ostacolarli?
Il mondo del cinema è un mondo che tu definisci metaforicamente come un habitat chiuso, circoscritto, abitato da specie predatrici e specie predate. Sinceramente, non credo che sia così chiuso come un acquario, ma sicuramente è popolato da persone che hanno interessi a primeggiare su chi non ha un’attitudine spiccata a farsi largo in mezzo alla folla. So che ci sono attori dimenticati, c’è addirittura chi si toglie la vita perché la sua solitudine e l’abbandono gli sono diventati insopportabili. Il mondo del cinema è il mondo di oggi, in cui le verità passano attraverso le apparenze. Immagino si possa dire lo stesso del mondo della canzone, della siderurgia, del lavoro in generale in cui le persone contano se stanno sopra un altro. Molto spesso se si illudono di essere sopra un altro, esercitando questa illusione che pare più simile a una follia.

Che consiglio si può dare a giovani aspiranti artisti – attori ma anche scrittori o musicisti ‒ per non restare scottati nel classico gioco tra idealismo e dura realtà con la quale poi si trovano a scontrarsi?
Si può dir loro di studiare, di diventare bravi, di sacrificarsi in nome di un ideale. Un bravo attore si nota, così come si nota un musicista eccellente, uno scrittore irresistibile. Ci si scontra sempre con la vita e con le persone, con le loro verità e loro apparenze. Non c’è niente di più puro che provare il senso della musica come solo Mozart ha saputo fare, niente di più grande della poetica di Dante e delle sue visioni. Bisogna lavorare per raggiungere grandi altezze, e avere fiducia che qualcosa di buono accadrà nel misterioso mondo delle luci e delle ombre. È necessario lavorare assiduamente per migliorare se stessi, senza giudicare inutilmente e malamente gli altri. Ai giovani mi verrebbe da dire di sentirsi dei grandi uomini, senza età, né giovani e né vecchi. Anche ai vecchi mi verrebbe da augurare grandi gioie, le stesse gioie dei giovani. Siate vecchi e giovani felici, rimanendo insieme, avendo piacere di stare insieme. Io nel mio lavoro ho cercato sempre di collaborare insieme ad altri, per creare quello scambio necessario, quel dialogo che è l’arte stessa: la vita. Ma molti non hanno capito. Hanno pensato di fare qualcosa insieme a me, quando mi hanno confessato di sentirsi privi di contenuti. Poi appena hanno ritrovato un surrogato di ispirazione sono scappati via, certi di poter tornare a fare da soli. Peccato per loro, perché da soli si può essere anche tentati dal suicidio. Il mio augurio è di una lunga vita. Ma la lunga vita, come scriveva Aristotele, si raggiunge attraverso la virtù: che è l’arte del sapere. E a volte si impara più da un incontro disinteressato e riconoscibile che da una congrega di maestri a pagamento.

Per concludere, a cosa stai lavorando ora?
Sto per pubblicare una nuova biografia, i cui protagonisti non sono personaggi noti. Sono voci di un passato, di un vissuto familiare, dei paesi dell’Appennino dove sono nato e cresciuto. Racconto degli anni delle scuole frequentate a Lacedonia, in provincia di Avellino. Ricordo i fatti di quegli anni, anni Ottanta, del viaggio in pullman da Monteverde, le canzoni che si ascoltavano nel juke box del bar davanti alla scuola. L’incanto delle generazioni più antiche che si commuovevano ascoltando Nilla Pizzi. Il disincanto dei figli che si esaltavano con le strofe rivoluzionarie delle canzoni di Francesco Guccini. Poi racconto l’impegno politico di quella generazione, la lotta per le libertà, lo scontro tra giovani e vecchi: mentre le canzoni di De André, di Dalla, di Gaber, Jannacci, Paolo Conte, Pino Daniele e tanti altri infiammavano l’animo di quei ragazzi che si sono spostati, una volta cresciuti, al Nord, per andare a studiare a Milano, oppure per lavoro, durante le vacanze estive, in Val D’Aosta. La locomotiva parla dell’Italia di allora, del Sud contadino e di un Nord proletario e cittadino. Il libro uscirà per l’editore Umberto Soletti, di Alba, un vero idealista che crede nel valore delle idee, dei pensieri che si fanno eidos, figura, ed idolo, simbolo. Scrivere per un editore che condivide le emozioni prima che le scelte di uno scrittore è la vera bellezza riposta in un libro: perché è il primo contatto di quel pensiero nato nella sensibilità dello scrittore che prende forma e emozione nella fiducia dell’editore. In conclusione, a questo punto, a me piace ringraziare coloro che incontro nel mio cammino umano, per la gentilezza che mi riservano. Un grande grazie a te per quest’intervista e un altrettanto grande grazie a chi avrà la fiducia di leggere domande e risposte.

I LIBRI DI ANTONIO G. D’ERRICO



 

 

 

 
 
 
 
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