Intervista a Antonio Manzini

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La prima cosa che viene in mente guardando le foto di Antonio Manzini su Facebook (questa che vedete sopra è di Ana Portnoy) è: “Io questa faccia l’ho già vista” e scopri che lo scrittore che ti sta affascinando con un personaggio del tutto sui generis nel panorama del Noir italiano è prima di tutto un attore teatrale, anche sceneggiatore e regista. La domanda quindi viene da sé.




Cosa spinge un attore a buttarsi nella scrittura?
Non lo so. So solo che non faccio più l’attore da qualche anno. È una fase finita della mia vita, un amore che  è andato man mano ingrigendosi con gli anni e la routine. Comunque tra fare l’attore e lo scrivere esiste un parallelismo, secondo me. Sono due modi diversi ma complementari di raccontare storie. Farlo con il corpo e la voce nel primo caso, con la penna e in prima persona nel secondo.

Rocco Schiavone, che è un commissario - pardon, vicequestore - fuori dagli schemi, con l’animo a metà fra la giustizia e una certa comprensione della malavita, è qualcuno che era già nella vita di Manzini e poi è finito nei romanzi, o è del tutto inventato? E ovviamente ci chiediamo come nasce…
È  completamente inventato. Non esiste Rocco Schiavone o se esiste io non l’ho mai conosciuto. Come nascono i personaggi io non lo so. Nascono… ogni giorno si aggiunge un particolare, prendono forma come un esperimento da laboratorio poi piano piano si alzano e camminano con le loro gambe.

Schiavone e le sue inseparabili Clarks i lettori lo hanno incontrato inizialmente nei racconti delle antologie “stagionali” Sellerio – ferragosto, natale, eccetera – per poi entrare di prepotenza nei cuori dei lettori che gli si sono affezionati come già accaduto per gli altri grandi commissari della narrativa nera italiana. Nei racconti si intuisce un passato pesante, l’attesa del trasferimento dall’amata Roma, un appartamento rimasto vuoto, una moglie che pur non essendoci è presente. Il disvelamento è centellinato con diabolica strategia oppure il personaggio e il suo passato si svilupperanno mano a mano che scriverai nuove avventure?
Il passato di Rocco è cosa complessa che svelerò lentamente nei prossimi libri. Perché va centellinato, tutto d’un fiato può indispettire il lettore, credimi.

Contemporaneamente ai motivi che hanno provocato il trasferimento, ci racconti anche come è morta l’adorata moglie - moglie con la quale ogni sera Schiavone quando rientra parla e si comporta come fosse viva e presente. Per quanto riguarda l’insubordinazione, personalmente ho trovato che in qualche modo, anche se indubbiamente fuori dai canoni, lo faccia sentire ancora più vicino alla “gente normale”, quella che non ne può più degli abusi e dei soprusi. Era quella l’intenzione o era un espediente narrativo per denunciare i suddetti abusi? Società o letteratura?
Non posso dire come è morta la moglie. Non posso proprio. Tu capirai, è parte integrante della narrazione… non poterne più degli abusi e dei soprusi è qualcosa che appartiene al DNA dell’essere umano. Non credo esista periodo storico in cui il sopruso e l’abuso di potere non sia stato il male di una società, il suo lato più oscuro e negativo. E per parlare del nostro Paese in particolare, che le persone abbiano spesso sentito il potere come un animale informe che sta più in alto di te e si occupa solo e soltanto di nutrire sé stesso è qualcosa che noi italiani conosciamo bene. Territorio occupato da sempre da qualche monarchia straniera, poco interessati a chi ci governava, bastava portare sulla tavola il pane quotidiano. Io non volevo avvicinare Rocco alla gente, Rocco non è un esempio di tutore dell’ordine, semplicemente volevo raccontare un uomo con un passato quasi-criminale entrato in polizia, con delle zone oscure della sua vita e del suo carattere, un tutore dell’ordine sui generis che però conserva un cuore e un’umanità a volte sorprendente e commovente.  Mi piacciono i personaggi pieni di disgrazie e di contraddizioni, non credo agli eroi senza macchia e senza paura, sono attratto dalle personalità complesse, e mi piace parlare sempre degli ultimi della classe. I primi li trovo poco interessanti e un po’ tristi.

Sempre a proposito della moglie di Schiavone: non esattamente una domanda, ma delle ipotesi per capire meglio il personaggio. Una storia d’amore di quelle da togliere il fiato nella sua semplicità, la sensazione è che Schiavone ci parli e ci “conviva” quasi, un po’ perché non riesce a sopportare e superare la perdita, un po’ perché non ha il coraggio di affrontare le conseguenze su se stesso di quella morte, e la usi come una sorta di sostegno psicologico almeno fino a quando non sarà pronto a “lasciarla andare”, oltre al fatto che gli permette di tenere a distanza di sicurezza le altre donne. Ipotesi corrette o fantasie malate da lettrice e redattrice?
Non avrei saputo dirlo meglio.

Da lettore sei un appassionato di noir o preferisci altri generi?
Sono onnivoro. Il noir alla lunga stanca. Le letture, come tutte le cose della vita, sono ciclotimiche. Si passano dei periodi dove si attaccano solo i classici e non si vuol vedere altro, per poi deragliare sorridendo verso altri generi, il giallo, il noir, i saggi, i romanzi di formazione…

Da scrittore quali sono i tuoi modelli letterari, se senti di averne?
No, modelli non ne ho. Semplicemente ho autori che amo particolarmente e che ogni tanto rileggo per ricordarmi quanto ancora sia distante dalla loro bravura, dalla loro perfezione narrativa.

Chiusura di rito. A quando l’uscita della prossima indagine?
No comment.


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