Intervista a Antonio Prete

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Si può dire “intervista bagnata intervista fortunata”? Incontro Antonio Prete durante una pausa del diluvio che ha inaugurato la terza giornata del Festivaletteratura di Mantova. Docente di Letteratura comparata, poeta, scrittore e grande traduttore, disponibile e molto cortese, è un ospite fisso del Festival, sia come autore sia nella veste di moderatore. Abbiamo il tempo per una brevissima conversazione, prima dell’intervista. Prete ride quando, a registratore spento, sottolineo i venti anni che gli sono serviti per tradurre I fiori del male e di rimando mi fa notare che nel frattempo ha fatto anche altro. Accendo. Si comincia.




“Il poeta sa stare tra le lingue, interrogandone origini, relazioni e modi. Sa sostare a lungo all’ombra di un’altra lingua per fare esperienza, attraverso la traduzione, del colloquio con un classico”, dall’introduzione del tuo libro La poesia del vivente. Come traduttore, entrare in altre lingue, renderle un po’ sorelle o sorellastre della tua lingua, ti ha arricchito?
Sì, certamente. Il riferimento che faccio, nel libro, alla formazione di Leopardi è un riferimento che vale un po’ per ogni tipo di formazione. Formarsi culturalmente educandosi a saper stare tra le lingue, prima di tutto conoscere la propria lingua, certamente, viverla, nel suo tesoro, nella sua storia e allo stesso tempo essere in ascolto di un’altra lingua. Pensare che quell’altra lingua è una lingua con una propria storia, una propria varietà lessicale (è un fatto di cultura antropologica) perché la lingua non è solo quello che vediamo in superficie, non è solo un dizionario e il lessico, la lingua è storia, cultura, costume, mentalità e quindi fare il traduttore significa mettersi in rapporto con una lingua osservata nella sua completezza e portare il testo in quella lingua nella propria lingua senza far perdere a quel testo il suo timbro, la sua identità di linguaggio, di nazione, di pensiero ecc., riportarlo il più possibile integro in un’altra lingua; un lavoro difficilissimo, complesso, però poco valutato in Italia, poco considerato.

Ancora da La poesia del vivente: “Anche la lingua poetica rischia di naufragare dinanzi a questo compito di dire l’infinito comprendendolo, pur nella finzione. Ma proprio nella lingua risuonano e si mostrano le rifrazioni dell’infinito, la dicibilità appunto solamente linguistica, vale a dire i visibili e udibili riverberi, i quali hanno tutti a che fare con l’indefinito, con le sue figure”. Quindi possiamo dire a coloro che storcono il naso all’IO in poesia che in realtà è possibile una poesia che si possa dire universale, che comprenda cioè ogni essere vivente sotto il mantello infinito, anche partendo da “me” o “mi?
Sì. La forza di quella grande poesia che è L’infinito di Giacomo Leopardi è la ricerca dell’inarrivabile, è una ricerca poetica, quindi non c’è un’uscita fuori di sé e il poeta riesce ad essere ancorato alla propria corporeità. “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”, “nel pensier mi fingo”, “e mi sovvien l’eterno”, “naufragar m’è dolce”, sono quattro mi in 15 versi poi c’è l’Io sottinteso Odo (Io odo): io espliciti, sottintesi e io riflessivi (mi). È quindi una poesia costellata da questa presenza del soggetto, del corpo, dei sensi, proprio nel momento in cui deve rappresentare quello che è oltre, è l’oltretempo, oltresenso, oltrecorpo. Leopardi è riuscito a tenere insieme il visibile e l’invisibile e l’oltre, il qui e l’altrove: questa è la forza della poesia. È vero che comunque nella cultura occidentale c’è questa escrescenza dell’IO. Detto questo il problema è l’equilibrio, sapere che la soggettività, la corporeità, il sé, l’ interiorità, insomma la singolarità, significa cogliere il sé ma negli altri, cogliere l’appartenenza a un rapporto forte con la natura perché solo se passi attraverso la singolarità scopri il vivente, se la trascendo non vedo gli uomini ma vedo un categoria di appartenenza, che mi impedisce di vedere più il loro dolore, la loro sofferenza, i loro problemi; li posso chiamare popoli, li posso chiamare migranti però non vedo il singolo. E Leopardi è un poeta, un pensatore, un filosofo che con le riflessioni nello Zibaldone e in tutti i suoi scritti ci dice oggi la singolarità vivente e dolente, ed è questa singolarità che ci permette il passaggio al NOI mentre la pluralità indifferenziata sotto forma di massa, di pubblico, di popolo rischia di cancellare la singolarità.

Restando nel campo dei pronomi, la poesia necessita per sua stessa natura dell’alterità, del “tu”?
Sì, perché la poesia nasce proprio in rapporto alla figurazione non solo di sé ma anche dell’altro, vedere qualcosa di sé attraverso l’Altro. In poesia accade in maniera più intensiva perché il suo linguaggio è intensivo perché raccoglie quasi un’energia allo stato puro. È un linguaggio che si istituisce e prende forma attraverso la presenza dell’altro che, anche se è inespresso, si può comunque riferire al “tu” lettore. Infatti la poesia nasce dall’oralità, nasce dagli Aedi dove la parola era offerta all’ascolto. E poi c’è il tu che si istituisce come invocazione, si evoca quello che non c’è, quello che è sparito; e la poesia dà figura di presenza a qualcosa che è scomparso, pensiamo alla poesia A Silvia, dove c’è subito il “tu” che sorge dal vuoto e prende forma, figura. La poesia nasce con questa funzione.

Tu citi spesso la parola “mancanza” e la parola “assenza”: nel senso lacaniano dell’allontanamento dalla Cosa? O è più la fugitive beauté baudleriana?
Direi forse entrambi. Quella più immediata, la prima concezione è quella della passante, della bellezza che appare e scompare lasciando però una traccia. Ha perso lo sguardo, ha perso l’apparenza visiva e sensitiva ma lascia una traccia nell’interiorità del poeta e quindi può tornare a prendere figura e questo ha a che fare con qualcosa che non c’è più e che però viene chiamato ad una sorta di resurrezione. Pensiamo a Proust che definisce questa resurrezione “un frammento di tempo allo stato puro” cioè qualcosa che non c’è ma ha una forza, una evidenza che scuote i sensi che sono richiamati a questa sorta di riconoscimento. Questa direzione diciamo che sta sulla scorta di una mancanza, di quello che tu dicevi, di una privazione originaria. Freud l’ha definita benissimo come distanza dall’appartenenza prima, chiamiamola materna, naturale. Al di là di questo c’è il senso della distanza da un principio, di un vuoto che cerca di essere riempito con il linguaggio perché il linguaggio risponde a questo vuoto, è la tessitura sottile di un qualcosa che deve o nascondere o far vedere bene questa mancanza. La poesia si colloca in questo discorso. Aggiungo che ogni poesia è poesia d’amore, amore per la lingua e quindi anche per una lingua che non c’è, una lingua piena di cui non si può avere esperienza, la lingua prima, e quindi nasce questo legame con qualcosa che è fortemente originario di cui la lingua cerca di prendere qualche rifrazione. E inoltre la poesia mette in scena anche una relazione costante con la natura. La poesia è spesso poesia di paesaggi ma non è un fatto esteriore è ancora per voler dare al linguaggio una relazione profonda con qualcosa di originario.

I LIBRI DI ANTONIO PRETE



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