Intervista a Atticus Lish

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In anticipo di dieci minuti esatti come mio solito sull’orario del mio appuntamento, giro l’angolo di via Veneto diretto al prestigioso albergo romano in cui incontrerò Atticus Lish, “new sensation” della fiction statunitense e – pare – personaggio controverso. E sbatto su un muro di persone. Un insolito assembramento blocca il marciapiede. “Ma che è successo?” chiedo a un signore anziano. “Ma che ne so, ce sta ‘n matto che fa e flessioni in mezzo aa strada!”. Mi faccio largo, raggiungo l’entrata dell’albergo. Circondato da un gruppo di tassisti e turisti che lo guardano divertiti e lo fotografano con gli smartphone, Atticus Lish sta facendo ginnastica. Mi avvicino a lui timidamente, mi guarda e capisce al volo. Una stretta di mano, poche parole ed entriamo nell’hotel. Con un borbottìo deluso, la piccola folla fuori si disperde. Siamo rientrati nella normalità: un divano, un voice recorder, la voglia di fare quattro chiacchiere su un libro davvero fenomenale. Atticus Lish, oltre che un romanziere che ha stupito tutti con il suo libro d’esordio, è il figlio di Gordon Lish, il leggendario e potentissimo editor statunitense, quello per intenderci al centro qualche anno fa della polemica sulle modifiche radicali imposte a Raymond Carver. Se nasci a New York in una famiglia benestante e tuo padre è una figura di primo piano dell’editoria, non è certo sorprendente che tu scriva e pubblichi un romanzo. Ma per Atticus Lish le cose non sono andate come tutto faceva pensare che andassero: ha mollato l’università dopo due anni e si è arruolato nei Marines, si è congedato dopo un anno e mezzo, ha sposato una insegnante di origini coreane e si è trasferito con lei in Cina per insegnare Inglese. Tornato a New York, ha passato cinque anni a scrivere il suo primo romanzo facendo i lavori più disparati e alla fine ha sfornato una emozionante storia di proletari del Queens che si è aggiudicata il prestigioso PEN/Faulkner Award for Fiction.




Il fatto che tu sia così lontano dal cliché del romanziere newyorchese e che tu abbia fatto una vita così diversa da quella che sembrava già pronta per te ti ha avvantaggiato o danneggiato?
Credo che mi abbia avvantaggiato, tutto sommato. E comunque, anche se vi sembrerà incredibile, il corso della mia vita non è stato poi tanto diverso da quello che avevo immaginato da bambino. Da piccolo volevo fare il marinaio, non altro. Fantasticavo sulla marina mercantile, leggevo tantissimi libri sull’argomento, sapevo letteralmente a memoria la saga di Horatio Hornblower scritta da Cecil Scott Forester. Negli anni ho raccolto il materiale e le esperienze che mi sono state poi preziose per scrivere.

La storia che racconti nel tuo romanzo Preparativi per la prossima vita avrebbe potuto svolgersi in una città diversa da New York?
La storia tra Skinner e Zou Lei avrebbe forse potuto svolgersi in qualsiasi altra città, in realtà l’ho ambientata a New York istintivamente perché è la mia città, è stata una scelta automatica. Però a pensarci bene il palcoscenico su cui si muovono i personaggi di Preparativi per la prossima vita ha la sua importanza. Poco più che ventenne ho vissuto nel Queens e quel quartiere è diventato uno dei protagonisti della storia che ho raccontato nel mio primo romanzo.

Il tuo stile è molto legato alla lingua parlata, è molto poco letterario e molto lontano dall’estetica da upper class tipica di tanta fiction americana contemporanea…
All’inizio ero molto influenzato dalla voce di Ernest Hemingway, il mio scrittore preferito. Ho dovuto lavorare molto per buttare via la sua voce e far sentire la mia, farla emergere. Non leggo molta fiction contemporanea. Ascolto me stesso, ascolto le persone per la strada, seguo il mio istinto e quello che ho dentro.

Quanto c’è di tua moglie nel personaggio di Zou Lei? Quanto c’è di voi e di te nel romanzo?
Questa è una domanda da prendere molto sul serio. I miei sentimenti sono ovviamente nel romanzo, ci sono le mie emozioni. E i miei sentimenti e le mie emozioni vengono dal mio cuore, vengono dalla mia famiglia. Quindi la mia famiglia in Preparativi per la prossima vita un po’ c’è. D’altra parte però i personaggi vivono di luce propria, hanno preso una loro strada personale. Io non sono Skinner, mia moglie non è Zu Lei. E il romanzo in questo modo è migliore, secondo me. Più che dalla cultura orientale in generale sono profondamente affascinato dall’Asia Centrale, “il posto che sta nel centro” per citare il libro The places in between di Rory Stewart (in italiano In Afghanistan, ndr) che ho amato tantissimo. Stewart è un avventuriero moderno, un personaggio davvero incredibile.

Da dove nasce la tua fascinazione per l’estetica militare?
Non direi esattamente di avere un fascino per l’estetica militare. La realtà è che in passato avevo un morboso interesse per il tema della guerra. Sono un avido lettore di Robert Fisk, il corrispondente di guerra del quotidiano “The Independent” la cui celebre massima “Non c’è gloria nella guerra” mi rappresenta molto. Ho sempre guardato alla guerra come a un crimine, mi affascinava per questo, come succede per i fanatici del crime o del noir. Come fosse un genere letterario, insomma.

Preparativi per la prossima vita è anche un romanzo politico?
Quando ho iniziato a scrivere ero pieno di idee, e molte di queste erano idee politiche. Ma per rendere il libro libero dovevo purgarlo delle mie idee e far emergere la storia dei protagonisti. L’ho fatto, ma la cosa interessante è che rileggendo il libro alla fine mi sono accorto che quelle idee c’erano ancora, viaggiavano sotto traccia, che alla fine venivano fuori comunque.

Non posso non farti una domanda su tuo padre, ma spero di fartene una diversa dalle solite. Se tuo padre fosse stato il tuo editor che rapporto avreste avuto? Avresti accettato i suoi input oppure avreste finito per litigare?
Mio padre non sarebbe mai potuto essere l’editor del mio romanzo. Non glielo avrei mai permesso. Perché in realtà non volevo che nessuno editasse il mio romanzo. Scrivere è un processo complesso: bisogna naturalmente avere le idee, poi saperle esprimerle e poi raffinare il tutto. Ed è un processo che volevo seguire tutto da solo, senza l’intermediazione di nessuno.

Dici spesso che come fonti di ispirazione per la tua scrittura non citi mai libri, ma programmi tv, canzoni, film… è vero?
È vero. Trovo difficoltà a trovare uno scrittore che mi ispiri davvero. Sì, Hemingway mi ha fatto venire la voglia di scrivere e stimo molto Robert Stone, ma quando ho iniziato a scrivere ho cercato di essere diverso da loro, non simile a loro. Sono invece un avido consumatore di telegiornali e news, adoro la realtà: uso quelli come ispirazione. Ah, e mi influenzano molto le canzoni. Per esempio Angel of the morning di Juice Newton: “Just call me angel of the morning, angel/ Just touch my cheek before you leave me, baby/ Just call me angel of the morning, angel/ Then slowly turn away from me”.


I LIBRI DI ATTICUS LISH

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