Intervista a Banana Yoshimoto

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È una delle scrittrici più famose al mondo, e dice di voler vincere il Nobel per la Letteratura. Da sempre i suoi romanzi hanno successo soprattutto tra gli adolescenti, dei quali descrive l'ambiente e le emozioni con pregnante forza narrativa, ed è proprio sui giovani, non solo giapponesi, che Banana Yoshimoto è interrogata dai molti giornalisti presenti all'unica conferenza stampa concessa in occasione della Milanesiana 2007. Ci siamo anche noi di Mangialibri. Potevamo mancare?




Quanto il tuo mondo reale è identificabile con quello dei tuoi libri?

I miei romanzi sono quasi tutti frutto della fantasia. Non c’è quasi nessun rapporto tra la mia realtà e quella dei romanzi. Però certe volte, come divertimento personale, mi concedo di introdurre dei posti che esistono nella realtà nelle mie storie immaginarie.

 

Nel libro Il mondo di Banana Yoshimoto di Giorgio Amitrano racconti moltissime cose di te, e si scopre molto di Banana Yoshimoto sia come scrittrice, sia come persona. Di quale scrittore vorresti leggere un libro simile?

Credo che sia Haruki Murakami. Perché io stessa, e i giapponesi in generale, hanno notevole interesse di conoscere la vita privata di Haruki Murakami. Io non lo conosco personalmente, solo via mail. È molto nascosto. Separa troppo la vita privata da quella pubblica, e quando uno si nasconde molto, viene naturale la curiosità di sapere com’è nella vita privata.

 

Nei tuoi romanzi c’è tanto Giappone, tanta tradizione giapponese, però hanno un successo internazionale. Dovuto a cosa?

I ragazzi tra i dodici anni e i trenta, in tutto il mondo, sono più sensibili degli altri, degli adulti. Credo sia questo l’unico motivo per cui i miei romanzi hanno successo dovunque. È una base comune umana. Credo che questa fascia d’età, questi lettori, percepiscano una rassicurazione leggendo i miei romanzi.

 

Si è detto che i tuoi personaggi sono paragonabili a dei “Giobbi” orientali, facendo riferimento al libro di Giobbe nella Bibbia. Qual è il tuo rapporto con la Bibbia? E quanto questa capacità di sopportazione dei tuoi personaggi – non imprecano mai contro la loro condizione - è stata influenzata dalla tradizione del buddismo zen, dalla tradizione giapponese?

Io non sono una grande credente, anche se vado ogni tanto nei templi scintoisti. Però credo che quando una persona pensa di non farcela con le proprie forze, si rivolge al soprannaturale. E io tento di mettere anche questo elemento nei miei romanzi.

 

Spesso in molti tuoi romanzi la vita dei personaggi è dominata dal destino. Da cosa nasce questa tua visione fatalistica della vita? Il senso della morte è sempre presente, ma non è accompagnato dal timore, anzi. C’è una visione molto disillusa, disincantata...

Sono molto interessata a due cose: all’aspetto dell’ambiente familiare che costituisce una persona, e ai fattori innati nella persona stessa. Questi sono i due elementi che ci formano. E se uno pensa a queste cose, viene giocoforza pensare sia al destino, sia alla morte. E quindi sono questi un po’ i fattori dei miei romanzi. Quando dico morte non parlo della mia morte personale ma della morte delle persone che ci sono care, che ci sono vicine. E in questo senso io dico che c’è la morte nei miei romanzi, ma non il timore.

 

Recentemente si è dimesso il Ministro della difesa giapponese per alcune sue affermazioni sulla bomba atomica. Che cosa è rimasto dell’atomica nella coscienza giapponese? Com’è il rapporto dei giapponesi con gli USA a questo riguardo? Come commenti il fatto che un ministro per una “gaffe” si dimetta, e in Italia ad esempio - non so se conosci la situazione politica italiana - non si dimettono nemmeno quando sono indagati?

Credo si tratti del contrario. In Giappone c’è il difetto opposto: sembra che si possa dire qualunque cosa, basta che uno si dimetta dopo. Non va bene neanche questo. Lui in un certo senso si è redento, dimettendosi: questo non va bene. Per quanto riguarda l’altra domanda, sono troppi gli elementi per cui non posso rispondere. Io credo che il Ministro non avrebbe dovuto dire quelle cose, come se coloro che hanno sofferto la bomba atomica sulla propria pelle fossero ancora tutti vivi, fossero così vicini alla nostra epoca.

 

Nei tuoi libri si parla di amicizia, amore, perdita. Forse che questo sentimento della perdita è dominante oggi nella tua nazione? Con un senso di straniamento? Quali sono le risorse più profonde del tuo Paese, della sua gente?

Io credo che il Giappone sia in una situazione molto debole, non di forza, una situazione spirituale debole. Se lei cammina per strada, lei ha l’impressione che tutti vivano per se stessi, che vadano avanti un po’ per forza d’inerzia. Quindi traggo un sospiro di sollievo quando vengo in italia.

 

Da cosa nasce la tua ben nota passione per i film di Dario Argento?

Avevo 13 anni quando ho visto per la prima volta un film di Dario Argento. Ai miei occhi, a quel tempo, il mondo appariva così. Esattamente con gli stessi colori del film di Dario Argento. Volendo spiegare questa passione in altre parole: troppa sensibilità, oppure in un certo senso troppo entusiasmo. Quando ho visto i suoi film, mi sono sentita molto sollevata. Molto consolata.

 

Ancora adesso ti identifichi in film come questi o c’è qualcosa di diverso? I tuoi libri trasposti al cinema - ci sono alcuni casi - sono come li vorresti o avresti immaginato qualcosa di diverso?

Sì, tuttora vedo con gli occhi di Dario Argento. Quindi quando guardo i suoi film mi domando, anche se chiaramente non si ispira ai miei libri, mi domando come fa lui a vedere il mondo con i miei occhi! Parlando di film ispirati ai miei libri o da essi derivati, non c’è ancora un’opera cinematografica che abbia espresso completamente il mio mondo, per cui io sono stata “plagiata” da quel regista. Non ho ancora trovato un regista del genere. Però c’è un film, Tetsuo, di un regista giapponese che si chiama Shinya Tsukamoto che ha esposto a teatro una mia opera, che mi ha scosso molto, in senso positivo.

 

Hai mai pensato di scrivere un thriller o un romanzo dell’orrore?

Prima o poi lo scriverò. Più che altro un mistery, e forse non sarà sotto forma di romanzo. Devo pensarci bene, ma prima o poi lo farò.

 

Nei tuoi libri l’io narrante, il protagonista, è generalmente una giovane donna. Con il passare degli anni senti la necessità di cambiare questo punto di vista?

La protagonista dei miei romanzi sarà sempre una ragazza tra i 14 e i 30 anni. Ogni tanto scrivo romanzi in cui la protagonista ha 40 anni, come in questo momento. Ma a me sembra di scrivere sempre per un target di lettrici tra i 14 e i 30 anni.

 

I tuoi personaggi sembrano molto indipendenti, sempre. Questa è una caratteristica dei giapponesi? I giovani giapponesi sono molto sicuri, mentre da noi in Italia c’è una certa insicurezza...

Non ritengo di avere descritto personaggi sicuri di loro stessi. Può darsi che sia una cosa anormale anche per il Giappone, i giapponesi non sono così. Sono io piuttosto a sorprendermi quando leggo i romanzi degli scrittori francesi o sudamericani. Quei personaggi, quei protagonisti sembrano molto più indipendenti, e autonomi, dei miei.

 

Come commenti il cambiamento delle giovani generazioni di donne giapponesi? Sono molto più aggressive rispetto al passato?

Una parte delle donne di questa fascia d’età certamente lo è, ma è solo una piccola parte. Le altre donne le guardano e dicono: “Come faccio a diventare come loro?”

 

L’ambiente metropolitano è un ingrediente fondamentale dei tuoi romanzi?

Sono cresciuta a Tokio e non posso vivere se non in grandi città. Quelle che descrivo nei miei romanzi sono tutte persone che vivono, o hanno vissuto, nelle grandi città. Mi sembra di essere a Tokio, qui. Ma le persone che vivono a Milano, i milanesi, sembrano più libere, sembra si divertano di più degli abitanti di Tokio.

 

Leggi blog letterari? Possono essere utili? Influenzano in qualche modo la scrittura?

Non ricevo condizionamenti ma li leggo. Vedo i blog di altri scrittori. Scrivono quante lettere, quante parole ho scritto, questi altri scrittori. Io mi confronto dicendo che sono meno prolifica.

 

Pensi che l’animazione, il disegno, potrebbero rappresentare meglio i tuoi libri di un film?

Credo che tutto dipenda dal regista. Conosci l’anime tratto da Ghost in Shell? Ho parlato con il regista e mi ha detto: io non potrei fare un film dei tuoi libri, perché i tuoi romanzi esprimono solo sentimenti. Non riuscirei a fare un film come sarebbe doveroso.

 

Come intendi la scrittura? Pensi sia un dono, una missione? Anche in Giappone, come in Italia, esiste il fenomeno delle scuole di scrittura creativa? Cosa ne pensi?

Rispondendo prima alla seconda parte, le scuole di scrittura sono come le scuole di cucina: se vai, diventi migliore, ma ciò non significa che sarai il miglior cuoco d’Italia. Chi vuole diventare scrittore, chi ha il destino di diventare scrittore, diventerà scrittore anche senza andare alle scuole di scrittura. Se uno vuole diventare veramente scrittore, è importante che si avvicini molto da vicino al confine tra suicidio e il diventare scrittore. Chiunque sia lo scrittore o la scrittrice di cui stiamo parlando, i veri scrittori hanno secondo me questo elemento in comune. I miei romanzi sono scritti in tono leggero, non descrivono una realtà tragica, una realtà molto reale. Ma questo è solo lo stile che io ho scelto. Secondo me un vero scrittore, se vuole scrivere davvero bene, si avvicina molto al confine tra la vita e la morte. Perché scrivere è una missione, non è un dono. Se stai facendo una cosa, ma pensi di doverne fare un’altra che non stai facendo perché fai quest’altra cosa, allora vivi un conflitto interiore, che può scaturire in una tragedia.

 

Qual è la lezione più importante a livello letterario che è arrivata da tuo padre, che è un grande poeta?

Fare sempre progressi. E non fermarsi mai.

 

Dove scrivi? Com’è la stanza in cui scrivi? In che tempi e con che strumenti?

Scrivo con il computer. È un ambiente terribile perché ho un bambino di quattro anni, e ogni cinque minuti vengo interrotta.

 

Che cosa pensi del fenomeno degli adolescenti giapponesi che rimangono chiusi per molto tempo in camera, colloquiando solamente con il computer, o i videogiochi? Sono moltissimi adolescenti, pensi sia un fenomeno destinato a ingrandirsi?

È un problema che ha due lati: un aspetto meraviglioso e un aspetto terribile. Quando firmo autografi nelle librerie, questi giovani non vengono. Probabilmente non si riconoscono in me perché non ho questo tipo di atteggiamento, di tendenza a isolarmi come lei ha descritto. Però mi scrivono, anche pacchi e pacchi di lettere, che ripetono la stessa cosa: “Mi sento tremendamente in ansia”. Ma se tento di dar loro una mano si voltano dall’altra parte, non sono capaci nemmeno di salutarmi. Quando vedo queste scene certamente penso si tratti di un problema, ma so bene che non tutti i giapponesi di quell’età sono così.

 

E l’aspetto meraviglioso qual è?

La capacità di concentrarsi in un’attività sola. Questa capacità di concentrazione manca ai giapponesi di oggi.

 

Hai ammesso che ti piace molto Truman Capote. Perché? Come personaggio rappresentativo dell’america letteraria o c’è qualche altra ragione?

Siamo differenti, ma mi pare ci sia qualche elemento in comune nella sua vita e nella mia. Tutti e due abbiamo avuto dei traumi quando eravamo piccoli. E benché ovviamente siano tante le persone così nel mondo, la qualità del suo trauma mi è sembrato che assomigliasse molto a quella del mio.

 

I LIBRI DI BANANA YOSHIMOTO




 

 

 
 
 
 
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