Intervista a Benjamin Markovits

Benjamin Markovits, classe ‘73, è nato in California, ha vissuto in Texas, a Oxford e a Berlino per poi stabilirsi con la moglie e due figli a Londra, dove attualmente insegna scrittura creativa. Ha fatto tappa a Roma in occasione di Più Libri Più Liberi 2017. È qui che lo incontriamo, circondati dal brusio del pubblico che passeggia tra gli stand, per rivolgergli qualche domanda. Colpisce il modo ragionato, cordiale e soprattutto – qualità non da poco – umile con cui approccia le nostre curiosità.




“Devi capire che cosa tu vuoi che succeda” disse. “Perché quello che dirai avrà un effetto”, scrivi in Esperimento americano. E tu quale effetto ti aspetti o ti auspichi con il tuo libro?
È una domanda difficile. Spero che i lettori provino quello che prova Marny nel libro e che grazie a lui riescano ad articolare meglio queste sensazioni. Questa è una delle cose che mi auguro. Ho dedicato questo libro ai miei due figli che sono molto piccoli e suppongo di averlo dedicato a loro perché vorrei capissero che non si deve per forza vivere una vita convenzionale. Si dovrebbe sempre mettere in discussione il modo in cui si vive.

L’idea che la casa per tutti, dignitosa, bella sia la soluzione per superare nevrosi e povertà, è condivisa da molti nella storia e nel tempo contemporaneo, ma tu cosa ne pensi realmente?
Onestamente, il mio prossimo libro tratterà il tema della famiglia e penso che per molte persone il lavoro più significativo, l’impresa più importante sia quella di creare una “home”, che si tratti di una casa o di un appartamento, un posto dove vivere con la propria famiglia. Credo che la famiglia sia un ottimo nucleo di protezione dal mondo. Il prossimo libro ruoterà proprio attorno all’idea che la famiglia possa difenderci dalle insidie del mondo. Marny in questo libro non ce l’ha, dunque non ha alcuna protezione. Direi che una delle cose che vanno storte sia il fatto che lui provi a trovare modi diversi di proteggersi dal mondo e fallisca.

Oggi più che mai c’è la convinzione che le persone di successo sono quelle che fanno tanti soldi, che diventano famose, tu racconti una nuova colonizzazione, operata con il sogno utopico di un benessere economico diffuso e internet a basso costo, che tuttavia crea divisioni rancori e rabbie profonde. Nell’indagare questi argomenti hai avuto un’intuizione su cosa potrebbe causare un profondo cambiamento d’inversione nello stile di vita contemporaneo?
Non ho mai pensato che il libro avrebbe cambiato le cose, ma uno dei libri che ho letto mentre lavoravo a Esperimento americano è stato Walden di Henry David Thoreau. In pratica è la storia di questo ragazzo che decide di fuggire dalla vita, costruendosi una capanna in un pezzettino di terra accanto a un lago e vive lì per un anno. Pensa “Perché ho bisogno di un lavoro? Ho bisogno di un lavoro per avere denaro. Perché ho bisogno del denaro? Per un posto dove vivere. Ma se non ho bisogno di un posto dove vivere, allora non ho bisogno di un lavoro.” E dunque uno dei libri che avevo in mente mentre scrivevo è stato proprio la fuga di Thoreau dalla vita quotidiana. Il problema con Thoreau è la mancanza di una comunità. Vive in una capanna da solo sul lago. Molte persone quando vogliono rifuggire la vita ricercano una comunità di persone. L’idea dietro all’avventura di Detroit era di dare alla gente un Walden con una comunità. Ma ovviamente l’esperimento non va a buon fine, come dici, perché non appena si è parte di un “gruppo”, altri ne vengono esclusi. Una comunità è una modalità di esclusione e questo è un conflitto. Una comune identità emargina chi non la possiede.

Come nasce in te l’idea per un nuovo libro? Prima l’idea o prima la ricerca e l’approfondimento?
Non ricordo mai con esattezza dopo, quindi non posso essere del tutto onesto. Questo è iniziato come un’idea di qualcosa che avrei potuto fare. C’erano case a basso prezzo a Detroit, avrei potuto scrivere ai miei amici e dire “Facciamo come Thoreau, andiamocene via da qui”, ma non avrei mai potuto farlo davvero perché Detroit è lontana e ho dei figli piccoli, e poi ho pensato che poteva essere una cosa interessante su cui scrivere. Il problema quando si scrive un libro è che devi essere piuttosto ossessionato, perché prenderà due anni della tua vita. Perciò non può essere solo un’idea superficiale, deve essere qualcosa a cui davvero vuoi pensare per due anni e c’erano cose in questa idea su cui, ho riflettuto, avrei voluto ragionare, sulla razza, sulla vita convenzionale di cui parlavo prima. Perché vivo nel modo in cui vivo? E ho pensato che sì, c’era abbastanza da scriverne un libro.

Hai dei rituali, particolari esigenze di spazio o di ambiente per scrivere?
Voglio solo farlo alla stessa ora ogni giorno, quindi lascio i bambini, vado a correre e poi scrivo e pranzo. La difficoltà dello scrivere è farlo ogni giorno. Non devi lavorare così duramente come scrittore, devi scrivere, devi solamente farlo ogni giorno e così ogni modo, ogni routine io possa stabilire… è come andare a correre, in realtà, lo fai ogni giorno e poi neanche devi pensarci su, sai di doverlo fare.

I LIBRI DI BENJAMIN MARKOVITS



 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER