Intervista a Bernard Friot

Si definisce “scrittore pubblico” per la necessità che sente di incontrare spesso il suo pubblico di giovani lettori per potersi ricaricare di emozioni. Bernard Friot, classe 1951, è tra i più apprezzati autori di libri per ragazzi, è lo scrittore delle emozioni, che ha fatto del linguaggio la propria “materia prima”, usando la sua amabile penna per catturare e donare le più vive sensazioni. L’originalità del suo stile nasce proprio dal suo contatto quotidiano con i bambini, maturato durante la sua lunga esperienza come insegnante. Bernard prima di scrivere libri PER bambini ha scritto CON i bambini stessi ed è così che ha potuto studiare la loro grande capacità di creare storie, fondendo realtà e immaginazione, facendosi così stupire dalla loro innata ingegnosità e trovando in questo buona parte della sua ispirazione. Lo raggiungo telefonicamente e con molta disponibilità e simpatia lui mi parla di letteratura, arte ed emozioni.




Ti definisci un artigiano e non un artista: cosa vuol dire esattamente?
Non mi è mai piaciuta la parola artista in riferimento a uno scrittore. La mia idea è che il nostro sia un lavoro artigianale e la materia prima sia costituita dalle parole. Noi lavoriamo con il linguaggio e non si prescinde da questo. Dico sempre che gli scrittori sono liberi di “produrre prodotti”: mi rendo conto che può sembrare un concetto brutto e confuso il mio, ma trova una spiegazione concreta e logica. Non dobbiamo dimenticare, noi autori, che abbiamo a che fare con dei clienti, che siamo al servizio di tali clienti e dobbiamo fare per loro un buon lavoro. È fondamentale lavorare avendo a cuore la nostra arte, svolgendo il nostro lavoro con cura e soprattutto tenendo presente i bisogni dei nostri clienti e non trascurando mai la responsabilità che abbiamo nei confronti dei bambini. Noi pensiamo di scrivere per loro, ma non è così: noi scriviamo al loro posto. Questa convinzione l’ho maturata non tanto tempo fa: i bambini e i ragazzi, non sono ancora capaci di scrivere i loro libri. Come diceva Gianni Rodari, dobbiamo essere noi adulti a scrivere per loro, con loro e al loro servizio. Questo significa che il rapporto con chi legge è basilare, perché lo scopo di un libro è mettere il lettore in attività. Il testo da noi creato, per poter vivere, necessita della creatività e delle capacità del lettore stesso. Una volta che noi artigiani creiamo l’oggetto, non dobbiamo pensare di aver finito, altrimenti quella creazione avrebbe senso solo per noi. È il rapporto con chi ne usufruisce che la fa vivere.

Da quando hai scritto il tuo primo libro a oggi, come e quanto sono cambiati gli adolescenti e soprattutto tu, scrittore, come ti sei adeguato a tali cambiamenti?
> Da quando ho scritto il mio primo libro sono passati poco più di trent’anni. È molto difficile rispondere a questa domanda, perché senza dubbio i lettori e i giovani lettori sono molto diversi rispetto a tanti anni fa. Penso che anche la natura del testo sia un po’ cambiata. Oggi i ragazzi hanno rapporti con la realtà, ma anche con il mondo virtuale e con la finzione che è una cosa ancora diversa. Molti bambini e molti ragazzi, si distanziano tantissimo dalla realtà e questo, inevitabilmente, cambia anche il rapporto con la finzione, perché essa non è altro che una rappresentazione della realtà stessa. Pertanto se il ragazzo ha un rapporto mediale con la realtà attraverso il mondo virtuale, la lettura e il testo scritto possono avere il ruolo di apertura nei confronti del mondo reale. Sarebbe necessario lavorare molto su questo argomento, perché se il bambino non ha un rapporto diretto con la concretezza, con la sensorialità, con le cose e le persone, allora che senso ha la finzione? La finzione può sviluppare la curiosità verso la realtà e diventare quindi un mezzo fondamentale di connessione. Riconosco che quello di cui parlo è po’ complicato e confuso; ho iniziato a lavorare poco tempo fa su questo argomento, contestualmente alla lettura svolta a scuola e penso che quando si legge o si fa leggere un libro in ambiente scolastico, si debba essere attenti alla rappresentazione della realtà. Questo significa che se il libro per esempio parla di pane, è necessario chiedere ai bambini se conoscono il pane, qual è il gusto del pane e partire dal libro per arrivare alla tangibilità delle cose, perché così il senso delle parole è vero, giusto e pieno. Bisogna porre attenta riflessione su questi tre mondi diversi, quello reale, quello della finzione e quello virtuale. Quest’ultimo non è altro che una rappresentazione piatta e priva di sensorialità del mondo, che rischia di diventare pericoloso nel momento n cui rimane l’unico rapporto con l’esterno e con le persone.

In un romanzo del 2010, Un altro me - in buona parte autobiografico e godibile per gli adulti almeno quanto per i ragazzi, ai quali è destinato - dici che il Bernard quindicenne “non è casa da nessuna parte”. Ma è davvero una condizione che riguarda soltanto gli adolescenti? E dove è a casa oggi Bernard?
L’affermazione di non essere a casa da nessuna parte è legata alla mia storia personale, visto che mi sono spostato tante volte nella vita, un po’ per volontà, un po’ perché costretto a farlo. Adesso, al contrario di un po’ di tempo fa, ho la capacità di sentirmi a casa, in qualsiasi luogo, dopo due giorni di permanenza. In questo momento, per esempio, sono a Padova da dieci giorni in una stanza e mi sento a casa qui. Partirò stasera e sono sicuro che quando sarò a Pordenone e passeggerò per le strade troverò anche lì dei posti che mi faranno sentire a casa. Ho capito di avere un altro rapporto con il mondo, di aver imparato ad abitare un po’ dappertutto, ad apprezzare le case, i colori e le persone di ogni posto. Non saprei spiegare come sono riuscito a sviluppare tale rapporto con l’esterno: forse è stato necessario imparare a “guardare” di più e a costruire qualcosa anche dove non sono mai stato. Di una cosa però ormai sono certo: un buon utilizzo della fantasia ci permette di costruire un mondo abitabile dappertutto. Il mio primo compito di filosofia, lo ricordo ancora, mi fu assegnato quando avevo diciassette anni, e aveva il seguente titolo “Abitare-abitudine”. All’epoca non avevo capito nulla! In seguito ho compreso, che crearsi delle abitudini permette di abitare ovunque e questo è importante. Ciò vuol dire che ognuno di noi ha la possibilità di creare le proprie regole, cosa che non è certamente adatta a un bambino o a un ragazzo. Quando, però, una persona ha la possibilità di definire il suo modo di vivere, allora sì che può abitare bene ovunque. Purtroppo tanti adulti devono ancora lavorare su questo, ma volendo tutti possono riuscirci.

Tu hai una lunga e importante esperienza con i ragazzi. Quale è, secondo te, la maniera migliore per avvicinarli (con successo) ai libri per farne dei ... “mangialibri”?
La prima cosa da fare è non impedire loro di leggere: a volte senza saperlo creiamo degli ostacoli al loro percorso personale di lettura. Una delle cose più dannose per esempio sono gli eventi organizzati proprio per promuovere la lettura stessa. Ho un ricordo legato a una bambina che conosco e che legge tantissimo: un giorno le ho chiesto cosa stesse leggendo in quel momento. Lei mi ha risposto che non aveva tempo di leggere, perché aveva la gara di lettura a scuola. Vuol dire che quest’attività, pensata per promuovere l’amore per il libro, ha interferito con il suo personale percorso. Altra cosa fondamentale è farsi le giuste domande: dobbiamo chiederci perché non leggono? Quali ostacoli ci sono? Queste cose sono importanti da capire prima di intraprendere qualsiasi iniziativa di promozione, prima di provare a farli leggere. Bisogna inoltre privilegiare l’autonomia del lettore che va comunque costruita. Spesso vogliamo avere un risultato nell’immediato, scegliendo noi adulti per esempio i libri che devono leggere. Dovrebbe invece essere il contrario: dovremmo aiutare il ragazzo a scegliere il libro più adatto alle sue esigenze. Come un bambino può trovare il libro giusto per sé? Dove? Quali sono i criteri? Ha contatti con altri lettori che possono aiutarlo? Cosa basilare e necessaria, è organizzare la quotidianità della lettura. Si deve creare un ambiente che permette ogni giorno incontri con testi diversi.

Quali letture hanno formato Bernard uomo e scrittore? Quando scrivi ti ispiri a qualche autore in particolare?
Sono due domande molto diverse: innanzitutto io, durante la mia vita, infanzia compresa, ho avuto la fortuna di poter leggere quello che mi pareva. Nessuno mi ha mai imposto qualcosa in fatto di libri. Questo significa, che ho letto di tutto, senza alcuna limitazione e posso dire che tutto mi ha aiutato. Tra i testi letti si possono annoverare libri di cucina, fumetti, romanzi per adulti e albi illustrati. Molte di queste letture si sono adattate a un determinato momento di vita: mi ricordo, per esempio, che ero adolescente quando ho letto tanti libri di mio nonno sulla Resistenza. Erano libri di divulgazione, non avevano un grande valore storico ma stuzzicavano la mia curiosità, mi invitavano a pormi domande in continuazione. Uno dei quesiti sul quale ho largamente riflettuto da ragazzino è “quale scelta fare?”. Come si può fare la scelta giusta e perché alcuni si sono schierati dalla parte sbagliata, pur essendo la loro una valutazione consapevole? Direi che questi libri, che non avevano un grande valore storico-letterario, sono stati molto importanti per la mia formazione democratica e civica. Vuol dire che non è il libro che è importante di per sé, ma è il modo di leggerlo. Certo, dipende molto dalle circostanze ed è proprio per questo che sono convinto che non esistano libri buoni o cattivi, bensì esistono buone letture o letture meno buone. In merito alla scrittura invece, posso dire di essermi largamente ispirato a Dino Buzzati. È abbastanza curioso come fatto, in quanto all’epoca ancora non leggevo in italiano, eppure questo scrittore mi ha sempre ispirato e aiutato nella stesura dei miei libri, specialmente agli albori del mio percorso di scrittore. Ho letto tanto di Buzzati, sia da solo che con i miei alunni e altrettanto posso dire di Italo Calvino e di Gianni Rodari. Ritengo che il rapporto tra realtà e fantasia mi abbia aperto finestre e porte: forse si celava qualcosa dentro di me in attesa di quel via, di quel permesso di giocare con realtà, di vedere anche nelle cose più banali qualcosa di straordinario, ogni tanto anche di inquietante e di strano. Proprio così, a volte basta aprire una porta per entrare in un mondo completamente diverso.

Qual è l’opera d’arte che più ti ha colpito quand’eri bambino? È la stessa di adesso?
L’Angélus di Millet (oggi al Museo d’Orsay a Parigi), perché avevamo a casa una piccola riproduzione di questo quadro che mio padre aveva incorniciato. È stato il mio primo contatto con l’arte: questo quadro che vedevo ogni giorno mi raccontava una storia, e io osservandolo scoprivo sempre nuovi dettagli.

In che modo i bambini si approcciano all’arte?
Forse con più libertà e più fantasia perché non conoscono ancora i codici estetici. Ma non dobbiamo idealizzare l’infanzia: bambini e ragazzi sono, anche loro, condizionati dai media, dalla pubblicità e dalle scelte estetiche dei genitori.

Nella tua lunga esperienza con i ragazzi, quali sono le tre cose che ti hanno sorpreso maggiormente?
La prima è che un bambino o un ragazzo vivono appieno il mondo, percepiscono tutto con la loro sensibilità, condividono tutte le esperienze emozionali, intellettuali e sensuali degli adulti. In questo senso, non è possibile “proteggere” un bambino, ma solo accompagnarlo e aiutarlo a capire il mondo. In secondo luogo che per un bambino o un ragazzo niente è fisso, definitivo: tutto può ancora cambiare (in bene o in male). In fondo, per noi adulti è lo stesso, ma spesso non ci crediamo più. Infine che noi adulti sottovalutiamo spesso l’intelligenza, le capacità e i talenti dei bambini e allo stesso tempo ci aspettiamo da loro cose che non possono o non vogliono fare. Perciò è difficile aiutare un bambino a sviluppare i suoi veri talenti.

A te che cosa ha raccontato Il cavaliere sorridente?
Che è bello sorridere, che un sorriso è un raggio di sole in un giorno grigio. Tradotto in parole, significa: “Sei benvenuto/siete benvenuti”. Non dobbiamo risparmiare con i nostri sorrisi.

I LIBRI DI BERNARD FRIOT



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER