Intervista a Carlo Carlei e Lelio Bonaccorso

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Lucca Comics & Games è quel caleidoscopio magico in cui ti può capitare di intervistare insieme un regista e un fumettista. Cosa hanno in comune il maestro Carlo Carlei, autore di tanti film e fiction di successo come La corsa dell’innocente, Fluke, Padre Pio, Ferrari e Il giudice meschino, tanto per citarne alcuni, e Lelio Bonaccorso, noto soprattutto per il suo impegno antimafia tradotto a fumetti insieme al collega e amico Marco Rizzo in Peppino Impastato, un giullare contro la mafia? In comune hanno la sensibilità “degli uomini del sud” e un libro, appena pubblicato per la casa editrice Tunué: un volume importante che presto sarà trasposto anche sul grande schermo. Ne approfitto per far loro qualche domanda su The Passenger, sulla mafia, sul loro modo di intendere l’arte, che poi si amplia a comprendere il modo di intendere la vita e la strada di chi si occupa di cultura e società. Le foto sono di Emiliano Billai.




Qual è stata la scintilla che ha dato vita al romanzo a fumetti e alla vostra collaborazione?
Carlo Carlei La storia di The Passenger nasce per essere trasposta sul grande schermo. Ha seguito i consueti passaggi di sviluppo partendo da un soggetto originale per arrivare, attraverso un trattamento, alla sceneggiatura vera e propria di un film. Inizialmente l’ho pensato come una sorta di seguito ideale de La corsa dell’innocente, distribuito negli USA con il titolo The Flight of the Innocent. Era un progetto molto ambizioso e alquanto complicato da un punto di vista strutturale ma non mi sono arreso e ho impiegato diversi anni per trovare la quadratura del cerchio a livello di racconto. Quando fui finalmente soddisfatto ero però impegnato a realizzare altri progetti e quindi decisi che, prima di diventare un film, poteva nel frattempo assumere la forma di romanzo a fumetti. Dal momento che avevo molto apprezzato i lavori precedenti di Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo, in particolare il volume Peppino Impastato, un giullare contro la mafia, decisi di contattarli e proporre loro una collaborazione. Pensavo fossero perfetti per aiutarmi a dare forma, colore e sostanza alla mia visione. Inoltre c’è una vicinanza ideologica e morale con il loro modo di fare fumetto, con la loro anima artistica. Ci sono voluti quasi due anni di lavoro ma alla fine il risultato era esattamente quello che volevo. A questo punto c’era solo da individuare un editore adatto a pubblicare la storia, perché potesse avere una veste grafica adatta alla sua potenzialità, ed è entrata in gioco Tunué, che ha realizzato un’edizione curata e in linea con ciò che io, Lelio e Marco avevamo in mente dal punto di vista dei colori e dell’impatto visivo.

Lelio Bonaccorso Quando abbiamo iniziato a lavorare sul testo, sulle illustrazioni e sull’adattamento della sceneggiatura per fumetto c’è stato fra noi e Carlo un continuo scambio di opinioni e di visioni. Abbiamo fatto parecchi sopralluoghi nei territori di cui si parla il libro, a Palermo in Piazza Borsa e nella chiesa di Santa Maria della Pace, fino al cuore delle sue catacombe. Nelle campagne siciliane e nei luoghi che poi sono diventati lo sfondo emotivo del romanzo. Io e Marco siamo siciliani, abbiamo gli occhi già abituati a cogliere colori, sfumature, gesti della nostra Sicilia, eppure abbiamo scattato molte foto, scelto angolazioni nuove, confrontato il cambio di luce nei diversi momenti del giorno. Abbiamo lavorato come una troupe cinematografica, come scenografi e direttori della fotografia, confrontando sempre con Carlo le nostre idee e le sue per realizzare delle tavole che fossero allo stesso tempo realistiche e ricche di azione. Abbiamo pensato alle tavole come a dei fotogrammi di un film, e in questo senso è stato utile anche il supporto dei coloristi Deborah Allo, Claudio Naccari, Chiara Arena e Carmelo Monaco, anche loro siciliani, che hanno colto e trasformato gli scatti nelle pagine a colori del fumetto, senza modificarne il senso più profondo.

I colori quindi sono molto importanti, per te?
Lelio Bonaccorso I colori hanno un ruolo fondamentale. L’alternanza di giorno e notte è studiata, è un supporto al testo che rivela i passaggi emotivi dei protagonisti, il loro mondo interiore. Oltre al testo il libro è ricco di piccoli dettagli, della gestualità siciliana appena accennata: per noi è stato semplice traslarlo in maniera visiva, è la nostra terra e la nostra cultura, Carlo è calabrese… osservare i piccoli particolari e tradurre la comunicazione non verbale in immagini è insito nel nostro DNA.

Oltre alla malavita, anche la fede svolge un ruolo fra le pagine del libro?
Carlo Carlei La fede, quel rapporto stretto che la malavita organizzata ha con la religione, è insieme culturale e antropologico. Nel libro c’è un passaggio in cui don Masino racconta al protagonista la storia di quando Gesù Cristo torna sulla terra nel periodo dell’Inquisizione, che è poi uno dei più bei capitoli del romanzo I fratelli Karamazov. Quelle tavole sono disegnate come immagini religiose ma con lo stile delle pitture che adornano i carretti siciliani, con colori vivi, assenza di sfumature o prospettiva. Mentre Masino Caligiuri racconta la sua storia, paragonando il tradimento dei suoi fedeli al tradimento subito da Cristo, si comprende meglio come il senso della fede sia intimamente stravolto nella psicologia dei capimafia. Nella parabola illustrata fra le pagine il Grande Inquisitore, pur riconoscendo che colui con cui ha avuto a che fare è realmente il Messia e non un impostore, sa bene che il popolo, lo stesso popolo che un tempo baciava i piedi al Cristo, a un suo cenno attizzerà il rogo e lo brucerà vivo come un eretico. Perché Gesù non sarà mai capito, e sarà sempre perseguitato e tradito. Per Masino e per quelli come lui il senso della fede è piegato ai propri scopi e alle proprie azioni malvagie, quasi a cercarne una giustificazione alta e mistica.

Ultimamente c’è una sorta di fascinazione del cattivo, nei serial come Gomorra, per esempio: come avete affrontato la questione?
Carlo Carlei Nel nostro libro, nell’intreccio della storia, non c’è il bianco e il nero. Ci sono zone d’ombra, sfumature che possono far credere che l’antagonista abbia dei sentimenti. Allo stesso tempo non edulcoriamo le sue azioni turpi. Gli omicidi. C’è un velo, che a un certo punto della storia viene strappato, fra la verità e la Storia, e questo abbiamo voluto farlo capire fin dalla prima pagina, in cui compare la citazione di Sciascia: “La verità è nel fondo di un pozzo: uno guarda il pozzo e vede il sole o la luna. Ma se ci si butta giù non c’è più il sole né la luna, c’è la verità”.

Lelio Bonaccorso Non sempre è utile scrivere o parlare con discorsi intrisi di morale. La mafia distrugge l’idea di giustizia perché si insinua nei pertugi, nelle crepe, laddove c’è malessere sociale e miseria. Quando io e Marco andiamo a presentare i nostri libri antimafia nelle scuole di periferia dobbiamo confrontarci con bambini e ragazzi che vivono situazioni di estremo disagio. Magari hanno il padre in carcere, a volte la madre si prostituisce per soldi. Con loro dobbiamo trovare un linguaggio che possa essere recepito, una forma di comunicazione che faccia loro capire che esiste un’alternativa. A Messina per esempio esistono da tempo delle corse clandestine di cavalli, gestite dalla malavita. Anche i bambini hanno un ruolo in questo: a loro viene affidato un cavallo. Devono prendersene cura, spazzolarlo. Poi, quando si pensa che siano pronti a entrare nel mondo della malavita, gli si porta in collina, gli si dà una pistola, e loro devono uccidere il cavallo che fino al giorno prima hanno curato. Un rituale, un’affiliazione crudele per far capire che gli uomini devono essere pronti a recidere ogni legame affettivo nel nome del gruppo. Per questi motivi è difficile entrare in comunicazione con loro, ma noi continuiamo a farlo.

Pur essendo costruito sulle vite di personaggi fittizi, la trama di The Passenger è in parte storica e si ispira a una delle pagine più tristi della nostra storia recente. A quel 1992 che ha cambiato il volto dell’Italia. Alle stragi di Capaci e via D’Amelio. All’agenda rossa del giudice Borsellino…
Carlo Carlei Sì, abbiamo voluto creare un thriller su uno sfondo storico ben preciso. Sono da sempre appassionato della cinematografia americana degli anni Settanta, che sfornava film in cui attraverso una trama d’azione si riuscivano a rivelare aspetti della realtà molto più efficacemente che non attraverso un approccio documentaristico. Non mi posso certo considerare un regista neo-realista, i miei modi, la mia sensibilità mi portano a usare il Fantastico come lente deformante per meglio afferrare e comprendere il Reale. La mia iniziazione al mondo delle storie nasce da bambino, quando abitavo in un piccolo paesino della Calabria. Profondo sud, chilometri di campagna. Senza possibilità di conoscere il mondo tranne fra le pagine dei fumetti o al cinema. Grazie a Spider-Man e Silver Surfer ho conosciuto i grattacieli di New York, ho viaggiato per pianeti e mondi che hanno aumentato in me il senso della meraviglia, la mia curiosità verso il mondo. Ma la mia sensibilità non si sposa bene con la tradizione italiana: basti pensare al mio film Fluke, una storia di reincarnazione. Qui in Italia non riuscii a farmelo produrre perché nessuno lo capiva, ma visto che volevo raccontare il viaggio di un’anima, mi bastò scrivere un’altra sceneggiatura, cambiando protagonista e sostituendo un bambino ad un cane, per dar vita a La corsa dell’innocente.

I LIBRI DI CARLO CARLEI

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