Intervista a Carlo Ferrucci

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Ex professore associato di Storia dell’Estetica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, dal 1992 al 1996 Carlo Ferrucci è stato Addetto Culturale presso il Consolato Generale d’Italia a Barcellona. Ora che si gode la meritata pensione, può dedicarsi alla sua grande passione per la letteratura, non solo con lo studio e la traduzione ma anche con la narrativa.




Il tuo libro La pianista di Van Gogh è in forma di diario: perché valida a poter contenere l’intimità e a rivelare l’essenza di quell’estate del 1890?
Sì, il fatto che La pianista di Van Gogh sia scritto in forma di diario consente di fondere al meglio lo scavo nell’interiorità della protagonista e la descrizione degli avvenimenti esterni, a cominciare da quegli incontri con Van Gogh che per Margherita Gachet rappresentano sicuramente l’essenza dell’estate del 1890.

Su Vincent van Gogh, sull’animo più sensibile e inafferrabile delle sue tele, si esercita la riflessione di Marguerite Gachet; sotto un’altra luce si narra invece la casa dei Gachet...
Le riflessioni e gli stati d’animo suscitati nella giovane pianista dalle tele di Van Gogh, oltre che dalla sua storia e dal suo comportamento, sono inseparabili dai mutamenti che intervengono nelle stesse settimane nel rapporto tra Margherita da un lato e suo padre e suo fratello dall’altro. Comprendendo e accettando, a differenza dei suoi familiari, l’anticonformismo e la “diversità” di Van Gogh, Margherita impara infatti a guardare con occhio più critico e maturo ai valori e alle gerarchie vigenti sia nella sua famiglia che nella società.

“Come se il dialogo senza parole che si è svolto fra noi [...] fosse stato un duetto in piena regola, e ogni musica che nasce dalle mie mani dovesse seguire da quel momento la stessa legge, porsi nella stessa sintonia con i movimenti del suo pennello e i colori della sua pittura”: ricercato e ammirato, questo duetto che la tua Marguerite testimonia è ideale o fu in un certo senso vero?
Il “duetto in piena regola” che si stabilisce tra la musica suonata da Margherita e le tele dipinte da Van Gogh è insieme ideale, immaginario, e verosimile, quindi “in un certo senso vero”. È infatti possibile che qualcosa di simile sia realmente accaduto, anche se in forme diverse da quelle raccontate nel romanzo.

Auvers-sur-Oise non è solo la cittadina degli ultimi giorni di Van Gogh, ma è l’immagine dell’incomprensione, talora dell’irrisione, è il luogo del “conflitto tra arte e vita”; al riguardo, si cita il tema de L’opera dello scrittore Émile Zola – uno degli autori preferiti dell’artista – e si suggerisce forse un motivo di ispirazione, di investigazione per quel 29 luglio?
Non sappiamo se Van Gogh avesse letto il romanzo L’opera di Émile Zola, pubblicato quattro anni prima della morte del pittore. Resta il fatto che anche il protagonista del romanzo di Zola è un pittore suicida, vittima al pari di Van Gogh dell’incomprensione dei contemporanei. Ha ragione perciò Margherita, che io immagino abbia letto il romanzo, a temere che Van Gogh faccia – come accadrà di lì a poco – la stessa fine del personaggio di Zola.

Torniamo al principio. Se qualcosa ancora si volesse narrare di quell’estate ad Auvers, una trepida estate di genio e dramma, è...
Se qualcosa ancora si volesse narrare di quell’estate ad Auvers… potrebbe essere un incontro, anch’esso immaginario ma verosimile, tra Margherita e Theo Van Gogh, il fratello del pittore. Margherita e Theo potrebbero raccontarsi quello che hanno capito del carattere e della pittura di Vincent, e trovare in ciò una consolazione al dolore per la sua scomparsa.


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