Intervista a Carmine Abate

Nato a Carfizzi, provincia di Crotone, e vissuto a Bari, in Germania e in Trentino, Carmine Abate è il cantore di una Calabria sanguigna che non può e non vuole dimenticare le sue radici storiche e culturali. Ho visto il suo nome tra gli ospiti del Pisa book festival 2015 e ho deciso che era un’occasione più unica che rara di intervistare uno dei miei autori preferiti. Ho deciso di tentare un approccio diretto e gli ho scritto una mail… salvo accorgermi subito dopo avergliela inviata di aver totalmente “cannato” il titolo del suo ultimo libro, che pure stavo leggendo proprio in quei giorni. Carmine però ha accettato di buon grado un appuntamento a Pisa per l’intervista e con mio grande sollievo ha graziosamente finto di non aver notato il mio errore. Ci incontriamo l’ultima sera del Festival, quella dedicata ai big del panorama letterario italiano. Arriva attorniato da alcuni amici e ammiratori pisani, tra i quali un assessore del Comune che immagino condivida il nostro destino di emigrati. La sala stampa è un alveare di giornalisti, ammiratori, accompagnatori: le voci che si accavallano lo innervosiscono, gli tolgono concentrazione. Cerchiamo riparo in un salottino e il suo volto si fa più disteso, Abate si rilassa e inizia una lenta affabulazione.




Ne La felicità dell’attesa ho notato alcune novità rispetto alle tematiche dei tuoi libri precedenti: innanzitutto la condizione dell’emigrante appare più pacificata, si avvertono meno conflitti e lacerazioni sia alle partenze che ai ritorni. Un’impressione errata?
È una domanda che mi fa piacere. Hai colto perfettamente questa sfumatura. In effetti dopo tanti anni ho deciso di trattare gli emigranti come persone normali. Ho iniziato a scrivere a 16 anni in Germania per denunciare l’ingiustizia dell’emigrazione. Costringere una persona ad abbandonare la sua terra è un’ingiustizia e sentivo l’urgenza di dirlo. Col tempo sono arrivato alla conclusione di voler raccontare gli emigranti e i loro problemi come delle situazioni normali, non particolari, perché mi sono reso conto che altrimenti le situazioni narrate diventano didascaliche, quasi saggistiche. Un problema teorico che ti poni e cerchi di risolvere dal punto di vista narrativo. La storia narrata deve suggerire, semmai, delle riflessioni, ma non deve accadere il contrario. Non devono essere le riflessioni il punto di partenza o l’ispirazione di una storia. La mia stessa vita si è pacificata, la mia condizione di emigrante ha smesso di essere lacerante da quando c’è stata la scoperta del vivere per addizione, che mi ha portato a decidere di prendere il meglio dalla mia terra a ciascun mio ritorno, ma anche di prendere il meglio dalle terre che mi hanno di volta in volta ospitato. Questo è il messaggio forte che voglio dare agli immigrati, sia a quelli stranieri che vivono in Italia sia agli immigrati italiani di seconda o terza generazione che vivono all’estero. Non è che i conflitti e le lacerazioni non ci siano, ma le do per scontate, le narro velocemente. Mi focalizzo sui personaggi facendo loro raccontare come sono pervenuti all’incontro con l’altro mondo e come questo mondo li abbia influenzati, arricchiti. Se pensiamo al personaggio di Jon Leto, grazie all’immigrazione lui ha la possibilità di conoscere e amare una donna straordinaria come Norma Jeane, conturbante aspirante attrice che ha un neo sulla guancia sinistra…

Altro elemento nuovo è il fatto che la lingua sembra aver subito un’evoluzione. All’arbëreshë che è sempre stato centrale nei tuoi testi, si affianca quasi con pari dignità il dialetto calabrese, di cui fai un uso molto meno timido che in passato e in più introduci la neolingua creata dagli emigranti italo americani con un misto tra i loro dialetti e l’inglese…
Per quanto riguarda la lingua, è vero, ormai questa è la mia lingua, la amo molto, fa parte di me e non credo che riuscirei a scrivere un romanzo dove ci siano personaggi che non la parlano. La felicità dell’attesa è un romanzo che sembra così costruito, progettato a tavolino, ma è in realtà venuto di getto; queste sono le lingue che ho dentro di me. Forse nel prossimo ne userò altre ancora, chissà. Prima di scrivere questo libro non sapevo l’inglese e non ero mai stato negli Usa, quindi non avrei potuto usare nemmeno la più semplice delle frasi: allora ho deciso, a 59 anni, di imparare l’inglese per poter scrivere questa storia che avevo dentro da tanto. L’ho imparato a sufficienza da poter intraprendere due viaggi in America, incontrare e parlare col mitico campione di bowling Andy Varipapa, originario del mio paese, attraverso le cui parole ho scoperto le storie di mio nonno e di mio padre. Grazie a questa conoscenza dell’inglese, per quanto essenziale, l’America non mi è stata estranea e sono riuscito ad entrare nella testa e nello sguardo di un personaggio come Marylin Monroe restituendoli al lettore in maniera spero credibile.

In un dialogo tra Andy Varipapa e Jon Leto uno dei due dice che in Italia le cose buone della Merica in Italia non avrebbero speranza, “sarebbero come lucciole d’inverno”, morte prima di nascere. Questa frase riassume benissimo il conflitto che attanaglia l’emigrante, l’angoscia della consapevolezza di essere andati troppo oltre per potersi riconoscere nel vecchio mondo, non trovi?
Davvero?! Che frase poetica, bravo questo scrittore, ah ah! Scherzi a parte, io ho superato la cosa sostituendo il ritorno definitivo con una miriade di ritorni (ormai siamo a uno ogni mese e mezzo circa) e soprattutto - come dicevo prima - grazie alla decisione di vivere per addizione. Ma ci sono molti miei amici che, come Andy Varipapa stesso, hanno deciso di non tornare mai più e nonostante ciò mi tempestano di telefonate, sono ansiosi di conoscere anche i dettagli più insignificanti della vita del paese. Sono affascinato da questi personaggi. Li trovo straordinari. Hanno paura come tutti di noi dello sguardo del loro paese. Io ne ho meno ora che torno spesso, ma in passato mi prendeva ad ogni ritorno. Andy Varipapa, pur avendo deciso di non tornare continua a pensare al paese, ed consapevole probabilmente è diventato il più grande campione di bowling di tutti i tempi perché al paese giocava alle “zompe”, un gioco in cui eccelleva e che ho fatto anch’io da bambino.

Nei tuoi libri ci sono sempre figure di padri (e nonni) immense, nel bene e nel male. Uomini con un sistema di valori molto forte, che siano la “besa”, il senso di giustizia, il bisogno di vendetta, il silenzio dell’onore; sono uomini che conservano la dignità anche nella sconfitta e nella perdita. Sono stati così tuo padre e tuo nonno?
I miei libri sono pieni anche di grandi nonne! La cosa strana è che io non ho mai conosciuto i miei nonni, quello materno è morto pochi giorni dopo il matrimonio dei miei e quello paterno, Carmine, trentadue anni prima della mia nascita, come racconto nel libro. Mio padre è stato un padre “assente”, nel senso che è emigrato. Però tutte queste figure nei miei libri in realtà sono grandi, come dici tu, grazie alle donne e al racconto che ne fanno ai figli e nipoti. Mia madre continuamente ci parlava di mio padre, ne La moto di Scanderbeg la madre tiene vivo il ricordo del padre che è morto attraverso il racconto. Prima di scrivere questo libro ho sentito la voce di mio nonno che in qualche modo mi chiedeva “Hai raccontato la storia di tutti, perché non racconti anche la mia?”. Credo che in questo e in altri miei libri i rapporti tra uomini e donne, tra padri e figli siano così forti perché si basano sul dolore dell’assenza. L’unione stessa tra Norma Jeane e Jon (mio padre) nasce dalla condivisione del dolore della perdita del padre.

In Vivere per addizione, che è uno dei miei libri preferiti, hai affrontato il tema dell’accoglienza dei migranti e del loro ruolo nei paesi del sud altrimenti quasi spopolati. A distanza di molti anni da quei primi arrivi, salta agli occhi come al Sud siano stati spesso accolti meglio che al Nord. Pensi che sia dovuto a una sorta di memoria atavica dello sradicamento?
Non, non lo credo. Inizialmente anche nel sud c’è stata diffidenza perché i migranti ci ricordavano troppo chi noi eravamo. Poi, però, la tipica solidarietà e il senso dell’ospitalità innato nelle nostre realtà hanno avuto facilmente la meglio su questa diffidenza iniziale. Mi piace molto questa domanda perché mi dà l’occasione di dire che in Calabria ci sono dei paesi come Badolato, Riace e altri che sono oggetto di studi internazionali per il loro modo di fare accoglienza reale, concreto e quasi rituale. C’è anche Acquaformosa, un paese arbëreshë diventato famosissimo per questo. Io li ho conosciuti questi immigrati che sono stati messi in condizione di vivere dignitosamente e in cambio hanno ripopolato questi paesi, hanno riaperto le botteghe dei calzolai, dei fabbri, degli artigiani. Pensa che mio figlio, che ha la barba, l’estate scorsa è stato entusiasta del modo perfetto in cui gliel’ha regolata un afghano che vive a san Nicola dell’alto, ad un prezzo pari a 1\3 di quello che avrebbe pagato al nord. Sono mestieri che ritornano grazie a queste persone e nella mia visione utopistica io spero che anche il mio paese che si sta spopolando, tornerà a essere come la prima Hora, la prima Carfizzi che 600 anni fa fu ripopolata, non fondata dai profughi albanesi in fuga dalla loro terra. Bastano dieci famiglie. Sarà bellissimo perché queste persone continueranno a parlare la nostra lingua infarcendola di parole loro e la ricchezza di cui è portatore chi è partito potrà essere condivisa con chi è rimasto. L’unico modo in ciò potrà avvenire è cercare di conoscere la loro storia attraverso il dialogo e loro, a propria volta, dovranno cercare di conoscere la nostra storia. Solo il dialogo abbatte i muri.

Il tuo romanzo Il mosaico del tempo grande dà un’impressione immediata di positività, di energia: sembra come pervaso da una luce fortissima, dal sole del sud...
Volevo scrivere un romanzo sulla felicità, magari parlando anche di problemi, certo. Se uno scrittore parla della vita è inevitabile che ci siano problemi tra i piedi. Tutte le storie sono storie d'amore, si dice all'inizio del libro. Amore non solo per una donna, ma anche per la propria terra, per la propria storia, sempre stando molto attenti a non scadere nella retorica, che è sempre in agguato.

Il cuore del romanzo è la storia arbëreshë...
Da sempre, da quando sono bambino ho avuto l'ossessione di raccontare la storia dei profughi albanesi che tanti secoli fa sono sbarcati in Calabria: che volto avevano, che storie avevano, come sono riusciti a ricominciare tutto da capo. Sul finire del ‘400 i Balcani vengono occupati dai Turchi, e un gruppo di albanesi fugge: si imbarcano vedendo il loro paese in fiamme sulla collina. Sull’argomento esistono pochissimi documenti storici, e allora ho immaginato questa storia che avevo dentro. Il romanzo è strutturato come un mosaico ed uno dei protagonisti è proprio un mosaicista che racconta a due giovani la storia “del tempo grande”, la memoria. Non c’è una ragione nostalgica dietro a questa scelta, sono semplicemente consapevole che il passato può illuminare la nostra vita. Elias Canetti scrive che “lo scrittore è custode della metamorfosi”: non banalmente della memoria, ma del cambiamento. Il tempo grande certo è quello di Skanderbeg che ferma gli Ottomani, ma diventa tempo presente: non importa quando succedono i fatti, il tempo è grande se ti lascia una traccia dentro. E quindi Skanderbeg mi interessa per la luce che getta sul presente.

In questa ottica è significativo che nel romanzo si arrivi anche all’Albania moderna. Che rapporto hai con il Paese nel quale affondano le tue lontanissime radici?
Molti anni fa volevo proprio scrivere un saggio sull’argomento dei profughi di ieri e di oggi, ma Gianni Amelio col suo bellissimo Lamerica mi ha bloccato. Nel romanzo Il mosaico del tempo grande comunque parlo dell’Albania della dittatura comunista, perché è quella che avevo visitato prima di scriverlo. Non sono capace di ambientare una storia in un luogo che non conosco. Ero stato in Albania negli anni ‘80: volevo tornare nella terra che avevo sognato e sono rimasto delusissimo, ho trovato una terra oppressa da una cappa grigia e soffocante, e poi noi turisti eravamo tenuti rigorosamente separati dagli albanesi, non potevamo nemmeno parlarci, né fotografarli.


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