Intervista a Catherine Dunne

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La scrittrice irlandese è stata ospite dell’ultima edizione del Pisa Book Festival, ma io non avevo nessun appuntamento con lei, nessuna intervista fissata, non ci conosciamo. Per non parlare del fatto che il mio inglese è davvero ridicolo. Per cui ho chiesto aiuto alla mia collega di redazione, che invece l’inglese lo parla benissimo, e insieme abbiamo deciso di “braccarla” letteralmente al suo arrivo alla manifestazione. L’addetta stampa che l’accompagnava non ne è stata felice e ha cercato di liquidarci frettolosamente, ma la Dunne - sorpresa! - capisce l’italiano e lo parla anche un po’. Per cui ha preso l’iniziativa da sé e ci ha dato appuntamento dopo il suo incontro con i lettori e il firmacopie di rito. Attesa lunghissima e snervante, ma alla fine molto proficua. E questa è l’intervista per i lettori di Mangialibri.




Nel tuo libro Come cade la luce ancora una volta il centro di tutto è la famiglia, con tutte le sue complicate e dolorose dinamiche. Anche in questo libro, c’è una giovane donna, Alexia, che ricorda molto la Rebecca di Quel che ora sappiamo. Anche Alexia deve crescere attraverso il dolore. Superare il suo egoismo adolescenziale e comprendere quali sono i veri valori. Perché ti affidi sempre a giovani donne per raccontare le difficoltà che possono sorgere all’interno di una famiglia?
Perché penso che essere teenager oggi sia una vera sfida. Che sia davvero difficile. Per l’intera storia di Come cade la luce mi sono ispirata alla tragedia greca di Fedra e mi piaceva delineare le caratteristiche di Alexia e delle sue sorelle partendo da questo parallelismo con il personaggio della mitologia classica. E per farlo sono dovuta partire proprio da quando erano adolescenti affinché i lettori potessero assistere pagina dopo pagina alla loro evoluzione come donne adulte. Ho fatto in modo che le protagoniste crescessero sotto gli occhi dei lettori. E l’età dell’infanzia e poi dell’adolescenza sono state un buon punto di partenza, tanto poi che il libro si snoda soprattutto nel tempo in cui le protagoniste sono ormai donne. Per il personaggio di Rebecca, invece, succede l’esatto contrario. In Quel che ora sappiamo la mia protagonista alla fine non cresce mai. Anche se diventa adulta continua a conservare lo stesso egoismo e la stessa superficialità che aveva da adolescente. Non ha nessuna evoluzione. Ed è questa la sua personale tragedia.

Nei tuoi romanzi viene sempre accennata la propensione degli irlandesi a emigrare, a lasciare la propria terra per migliorare la loro esistenza o solo per il desiderio di conoscere il mondo. Che è un po’ anche la storia passata e presente di molti italiani. Ma cosa lasciano i protagonisti dei tuoi romanzi in Irlanda e cosa scoprono di meglio altrove?
La similitudine tra gli irlandesi e gli italiani che hai fatto mi trova molto d’accordo. Penso, infatti, che l’emigrazione sia parte del DNA di entrambi i Paesi. Quello che posso aggiungere e che gli irlandesi hanno una lunga storia di emigrazione nella stessa Gran Bretagna oltre che negli Stati Uniti. In passato la gente emigrava non solo per ragioni economiche, ma come ricordavi tu e come scrivo nei miei romanzi, anche per un certo spirito di avventura e per il desiderio di scoprire nuovi orizzonti e magari società che ritenevano più tolleranti. Le nuove frontiere dei giovani irlandesi millennials si sono addirittura spostate verso l’Australia e la Nuova Zelanda. Per cui non solo l’emigrazione dall’Irlanda continua ancora, ma un po’ come succedeva per i loro avi è una emigrazione che ha le stesse, identiche, motivazioni: economiche e legate al desiderio di cambiamento. I protagonisti dei miei romanzi non fanno eccezione. Lasciano la verde terra di Irlanda per migliorare la loro vita. Qualsiasi cosa questo significhi trovare in una terra straniera.

Tu non nasci scrittrice. Sei sempre stata una insegnante e inizi a scrivere dopo un doloroso lutto familiare che ti ha colpita nel 1998. E i tuoi romanzi hanno subito un enorme successo internazionale. Come vivi questa cosa e da dove trai l’ispirazione per scrivere e per raccontare?
Non è qualcosa su cui mi sono soffermata a pensare. In realtà non lo so. Non mi interessa esaminare il successo dei miei romanzi, per me ogni storia è una storia unica, ognuna con una ispirazione differente e non mi piace neppure l’idea di ricalcare quanto già scritto. Voglio raccontare sempre qualcosa di nuovo e unico e l’ispirazione mi arriva da tutto ciò che mi circonda. Amo guardarmi sempre intorno e ascoltare le storie degli altri. La vita in generale è pieni di nuovi racconti. Basta solo saperli cogliere.

Se un giorno ti dovesse venire voglia di cambiare completamente genere e scrivere altro, asseconderesti questo tuo desiderio o lo ignoreresti?
In effetti ho scritto, qualche anno fa, un libro di scienze sociali che raccontava l’immigrazione a Londra negli anni Cinquanta. È un saggio dal titolo Un mondo ignorato. Quindi posso dire che alla fine la mia tendenza è sempre quella di scrivere storie di persone, racconti che parlano di gente, di umanità, di rapporti interpersonali. Non mi ci vedo proprio, a scrivere di altro.

Tu ce l’hai un posto del cuore dove di solito ti messi a scrivere o semplicemente a raccogliere le idee?
Diciamo che ho provato ad averlo. E una volta ho persino lasciato la mia casa in Irlanda e trascinato mio marito in India. Avevo scelto un posto semi isolato dove pensavo che avrei trovato l’ispirazione giusta per scrivere il mio nuovo romanzo. Un giorno, l’intero villaggio viene colpito da un lunghissimo blackout e tutti si rifugiano nell’unico bar-ristorante presente nel villaggio, e che ha un generatore di corrente elettrica, compresa me che ero nel bel mezzo della stesura del mio libro. E così mi ritrovo a scrivere in un angolino del bar circondata da decine di persone urlanti e rumorose e mi viene anche da ridere a pensare che ero arrivata fino in India per cercare la giusta tranquillità. Da quel momento scrivo dappertutto e con qualsiasi condizione. In solitudine come tra la folla. A casa mia come in un pub.

I LIBRI DI CATHERINE DUNNE



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